La paura… di se stessi

pauraSecondo il mio vecchio dizionario, comprato quando frequentavo le scuole medie, la paura è uno stato d’animo costituito da inquietudine e grave turbamento che si prova al pensiero o alla presenza di un pericolo, vero o apparente. Interessante questa definizione, mi sembra che inquadri bene quella sensazione fastidiosa che a volte contattiamo. Quanto ci rende schiavi la paura? Quanto incatena la paura? Eccone alcune delle più note, di paure: della morte, di non essere all’altezza, di fallire, della solitudine. Mi fermo qui ma la lista si potrebbe allungare in maniera considerevole. Ci viene insegnato, da chi l’ha trasmutata attraverso l’esperienza vissuta nel cuore, che in ultima analisi la paura non esiste, è un’illusione proveniente dal piano delle emozioni e che contribuisce a tenerci in uno stato di confusione.

Ma quando la sperimentiamo è innegabilmente vera e vorremmo liberarcene prima possibile. Da un punto di vista psicologico la paura è una maschera che indossiamo per continuare ad alimentare il nostro tentativo di dominare la vita. In questo modo il nostro sé inferiore agisce indisturbato nel rapportarsi con il mondo o almeno ritiene di farla franca finché non gli ritornano le conseguenze. Spesso la persona impaurita provoca nell’altro delle reazioni emotive opposte tra di loro. Non è detto che vengano sentite entrambe, in genere ognuno di noi ne percepisce prevalentemente una, ma procedono insieme anche se possono comparire una dopo l’altra, quindi sfasate temporalmente. Intanto la nostra reazione rivela che quell’energia risuona in noi ed essendo in atto un attacco al nostro sistema vitale la reazione emotiva automatica provvede a preservarlo da ingerenze esterne.

Comunque la reazione racconta che succede qualcosa quando ci rapportiamo con la paura e finché la coscienza alberga nel regno umano mi sa che non mancheranno le occasioni per sperimentarlo. In particolare, secondo gli insegnamenti di Massimo Rodolfi vi sono delle parti all’interno della coscienza che, essendo legate ad un clima emotivo e mentale distruttivo, utilizzano la paura per rimanere in vita alimentandosi con energie distorte. Pensate all’attrazione indebita che scatenano ad esempio i film horror in alcuni. L’amante del genere trova piacevole sperimentare la paura ma quello che non sa è che sentendo quell’emozione di terrore sta alimentando in lui quelle parti distruttive legate ad aspetti bassi della coscienza, che lo riportano a perpetuare meccanicamente esperienze di un passato che torna così a farsi presente. Soltanto quando si riescono a sentire i limiti che ci sta imponendo il provare l’energia della paura allora siamo pronti ad estinguere quell’antico debito che ci tiene legati a situazioni ormai non più confacenti con la nostra aspirazione di vita. Il processo di guarigione dalla paura porta a raggiungere l’audacia, intanto non sarà tutto e subito, come sempre, ed ha a che fare con la purificazione della natura emotiva della personalità. La maschera perde la presa su di noi quando si riesce a sentire la forza distruttiva sottostante che la motiva.

Questo processo non è un’attività razionale ma un atto di accoglimento che nasce e cresce nel mondo emotivo ed è ispirato dalla parte migliore di noi. Magari il pensiero può dare quel giusto impulso per iniziare il processo e può agire in modo da preservarne lo svolgimento, ma non deve interferire con il suo naturale accadimento. Spesso un certo amor proprio verso se stessi sabota la trasformazione delle energie della personalità e purtroppo in molte occasioni siamo indulgenti con i nostri difetti e poco riconoscenti verso i nostri pregi. La paura lavora al soldo della personalità cercando di sabotare il processo di accettazione di noi stessi, in quanto la parte inferiore teme il confronto con la parte più elevata della coscienza. Insomma in altre parole il sé inferiore, lasciando spazio al Sé Superiore, teme di perdere quell’arma, la paura, che gli permette di mantenere segregata la coscienza nel castello della personalità. Invece, se aspiriamo a stare in pace con noi stessi iniziamo ad ascoltare consapevolmente le nostre emozioni. In questo modo potremo abbattere mattone dopo mattone quella diga costruita dall’orgoglio e dall’autocommiserazione, permettendo così alle acque della vita di ritornare a fluire dentro di noi.