La luce della Bhagavad Gita – terza parte

Luce della bagavad gita“Questo antico yoga ti è stato oggi rivelato,
 perché sei mio Devoto e mio Amico
– questo è il sommo segreto.”
Bhagavad Gita (IV,1)

La luce che emana la Bhagavad Gita orienta il pensiero e lo indirizza verso la Vera Natura. Nello stesso modo in cui opera un Maestro di Saggezza, la Gita illumina il Sentiero. Gli steccati che mantengono separati tra loro le persone vengono eretti dagli uomini non dai Maestri. La luce della Verità è integrale, risolve la divisione in un respiro di vita che ossigena ogni tessuto della manifestazione senza distinzione alcuna. Nella Bhagavad Gita la descrizione della differenza formale esistente tra i diversi tipi di yoga analizzati viene utilizzata come un passaggio necessario, un tunnel da attraversare, per sbucare nell’unione dell’essenza. Dall’inizio dei tempi conosciuti la Tradizione accompagna il cammino del genere umano. La luce, sempre uguale a se stessa, viene emanata da chi ha raccolto la torcia della Vera Conoscenza. Grandi Anime come Patanjali, Buddha, Gesù e Shankara hanno trasmesso nel tempo degli insegnamenti tradizionali che si abbracciano l’uno con l’altro come dei fratelli riuniti in un giorno di festa. Provengono dall’Unico Padre e sono stati allevati dalla stessa Madre come potrebbero tagliare le loro radici insegnando la differenza? Nei loro insegnamenti non troviamo il germe della divisione che invece alimenta abbondantemente la visione umana. Quanto ancora il genere umano dovrà brancolare nel buio dell’individualismo intento ad affermare i propri bisogni a discapito delle necessità altrui. La presunta ragione è il moggio da cui deve essere tolta la candela affinché possa servire a molti. I Maestri orientano la sensibilità individuale verso la Legge di cui ne sono custodi. Avendola compresa in se stessi costituiscono un ponte sicuro che unisce il cielo e la terra. L’umanità non è mai stata lasciata sola. Di tempo in tempo questi esseri hanno preservato l’acqua della Vita offrendola agli assetati. Neanche una goccia è andata sprecata, ognuno è stato dissetato secondo la sua necessità, così sorso dopo sorso l’anima pronta ha trovato un terreno migliore per la sua venuta. Leggendo la Bhagavad Gita si evince che vi sono dei tempi più favorevoli a riconoscere la luce e altri dove l’oscurità sembra farla da padrone. Krishna racconta che lo yoga conosciuto dai Rishi si perse con il trascorrere del tempo. Per questo possiamo può intuire quanto l’oscurità abbia progressivamente avvolto l’essere umano. Tutto ciò, secondo la Tradizione, coincise con l’immersione progressiva della coscienza nell’epoca del Kali Yuga. Vivendo in questa era prettamente materialista l’essere umano si riconosce più facilmente negli aspetti più superficiali dell’esistenza rispetto quelli più leggeri dell’essenza. Di questi tempi molto sembra smarrito e la fatica è grande per rimanere sulla retta via. Ma ancora una volta l’umanità ha in sé tutte le potenzialità per uscire dal pozzo nero in cui è precipitata. Non ci manca niente per vivere sulla terra fraternamente. Magari è proprio questa rovinosa caduta che favorirà la definita conquista della luce. Dall’alto stanno calando una corda per poter risalire. Come sappiamo una corda è un insieme di fili intrecciati capaci, così, di reggere sforzi di trazione. Lo yoga è imperituro, concilia in se tutte le conquiste passate e future dell’umanità. Ancora una volta è stato rivelato agli uomini il sommo segreto. Chi ha orecchi per intendere lo potrà ascoltare interiormente e chi è in contatto con il proprio cuore potrà far risuonare il suono della verità. Colui che raggiunge la pace ci dona quello che è più prezioso. Un dono puro e inestimabile che ci richiama a trovare in noi quella luce a cui aspiriamo. Come il riverbero del fuoco, in una notte fredda, ci spinge ad allungare le mani per trovare nel calore della fiamma tepore e consolazione.