Ottavo mezzo – Samadhi – nona parte

Samadhi3. Quando chitta è assorbita nella realtà (cioè l’idea chiusa nella forma) ed è inconscia di separazione, o del sé personale, si ha contemplazione, o samadhi.

Il mezzo più semplice per comprendere questo sutra è rendersi conto che ogni forma è una qualche vita manifesta. Nei primi stadi della meditazione si è consapevoli della natura della forma e del proprio rapporto con essa. I due stadi in cui si è coscienti di sé e dell’oggetto della meditazione sono del tutto mentali; esistono nella mente.

Segue un altro stadio in cui ci si volge all’interno, al mondo soggettivo, e si prende coscienza della Vita che si esprime mediante la forma. Questa è dimenticata, e l’attenzione va ai rapporti soggettivi e alla qualità, sebbene perduri il senso di separazione o di dualità. Si è ancora coscienti del sé e del non-sé. Comunque, si conosce la similarità qualitativa e si reagisce alle vibrazioni affini.

Nei due stadi di “dharana” e “dhyana” – concentrazione e meditazione – primo fattore è la mente, che opera sul cervello. Un grande maestro indù, Kecidhvaja, così l’esprime “L’anima ha un mezzo: il pensiero. Esso è inanimato. Quando ha assolto il suo compito di liberare, ha servito lo scopo e si ferma” (Vishnu Purana, VI. 7, 90).

Questa verità rende estremamente difficile descrivere o spiegare l’elevato stato di samadhi o contemplazione, perché parole e frasi non sono che il tentativo di trasmettere al cervello quanto gli consenta di intendere e valutare il processo.

Nella contemplazione lo yogi trascende:

  1. La coscienza cerebrale, o le percezioni fisiche di tempo e spazio.
  2. Le reazioni emotive al soggetto della meditazione.
  3. Le attività mentali, sì che tutte le “modificazioni” del principio pensante e le reazioni emotive del desiderio-mente sono soggiogate e lo Yogi non ne è più cosciente. Egli è tuttavia intensamente vivo, positivo e vigile perché cervello e mente sono sotto rigido controllo e non possono interferire.

Letteralmente, ciò significa che la vita indipendente delle forme mediante cui opera il sé reale, è acquietata e dominata, ed egli, cosciente nel proprio mondo, fa pieno uso del cervello, della mente e dei corpi del sé inferiore, suo veicolo o strumento. Egli è perciò concentrato in sé, cioè nell’anima. Ogni senso di separazione, o del sé minore, è trasceso, ed egli s’identifica con l’anima della forma oggetto di meditazione.

Non ostacolato né dalla sostanza mentale né dal desiderio, “entra” in samadhi, che ha quattro caratteristiche principali:

  1. Assorbimento nella coscienza dell’anima, e perciò consapevolezza dell’anima di tutte le cose. La forma è perduta di vista, e si scorge la realtà che tutte le forme celano.
  2. Liberazione dai tre mondi della percezione sensoria, di modo che si conosce e sperimenta soltanto ciò che non è vincolato né dalla forma, né dal desiderio, né dalla mente concreta.
  3. Realizzazione dell’unità con tutte le anime, subumane, umane e superumane. Lo si può esprimere dicendo “coscienza di gruppo”, così come “coscienza separata”, cioè consapevolezza dell’identità individuale, è caratteristica della coscienza nei tre mondi.
  4. Illuminazione, o sensibilità all’aspetto luce della manifestazione. Meditando, lo yogi si riconosce come luce, come punto di essenza ignea. La pratica nel meditare gli permette di focalizzare quella luce su qualsiasi oggetto e di mettersi “in rapporto” con la luce che esso nasconde. Constata allora che essa è una in essenza col suo proprio centro di luce, e quindi comprende, comunica, e si identifica.

Quando concentrazione, meditazione e contemplazione formano un solo atto

sequenziale, si ha il samyama.

Il samyama è la sintesi delle tre fasi della meditazione, attuabile solo quando si è padroni dei tre stadi del controllo mentale, cioè DHARANA- DHYANA- SAMADHI.