La forza del fare

La forza del fare è in grado di superare tutti gli ostacoli, perché tutto è karma e tutto ciò che viene vissuto come effetto possiede una causa, perché non esiste nulla che non sia soggetto a questa legge, non esiste nulla che possa sottrarsi all’impulso dell’azione che sospinge, dalla più piccola alla più grande, rispetto a ciò che esiste nell’universo. Questa è la vita e comprenderlo eliminerà i problemi che ci attanagliano quotidianamente, problemi che potranno essere risolti con il fare e non con elucubrazioni più o meno “profonde” che a nulla portano se non a bearsi della propria percezione.

Bisogna darsi una mossa, ok d’accordo la vita è amore con tutta la pazienza del caso, tenendo anche conto che non ci porrà mai come ostacolo qualcosa che non siamo in grado di superare, va bene anche questo, ma l’immobilismo di fronte a ciò che non conosciamo proprio no, ma neanche traccheggiare in attesa che il tutto passi ad altri. Niente da fare bisogna fare, perché attraverso di esso sperimenteremo e l’esperienza è quanto di più bello che possiamo concepire, perché attraverso di essa comprenderemo la vita riconoscendone la bontà e la possibilità di trascenderla.

La forza del fare è deflagrante ed è in grado di liberare forze rimaste inutilizzate, si ok sarà anche karma, sarà che esiste un tempo per ogni cosa, ma perché lasciare ristagnare forze che sono pronte ad essere messe in atto. Siamo in presenza di forze che, se recluse, possono creare infezione nella coscienza, ma che il fare può risanare ripristinando una corretta circolazione della energie dove al pensiero segua l’azione, così che la ferita possa essere spurgata risanandola attraverso lo scorrere della vita. Rimanere intrappolati nella cristallizzazione è il preludio alla morte, magari non quella fisica, ma credo che quella emotiva e mentale possa essere anche peggio.

Quanto tempo rimaniamo intrappolati nell’inazione con l’illusione di stare meglio evitando questa o quell’esperienza, quanta energia sprechiamo nel controllare ogni cosa percepita come minaccia al mantenimento dello stato d’ignoranza che vogliamo preservare? Basta solo diversificare l’investimento delle nostre forze, cominciando a trasferirle nell’azione, per cominciare a percepire la vita che prorompe liberandoci dalle pastoie di una personalità che vuole limitare l’esperienza perché sa bene quanto la conoscenza renda liberi, riconoscendo nei nostri limiti non qualcosa di insormontabile, ma qualcosa che può essere affrontato, magari anche con il dovuto piacere.

La forza del fare dona piacere, la forza del fare consente di costruire, e per quanto possa risultare più difficile rispetto al distruggere, è di gran lunga consigliabile visto gli effetti che è in grado di produrre. Forza e coraggio dunque non esistono limiti alla possibilità di identificarci nel bello, basta fare, magari non perorando le illusioni che ci inducono a percorrere i soliti binari. Ogni tanto bisogna sfruttare gli scambi e cambiare direzione, magari verso un ignoto che non conosciamo, ma state pur certi che la nostra anima non sarà mai colta alla sprovvista, avendo pianificato da tempo questa direzione.

La forza del fare dona anche chiarezza consentendoci di attingere a quel fuoco che Gesù avrebbe voluto bruciare sin d’allora, quel fuoco che è amore, verso se stessi e verso la vita, liberando forze che andranno a beneficio del tutto.

Non ho tempo ma questo è il mio tempo – prima parte

Il tempo, non quello meteorologico, non basta mai, e qualcuno a suo tempo disse che chi ha tempo non aspetti tempo. La difficoltà sta nell’integrare tutto questo sino a renderlo completamente coerente, difficoltà che è tale nel momento in cui la personalità è ancora molto vitale opponendosi alla necessità di un tempo che non corrisponde mai alle proprie aspettative, cercando, in questo caso, di imporlo al prossimo, con il risultato che questo tempo sarà sempre più difficile da digerire.

Il tempo mette ansia, agitazione, preoccupazione, e chi più ne ha più ne metta; la paura di non ottemperare a ciò che la vita ci mette davanti, e che sentiamo necessario, a volte tracima in maniera debordante, lo stesso dicasi per tutto ciò che vogliamo a tutti i costi evitare creando travagli a non finire che non porteranno a nessuna nascita, generando frustrazione e risentimento. Eppure la vita nel suo complesso è semplice, basta fare ciò che ci propone al meglio delle nostre possibilità.

Belle parole non c’è che dire, ma di fronte ad una personalità scalpitante come un purosangue da domare, la prova è certamente ardua, ma bisogna pur far qualcosa davanti a tutto questo, non certamente scappare, poiché non estinguerebbe le cause che hanno portato a quell’azione. Meglio quindi fermarsi un attimo e sostare davanti alla propria ignoranza trasformandola, se possibile, in azione, così da creare quella conoscenza che estingue la sofferenza, compiendo il Sentiero Spirituale con sempre maggiore consapevolezza.

A questo proposito, per quanto mi riguarda, sta cambiando la percezione del Sentiero Spirituale, un tempo ritenuto molto più complesso e bisognoso di chissà che cosa, mentre ora mi sono messo un po’ più quieto, cercando di guardare meglio dove sto mettendo i piedi, perché da questo dipende il futuro del mio cammino, un futuro che non può non basarsi che su quello che sto seminando in questo momento.

In poche parole assottigliare lo spazio fra pensiero e azione, oppure in altro modo, come detto in precedenza, sostare davanti alla propria ignoranza senza recedere da ciò che la vita ci pone davanti, per colmarla, questa benedetta ignoranza, rimanendo l’unica cosa sensata da fare. Questo è l’unico modo attraverso il quale migliorare il proprio rapporto con il tempo, riconoscendo in esso la giusta tempistica con la quale la vita desidera migliorarci, malgrado il nostro puntare i piedi davanti a questa possibilità.

Arrivare a comprendere che in ogni momento viviamo il nostro tempo, e che la sofferenza deriva dal fatto che cerchiamo di vivere tempi non nostri, ma che secondo le nostre aspettative sarebbero molto gratificanti, non sarebbe male come punto di partenza, “purtroppo” non siamo strutturati per questo, ma che importa, secondo la nostra ignoranza, meglio incentivare ciò che conosciamo meglio, cioè il disagio. Si fa con quello che c’è, oppure come diceva mia nonna, un fatto fatto è meglio di uno da fare cercando di tenersi puliti sotto.

Ecco partirei da qui, mi rilasserei, le cose vanno meglio quando non le imponiamo, sia con un atteggiamento aggressivo ed evidente, oppure nascosto, ma non per questo meno aggressivo, quindi no paura che produce paralisi impedendo di muoverci così da cogliere in ogni esperienza che ce la possiamo fare, visto che non ci manca nulla di ciò che ci occorre.

Ma non finisce qui… vi aspetto per la seconda e ultima parte di questo articolo.

L’umanità degradata risorgerà con la meditazione

Ma quanto sta diventando brutta l’umanità? Certamente tutto questo avrà un senso, visto che il caso non esiste e che ad ogni effetto corrisponde una causa, ma come si fa a non rilevare un degrado sempre più evidente che si insinua sempre più velocemente nel tessuto di questo pianeta? Appunto, bisogna aprire gli occhi, magari anche quelli del cuore, e cercare di porre rimedio ognuno dove la vita lo ha collocato facendo affidamento sulle riserve di umanità a disposizione per guarire questo mondo sempre più sclerotizzato e cronicizzato nei suoi aspetti più beceri.

Le cellule umane del pianeta sono sempre più separate fra di loro, distanti nei cuori e nell’anima, continuamente nutrite, sotto ogni aspetto, da sostanze che avvelenano le coscienze. L’umanità è costantemente sotto attacco così da rendere sempre più difficile alzare gli occhi al cielo, continuamente vessata da non trovare le forze per affrancarsi da questa condizione, non riconoscendo più il bello, ma identificandosi nel brutto imperante che tutto ammorba, spalmando ignoranza a profusione.

L’essere umano è ormai assorbito da schermi tecnologici nei quali cerca di trovare soluzioni al proprio disagio, sempre meno ci si rapporta con i propri simili con il metro comune dell’umanità, ma si preferisce chattare per placare ansie che altrimenti risulterebbero insostenibili. Siamo quello che mangiamo e se analizziamo il cibo che ci propinano e che ingeriamo, fisico, emotivo e mentale c’è poco di cui rallegrarci, ma cercare di porre rimedio il più velocemente possibile questo sì, perché non c’è tempo da perdere prima di essere trangugiati da forze aliene a quest’umanità.

E prendere in considerazione a questo punto la possibilità di meditare? Personalmente la vedo l’unica cosa sensata che l’essere umano possa fare per uscire da questo gorgo, anche perché una mente sana sarà un beneficio per tutto il nostro essere, senza dimenticare che potrà divenire un ponte per l’anima sempre più terso attraverso il quale la nostra vera natura, quella di Angeli Solari, potrà manifestarsi. Sì, perché l’unica nostra vera speranza è quella di mettere in relazione gli effetti con le cause poiché non si può cambiare ciò che non si conosce, speranza che non si può realizzare senza che vi sia un reale contatto con l’anima con la sua capacità di intuire, quella vera conoscenza che è appunto assenza di ragione, per sua natura separativa.

Ciò che conosco e che pratico da più di vent’anni è il Raja Yoga, che ho cominciato a praticare con gli insegnamenti di Massimo Rodolfi. Il Raja è ritenuto lo yoga più avanzato, quella vera e propria Scienza dell’Essere e dell’Evoluzione in grado di trasformare le esistenze favorendole nella possibilità di divenire consapevoli di una vita vissuta come opportunità e non come impedimento, sentendosi sempre di più al posto giusto nel momento giusto, quella presenza che è caratteristica dell’anima. A questo proposito vi consiglio di collegarvi ogni lunedì dalle ore 21 alle 22 per ascoltare in diretta Facebook e gratuitamente Massimo Rodolfi che parlerà della meditazione e della sua pratica. Il profilo Facebook a cui collegarsi è il seguente: https://www.facebook.com/profile.php?id=100010800858450&fref=ts

Che dire… invece di lamentarci e recriminare si può fare qualcosa di più concreto, per esempio cominciando a prenderci cura di noi stessi, con quell’assunzione di responsabilità che è alla base del lavoro di ogni serio ricercatore dello spirito. A questo proposito vi invito a verificare se nelle vostre vicinanze vi è un Corso base ed avanzato di meditazione a cura dell’associazione Atman http://www.yogavitaesalute.it/corsi-meditazione/ oppure una conferenza di Energheia prima scuola italiana di formazione per Terapeuti esoterici http://www.yogavitaesalute.it/categorie-eventi/yoga-vita-e-salute-yvs/ che forma gli insegnanti Atman.

In ogni caso la Vita saprà darvi ciò di cui avete bisogno… buon viaggio allora anche perché la vostra anima vi sta già comunicando la direzione e la meta.

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La complessità della materia e la semplicità dello Spirito

Ho sempre più spesso la sensazione che la vita di cui facciamo parte come esseri umani non sia altro che l’ordito, quell’insieme di fili, che insieme a quelli della trama, concorrono nel formare un tessuto nel quale siamo e ci muoviamo come diceva San Paolo. Possibile infatti, che l’esistenza sia una serie di eventi casuali, spesso percepiti senza né capo né coda, che sorgono e tramontano senza cogliere in essi un disegno, una trama, lo scorrere di un film che narra una storia alla cui sceneggiatura collaboriamo con le nostre esistenze?

Non può essere vero che la casualità regni sovrana su questo pianeta e non solo, dai, non possiamo fare dell’ignoranza un vanto, ben coperta da maschere che, pur non comprendendo una “beata fava” di come vanno le cose, si arrogano il diritto di dire che le cose stanno in questo modo o nell’altro, solo per il fatto che si debba mettere una pezza a ciò che non possiamo comprendere, e soprattutto per il fatto che proprio non si riesce a star dentro a quella beata ignoranza tanto decantata come la mancata responsabilità del proprio agire.

Fa molto comodo pensare che non ci sia un disegno ordito dalla nostra anima dietro tutto questo, fa molto comodo ritenere di potersi ritrarre alla bisogna quando si è posti davanti alla propria responsabilità, fa molto comodo di fronte a ciò che non riusciamo a spiegare con il raziocinio, affermare a vanvera postulati di come la vita è e di come dovrebbe andare secondo la nostra percezione, naturalmente a discapito di quella altrui. Eh sì, fa molto comodo, eppure nella mia piccola esperienza, sto sentendo sempre meno il desiderio di questa “comodità” e vi spiego il perché.

Perché la vita è semplice, perché quello di cui non puoi comprendere il significato vuol dire che non l’hai ancora vissuto completamente, e proprio per questo ti genera sofferenza. Lascia stare il fatto che non te ne rendi conto, ma cosa credi che generino recriminazione e lamento nelle nostre esistenze se non la sofferenza di cui sopra, sofferenza dovuta al fatto che cose non vanno secondo i nostri desideri, cioè avvalorando le nostre parti distorte che, non confermate nella loro distruttività, scalciano continuamente per avere attenzione indebita?

Qualcosa ho capito negli ultimi anni, semplicemente il fatto che quando mi succedevano cose casuali stavo male; questo perché non si può controllare un evento casuale, siamo sempre in balia di eventi posti sulle nostre teste che possono precipitare improvvisamente e indipendentemente dal nostro agire. Invece cominciando a dare un senso alle cose che accadono, riuscendo a mettere in relazione gli effetti con il mondo delle cause, tutto cambia, non si è più in balia degli eventi, i quali succedono comunque sulla base di forze che non possono essere comprese immediatamente, ma che il contatto con l’anima rendono “dolci” perché riconosciute necessarie e in accordo con la vita di cui facciamo parte.

Ritornando all’inizio di questo articolo, ho sempre più spesso la sensazione che l’agire di ognuno sia in accordo con tutto ciò che compone la coscienza di questo pianeta, e che in fondo la vita sia semplice, perché invece di ritenere la vita casuale non avremo più il bisogno di anticipare le sue mosse con un dispendio energetico enorme perdendo di vista l’oggettivo presente, ma conserveremo quelle forze per ottemperare a ciò che la vita ci pone davanti come esperienza. Non so se ho reso l’idea, solo per dirvi che senza il principio animico non riusciremmo a cogliere nell’esistenza che complessità e semplicità non sono altro che un modo diverso di raccontare materia e Spirito.

Beh, a questo punto un po’ di reclame ci può stare, quindi vi invito ad un corso base o avanzato di meditazione a cura dell’associazione Atman che ho conosciuto nel 1995 http://www.yogavitaesalute.it/i-nostri-corsi-yoga-meditazione/ e ad Energheia prima scuola italiana di formazione per Terapeuti esoterici http://www.yogavitaesalute.it/scuola-energheia/ che ho frequentata nel 1996 divenendone poi insegnante dieci anni dopo… potrebbe essere l’inizio di un bellissimo viaggio alla scoperta della propria anima e dell’unicità della vita.

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Cominciare, creare e risorgere – terza parte

Con questo articolo termina il racconto dei tre impulsi presenti nel segno dell’Ariete affrontando l’impulso a risorgere, prendendo a riferimento le Fatiche di Ercole secondo l’interpretazione astrologica di Alice Ann Bailey. Il cominciare porta a creare, e per far sì che questo accada bisogna risorgere percependo come limitante la forma. Mi spiego meglio… il pensiero deve diventare azione per divenire creativo, dovendo necessariamente rapportarsi con la materia che ostacola donando le resistenze necessarie perché l’azione sia adeguatamente orientata in funzione della progettualità dell’anima.

Il Maestro Gesù ha vissuto questo processo perché l’umanità potesse verificare nella propria vita questa intima possibilità, quella di risorgere dalla materia che, per quanto limitante, non potrà mai impedire alla divinità presente al suo interno di risorgere a maggiore consapevolezza. Molto spesso percepiamo la forma come una tomba dalla quale sia impossibile emergere, quante volte, infatti, abbiamo affermato che le cose non sarebbero cambiate senza poter rivedere, a questo punto, la luce del sole; invece, al momento opportuno la pietra che impediva il cambiamento si è scostata liberando ciò che doveva maturare nei tempi e nei modi prestabiliti dall’intima essenza di cui siamo composti.

Sono sempre più convinto del fatto che i grandi eventi vissuti dal Maestro Gesù rappresentino ciò che ogni essere umano dovrà compiere preparandosi ad essi quotidianamente, quei piccoli grandi gesti giornalieri percepiti scollegati tra di loro che invece fanno parte di una trama che contribuiamo a tessere con le nostre esistenze. Quante volte ci sentiamo imprigionati avvallando questa percezione? Quante volte, invece, affermiamo con forza l’amore per la vita vivendo il limite come opportunità? Quante volte abbiamo il coraggio di scostare la pietra tombale in cui ci siamo posti nel nostro piccolo sepolcro per non essere responsabili delle nostre esistenze?

Un chicco di grano deve morire per poter dare pane, così ci ha insegnato il Maestro Gesù, e noi moriamo ogni giorno, e per quanto morire rappresenti la paura più grande dell’essere umano è evidente che sia anche l’aspetto che conosciamo meglio avendolo vissuto più e più volte. L’essere umano muore continuamente nei suoi pensieri, nelle sue emozioni, finanche nel corpo fisico, il quale, assolto il proprio compito, si disgregherà per favorire l’emersione dell’energia entro stante che non può più essere contenuta in un corpo obsoleto e non più atto a contenere quella coscienza.

Quali paure dunque possono trattenerci impedendoci di vivere la forma con consapevolezza, vivendo questa condizione con gioia, anche se rappresenta gli inferi che ancora ci appartengono e che non dobbiamo temere perché risorgeremo da essi con vesti di luce? Il Maestro Gesù ce lo ha mostrato, Egli è morto in croce per l’umanità ponendosi al suo centro come aspetto divino, mettendo in croce tutta la materia così da purificarla, potendo in questo modo immergersi nell’Ade a sancire questa trasformazione, mostrando all’umanità che è sempre possibile risorgere, e che per fare ciò bisogna morire.

Mi rendo conto che ho scritto questo articolo più per me che per gli eventuali lettori, un articolo scritto di getto che mi auguro possa aiutarvi a cogliere in ciò che state vivendo la bontà di una vita che desidera semplicemente il meglio per ognuno di noi orientandoci verso la via di minore resistenza.

Inoltre non ho neppure citato Ercole, cerco quindi di rimediare immediatamente. Ercole, con questa prova, la prima delle sue dodici fatiche, comincia a mettere fieno in cascina per la sua Illuminazione cominciando a smussare la materia e la conseguente illusione. Egli si è incamminato in questo percorso che ogni discepolo dovrà compiere per liberare se stesso con ciò che aveva a disposizione senza desiderare altro, fornito di quell’entusiasmo che ognuno di noi dovrebbe avere accingendosi alla scoperta della vita e delle sue leggi.

Si fa con quel che c’è, infatti, è quando agiamo sulla base di quello che non c’è, distorti nella percezione dalle illusioni che ci pervadono, che saremo preda della disarmonia. Ercole lo sapeva, ma più che altro lo intuiva, forza e coraggio dunque, un Ercole cova in ognuno di noi, liberiamolo dunque, liberiamo i nostri cuori scostando ciò che li ostacola.

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Disponibilità è voglia di esserci

Voglia di esserci, manifestando una disponibilità vera e non mascherata da tutta una serie di orpelli che limitano l’espressione naturale ed incontaminata dell’anima. Questo articolo parte così, meglio del previsto devo dire, in ogni caso sono consapevole del fatto che far si che tutto ciò avvenga bisognerà fare un po’ di strada, ma nel frattempo non bisogna neanche fasciarsi la testa con lamenti e recriminazioni varie, godiamoci dunque questo viaggio, cogliendo nei paesaggi che incontreremo il piacere di confrontarci con noi stessi nella maniera più sincera possibile.

Ciò che mi “frega” è la ricerca dell’innocuità, che volete farci, avendo percepito che è possibile è divenuta un “chiodo fisso, facendomi portare l’attenzione sull’aspetto della disponibilità, quanto questo atteggiamento sia armonioso oppure nasconda secondi o terzi fini di cui sono più o meno consapevole. Sì perché non comprendendo questa dinamica hai voglia di pensare di essere innocuo e di agire nell’interesse comune percependosi in un atteggiamento disinteressato. Ah, beata illusione con la sua beneamata sorella la ben nota ignoranza.

A parole sono sempre stato molto ma molto disponibile, un po’ come il personaggio di un cartone animato della mia infanzia, quel Lupo de Lupis che, in questo caso mi faccio aiutare da Wikipedia, a differenza dei suoi simili, è animato da buoni sentimenti e da un irresistibile desiderio di proteggere un maldestro e distratto agnellino da tutti i guai in cui questi si va a cacciare. Un Lupo tanto buonino a suo dire, frase che è divenuta famosa nella versione italiana, e io volevo essere diverso riconoscendo nella bontà la possibilità di amare, ma soprattutto di essere amato… più la seconda direi.

Anche io come Lupo de Lupis volevo elevarmi dai comportamenti maleducati dei miei simili, in parte ci sono anche riuscito, ma quante maschere ho dovuto indossare per non assumermene la responsabilità mostrando molte facciate e pochissimi “interni”. Allora sono diventato buono, quello che mi dicevano di fare lo facevo anche se molte volte facevo finta fingendo anche a me stesso, sempre nell’ansia di aver ottemperato a quanto richiesto, sempre all’erta per non perdere un’occasione attraverso la quale poter dare prova della mia bontà.

Va bene così comunque, non si diventa “imparati” dall’oggi al domani, le stagioni della vita possiedono un loro ritmo che dobbiamo accettare malgrado il continuo tentativo di imporre il nostro di ritmo. Si parte con una percezione limitata del nostro obiettivo, ma non importa, l’importante è averlo percepito dando la stura ad una propulsione che con il “tempo e la paglia” maturerà a puntino facendoci conseguire quanto desiderato. In mezzo a tutto questo la presunta bontà e disponibilità, con l’incapacità di cogliere le reali motivazioni del nostro agire, con frasi ad effetto che rimandano a quanto abbiamo fatto noi mentre gli altri… beh lasciamo stare.

Essere veramente disponibili secondo me, significa cogliere appieno il fatto che ognuno fa quello che vuole, e che il nostro agire sottende la sottile, ma neanche tanto, aspirazione che gli altri si adeguino ai nostri bisogni solo per il fatto che debba essere acquietata l’ansia da prestazione che ci pone a contatto con i buchi neri della nostra coscienza. Un po’ di ansia la sento ancora, qualche volta mi manca la terra sotto i piedi, ma non importa, riconoscendo in questo mio atteggiamento tanto di buono, devo solo accettare che immettendo acqua pulita in una tinozza con l’acqua sporca, l’acqua che tracimerà non sarà pulitissima.

Per dire che cosa? Che ci vuole tenacia e pazienza verificando che l’acqua tracimata sarà sempre meno sporca, e che gli altri non debbono essere a tua disposizione per essere disponibili quando lo si desidera, semplicemente si può essere presi semplicemente all’improvviso, comprendendo un po’ di più la reale disponibilità, dicendo anche qualche no, accettando anche la possibilità di sentirsi non amati. L’argomento è certamente vasto, l’ho solo abbozzato e magari in futuro lo riprenderò, intanto scrivere queste parole mi è servito molto per comprendere ancora meglio ciò che oggi si è palesato come intuizione.

Lo yoga passa anche da qui, le parole non bastano ci vogliono anche i fatti, quindi chiediamo la prossima volta che ci sentiremo defraudati della possibilità di essere buoni e disponibili, quali erano le nostre reali intenzioni. Un mondo si apre a questo punto e se avrete voglia di andare a vedere farete un passo in avanti verso la possibilità di essere innocui e sinceramente disponibili.