Oltre l’apparenza

oltre l'apparenzaLe Upanishad hanno avuto l’intento di rivelare la vera natura della realtà e consegnare le chiavi per la Conoscenza suprema, eliminando l’ignoranza propria della condizione umana.

Le illuminanti intuizioni dei Rishi (i maestri veggenti autori dell’opera suprema del pensiero indiano) costituiscono, secondo una definizione di Aurobindo, un flusso di rivelazione spirituale. Ci troviamo, infatti, dinanzi a insegnamenti destinati a tutti coloro che, appartenenti a qualsiasi cultura e in tutti i tempi, cercano la realtà ultima.

La loro grandezza sempre attuale non deriva dal fatto che le Upanishad siano pregevoli scritti filosofici e religiosi, per giunta sorprendentemente poetici. Esse non sono la manifestazione circoscritta e angusta di una “aspirazione di tipo etico-religioso”, come giustamente rileva Aurobindo.

La visione del corpus upanishadico è di ampio respiro, che “si innalza verso una scoperta infinita di Dio, del Sé, della nostra più alta e totale realtà spirituale di esseri viventi e descrive un’estasi di luminosa conoscenza e un’estasi di partecipe e compiuta esperienza”.[i]

Ecco l’immensità di queste rivelazioni: sono esperienze rivelate. Gli autori veggenti hanno raccontato la Verità vista e vissuta, non semplicemente dedotta e pensata, porgendola ad una comprensione non meramente mentale. Verità da vivere con l’anima, offerte ai ricercatori per favorirne l’unione con il mondo dello spirito, il Reale oltre l’apparenza, oltre il visibile, oltre l’apparente molteplicità della Vita.

I saggi indiani compresero nel senso autentico del termine, tramite esperienza diretta, che al di là della pluralità delle cose vige una sostanziale Unità nella Vita. Essi poterono vivere e quindi raccontare questo stato di assoluta totalità del creato.

I testi upanishadici ci rivelano che il Sé in noi è parte integrante del Sé universale, il principio trascendente, l’Eterno Uno nella moltitudine transitoria: Brahman o Dio. Tutti gli esseri e tutte le cose non differiscono da Brahman perché è in Lui e per Lui che si manifesta l’intero universo delle forme. “Le Upanishad sono inni della conoscenza del Sé dell’universo e di Dio”.[ii]

Questa è la pura Realtà e tutte le cose sono solo le sue sembianze.

Le innumerevoli forme esistenti non sono che “idee-fenomeni che nascono, crescono e si trasformano continuamente; nulla però si distrugge perché tutto è Pienezza.”[iii]

La sofferenza sorge quando l’essere umano perde di vista questa sua natura spirituale e divina e si identifica con la forma.

La grande rivelazione del Vedanta è che tutto è Uno e la percezione dell’individualità separata non è che illusione legata all’apparenza. Il nostro sé, inoltre, essendo identico al Sé dell’universo, mantiene la stessa natura trascendente.

Allora l’Assoluto, che per definizione è indefinibile perché al di là di ogni conoscenza, diventa invece conoscibile. La formula del Vedanta “So Ham”, io sono Lui, ci riporta alla possibilità intrinseca in ognuno di noi di conoscere e sperimentare la verità universale; tramite la conoscenza di se stessi, conoscere l’universo intero.

[i] Aurobindo, Veda, Upanishad , Tantra, http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/maestri/vedaauro.htm

[ii] ibidem

[iii] Raphael, Cinque Upanisad, Edizioni Asram Vidya, 1992 Roma