
Gilgamesh, il primo eroe – seconda parte La Foresta dei Mille Cedri
Nel terzo capitolo del libro di Patanjali, il primo passo per raggiungere gli ultimi tre stadi dell’Ottuplice sentiero è Dharana o la concentrazione, cioè la capacità di tenere la mente fissa sull’oggetto prescelto. È una delle fasi più difficili della meditazione e implica di riportare la mente, senza mai desistere, sull’“oggetto” prescelto.
Sesto mezzo la Concentrazione (Dharana) è fissare chitta (sostanza mentale) su un oggetto particolare. 
Una parte del lavoro è stata fatta, in qualche misura il quaternario è in minima parte migliorato, la fatica ora è di applicare ulteriormente la disciplina.
Questa è la parte che tratta in modo specifico del dominio della mente e dei suoi effetti, il primo passo è la concentrazione, cioè la capacità di tenere la mente fissa sull’oggetto prescelto.
Gli stadi della concentrazione sono ben distinti:
- Scelta dell’“oggetto”.
- Ritiro della coscienza mentale dalla periferia del corpo, sì che i mezzi di percezione e contatto (i cinque sensi) si acquietano e la coscienza non tende all’esterno.
- Coscienza concentrata e fissata nella testa, nel mezzo della fronte fra i sopraccigli.
- Fissazione della mente e dell’attenzione sull’oggetto scelto.
- Visualizzazione o percezione figurata di esso, con ragionare logico.
- Estensione dei concetti formulati, dallo specifico e particolare al generale e universale, o cosmico.
- Proposito di percepire ciò che sta entro la forma scelta, cioè l’idea che l’ha prodotta.
Questo procedimento eleva gradatamente la coscienza e permette di passare dalla forma alla vita. Tuttavia si parte dalla forma, o dalle “cose”. Queste sono di quattro specie:
- Oggetti esterni, quali immagini sacre, quadri o forme naturali.
- Oggetti interni, quali i centri del corpo eterico.
- Qualità, come le virtù, con l’intento di risvegliare il desiderio di acquisirle quali parti integranti della vita personale.
- Concetti, o idee esprimenti gli ideali che animano tutte le forme. Essi possono aver forma di simboli o di parole.
L’aver riconosciuto che alla concentrazione sono necessari “oggetti” ha dato origine al desiderio di immagini e sculture sacre. Esse implicano l’uso della mente concreta e questo è lo stadio necessario preliminare. È una pratica che conduce al dominio della mente, sì che l’aspirante possa servirsene come crede. Le quattro specie di oggetti sopra menzionati gradatamente lo rivolgono all’interno e lo rendono capace di trasferire la coscienza dal mondo fisico all’eterico, indi al mondo del desiderio o delle emozioni e infine a quello mentale delle idee e dei concetti.
Tale procedimento, che si effettua nel cervello, porta l’intero uomo inferiore alla coerente attenzione concentrata, poiché tutte le parti della sua natura sono dirette a conseguire la fissità o la concentrazione di tutte le facoltà mentali. Allora la mente più non divaga, né è instabile e rivolta all’esterno, ma completamente “fissa e attenta”. Vivekananda così traduce Dharana: “Tenere la mente su un solo pensiero per dodici secondi”.
Questa chiara, calma percezione appuntata su un oggetto, senza che altri oggetti o pensieri turbino la coscienza, è molto difficile e, quando è sostenuta per soli dodici secondi, è già attuata la vera concentrazione. Ed è qui che serve la perseveranza, la volontà di imporre alla nostra personalità di seguire l’aspirazione di unione con la parte superiore di noi stessi.
Per approfondire questo e altri argomenti vi rimandiamo alla sezione Scienza dello Yoga all’interno del portale della consapevolezza Yoga, Vita e Salute www.yogavitaesalute.it
Luciana Mologni
