La libertà di essere se stessi

Se aspiriamo alla libertà iniziamo a renderci conto di essere bloccati. Ma siamo sicuri di conoscere cosa ci tiene imprigionati? Di norma individuiamo negli altri i colpevoli della nostra vicende e così ci affanniamo a risolvere i problemi prendendo come riferimento l’esterno della coscienza. Per cui a turno divengono nemici da sconfiggere o compagni di cammino la moglie, il marito, la suocera, la mamma, i fratelli, gli amici, i colleghi e il capoufficio. Ognuno di loro comunque rappresenta una possibile minaccia al mondo ideale che ci ostiniamo a mantenere in vita e ciò che li accomuna è la possibile vicinanza alla nostra interiorità.

La chiave di volta per risolvere la nostra sofferenza sembra proprio risiedere al nostro interno. Così ci insegna lo Yoga ed è ciò che dovremo andare a vedere attraverso il vivere quotidiano. Possono occorrere diverse vite per comprendere che i nostri problemi non dipendono dagli altri,ma unicamente da come ci comportiamo e muoviamo nel mondo. D’altra parte tutto ciò nello Yoga viene definito in maniera netta ed inequivocabile come legge del Karma. La nostra consapevolezza reale del Karma si ferma alle dinamiche della personalità e di come si esplicano le emozioni nelle relazioni. Questo è il vero campo di battaglia per il discepolo della nuova era.

Nonostante ci interessiamo di spiritualità spesso rimaniamo sopraffatti dalle forze distruttive che albergano nella nostra coscienza. Perciò rimaniamo interdetti e tra noi e noi diciamo:” ma come proprio io che sono tanto buono guarda cosa mi tocca sopportare”. Dato che non amiamo minimamente l’imperfezione, quando ci rendiamo conto di essere limitati cerchiamo subito di aderire al modello vincente che ci viene proposto dal Maestro : “Qual è, o Keshava, il segno dell’uomo saldamente stabilito nella saggezza e immerso in samdhi? Il saggio dall’intelligenza stabile, come parla, come si siede, come cammina?” (BG II, 54)

Con questa frase il valoroso guerriero Arjuna mostra al mondo e a se stesso quanto è ancora schiavo del giudizio. In cuor suo sa che non può cancellare l’inquietudine che lo assilla con altre norme di comportamento, per cui non gli rimane che svelare la sua vulnerabilità. Le sue parole non sono più sostenute dalla presunzione di sapere. Arjuna non ha paura di mostrare di essere goffo e poco intelligente al cospetto del Maestro. Chiede per migliorarsi. Così nel cercare di capire come realizzare se stesso si apre alla vita,compie un gesto di accoglienza e l’autocritica deve cedere il passo.

Infatti Sri Krishna lo premia rivelandogli:

“ Quando un uomo allontana dalla sua mente tutti i desideri, o figlio di pritha, e trova solo soddisfazione nel Sé e dal Sé, si può dire che egli è saldo nella saggezza”( BG II, 55)

I desideri quando sono ricondotti alla loro funzione di spinta costituiscono il trampolino di lancio verso l’immersione nella vita. Altra cosa invece è quando ci spingono a desiderare altro, cioè a non accontentarsi di ciò che siamo. La dinamica distruttiva del Karma ci porta ad allontanarci da noi stessi alla ricerca di un io ideale che ci tiene prigionieri tramite la frustrazione di non essere adeguati. In questo modo sarà possibile fare veramente i conti con le forze centrifughe presenti nella coscienza e una volta esaurito il loro potenziale obnubilante della coscienza potremo tornare con un’ umiltà perfezionata a vivere il Regno dei Cieli dentro e fuori di noi come ci ha insegnato il Maestro Gesù

Liberare noi stessi dalle pastoie del mondo è riscoprire la naturalezza del piacere di stare con noi stessi in mezzo agli altri. Magari ancora non siamo pronti per vincere quest’ultima battaglia, ma nel frattempo possiamo interrogarci su come possiamo migliorare il nostro modo di stare nel mondo senza ascoltare le false promesse dell’io. Allora il nostro cuore potrà accogliere tutta la pace che la personalità desidera e che l’Anima irradia.