La nascita e la morte secondo l’Antica Saggezza

la nascita e la morte l'antica saggezzaLa nascita e la morte sono le esperienze più significative della vita. Il lungo procedere verso la meta della Reintegrazione ci vede fare i conti con due passaggi fondamentali, due porte verso altre dimensioni che destabilizzano la relazione della coscienza con il tempo e lo spazio.

Di fronte alla nascita e alla morte si piegano tutte le variabili fisiche e il vorticare dei fenomeni riprende un nuovo assetto, una nuova opportunità viene in essere. La nascita ci mette di buon umore, il nuovo arrivato porta con sé il fresco ricordo del mondo dell’anima tanto da inebriare chi incontra. La tenerezza del corpo di un neonato sprigiona il dolce nettare del cielo, resta difficile rimanere indifferenti a cotanta bellezza.

Invece la morte porta tristezza e disperazione. I cari del defunto percepiscono il trapasso come una fine, la rottura di un ordine costituito che porterà soltanto sventura e dolore. In parte è così, in quanto le certezze su cui si era aggrappata la personalità vengono meno, ma tutto ciò è temuto e contrastato perché la visione allargandosi darà vita a nuove opportunità. Uno sguardo meno offuscato dall’illusione dell’attaccamento alla materia può iniziare a fare i conti con il continuo fluire della vita.

Nascita e morte fanno parte di un ciclo unico come l’alba e il tramonto, sono consequenziali. Nessuno dei due può essere considerato senza che l’altro venga richiamato immediatamente.

Se è certa la morte per chi è nato, altrettanto certa è la nascita per chi è morto. Perché dovrebbe causarti afflizione ciò che è inevitabile? ( BG II, 27)

Il Divino Maestro nell’istruire Arjuna non si limita a rivelare l’Antica Saggezza, ma gli indica una strada ben precisa. Nel Samkhya vi è tutta la conoscenza necessaria per emanciparsi dall’abbraccio con la materia, ma come fare affinché quella sapienza divenga esperienza reale e non soltanto un volo pindarico della mente?

Gli esseri sono non-manifestati all’inizio del loro esistere, manifestati nel mezzo e di nuovo non manifestati nella loro disintegrazione. E’ motivo questo di afflizione? ( BG II,28)

Un Realizzato comunica l’essenza della vita, affronta i misteri più grandi e li risolve con una semplicità disarmante. Il modo di operare di un Maestro si riconosce nel grado di libertà che lascia all’interlocutore. Krishna rivela ad Arjuna verità preziose e al contempo, senza pretendere che le capisca, gli indica la via per conoscerle.

L’afflizione impedisce di vedere l’opera incessante della manifestazione divina: tutto è perfetto in sé in quanto ciò che si palesa risulta divenire uno dei mattoni della stessa creazione. In ogni attimo si esprimono e vengono reintegrate tutte le infinite possibilità dell’essere.

Krishna ci richiama alla vita invitandoci a vivere il fluire degli eventi senza affliggerci, nello specifico, nella successiva parte del secondo capitolo introdurrà il Sentiero dello Yoga, la pratica che unisce con la Vita riducendo le afflizioni.