L’IO, croce e delizia dell’Anima

l'io croce e delizia dell'animaIl discepolo è chiamato a conoscere ciò che si muove nel suo animo. L’impulso divino, il Karma, sospinge all’essere, tutto si dovrà compiere. La perfezione insita nella Vita guida i passi del Creato. Anche i moti più distorti della coscienza umana si risolveranno secondo la Legge. La realizzazione umana viene sancita dal riconoscimento della luce. Prima che l’Anima possa sedere sul trono che le compete, devono essere sconfitte le forze distruttive presenti nella coscienza. Ciò che si oppone al bene dovrà essere trasmutato nel suo opposto. Soltanto quello che è luminoso può costituire il materiale necessario per la costruzione del Tempio della pace.

La personalità non vede di buon occhio la luce, teme le vibrazioni superiori e si nasconde nell’automatismo.   Per lungo tempo la percezione dell’Io comanda l’essere umano e l’egoismo tarpa le ali della libertà. Nonostante ciò non favorisca, nel breve periodo, il contatto con lo Spirito, in realtà è una tappa utile per il trionfo finale. Un Io ben strutturato è necessario per affrontare l’ultima, quella più impervia, parte del viaggio.  Affinché la personalità possa fornire i veicoli adeguati alla discesa dell’Anima, deve crescere in potenza ed integrazione attraverso un lavoro di purificazione.  Il carro che conduce alla vittoria deve essere robusto, le assi, ben tagliate e correttamente assemblate, non devono cedere alle insidie del terreno. Per costruirlo necessita della perizia del miglior maestro d’asce.

I meccanismi della coscienza preservano ed alimentano il sé inferiore fino a quando non irrompe la consapevolezza. La luce dell’Anima arresta l’automatismo, così viene conquistato dello spazio utile per la costruzione di quelle strutture luminose che necessitano di emozioni e pensieri positivi. Soltanto quando la personalità verrà crocifissa nella materia, l’Anima potrà essere libera di manifestarsi completamente.

Nell’attesa della battaglia che deciderà le sorti del mondo, Arjuna conosce il tormento più grande. Quello in cui credeva viene oscurato dalla tempesta scoppiata nel suo intimo. Nonostante Krishna inciti il discepolo ad alzarsi in piedi, Arjuna, preso da se stesso, esita e gli rivolge la domanda :

“ Come potrò io, combattere sul campo di battaglia, trafiggere con frecce Bhisma e Drona, così degni di rispetto e di venerazione, o Arisudana? “ ( BG II,4)

Il Pandava soffre e si tormenta, non riconoscendo la sua essenza è preda dell’illusione.  L’orgoglio gli vela lo sguardo. S’identifica con la personalità e finisce preda delle brame dell’Io. Così il confronto con la sofferenza diviene lacerante. Di fronte all’esperienza del dolore si palesano i pensieri più reconditi, anche quelli più distruttivi. Abiurare se stessi è un comportamento umano che dovrà essere purificato attraverso il fare sacro (sacrificio). Il male si palesa quando si tradisce la propria natura. Arjuna è fiero di essere un guerriero, eppure sotto la spinta dell’Io, per non soffrire, arriva a pensare di barattare la sua missione con un’altra condizione :

“ Meglio vivere elemosinando che uccidere questi venerandi maestri. Essi sono i miei maggiori; uccidendoli, godrei piaceri e ricchezze macchiati di sangue.” (BG II,5)

Nonostante la via sembri smarrita, il riscatto è vicino, nella notte più nera anche la stella più lontana può indicare il cammino.