La dolce serenità del fare

la-dolce-serenita-del-fare“Tu hai diritto all’azione, ma in nessun caso ai suoi frutti, non devi compiere l’opera per i frutti che essa ti procura, ma nemmeno devi attaccarti alla non-azione.” (BG II,47)

Nel regno umano si apprende l’arte della creatività. L’agire, nonostante si palesi attraverso una gradazione di modalità distruttive o costruttive, è la mediazione possibile tra le energie profonde e l’individualità. La coscienza ha compiuto un lungo viaggio per giungere fino a questo punto. Niente o nessuno ci potrà impedire di plasmare il mondo secondo le pulsioni più profonde. Soltanto l’oscurità che portiamo nel cuore può rallentarci nel terminare ciò a cui siamo chiamati: la Grande Opera.

Krishna ci ricorda che l’essere umano si è conquistato la possibilità del fare. Nel realizzare o meno questa potenzialità vi è la distanza che intercorre tra il discepolo e il Maestro. Arjuna si è sottoposto alle prove del mondo, ne è sempre risultato vincitore, ma adesso si trova davanti l’occasione di conoscere ciò che lo anima. Un’attività consapevole può creare il miglior mondo possibile, mentre un’azione sospinta dalla pretesa diviene una fonte di insoddisfazione perenne. Le aspettative ci allontano dalla gioia e ci tengono sotto scacco. Gli schemi mentali ci mantengono in un ambito angusto in cui l’unica soddisfazione possibile, la vittoria di Pirro della razionalità, rimane il soffocare l’esuberanza della vitalità.

Il fare crea continuamente il mondo, e chi riesce ad unire l’azione con la mente e le emozioni, può salire in cielo. Colui che si muove legandosi ad energie costruttive ha già calcato molte strade. Per prima cosa ha visto il mondo, poi ne è rimasto prigioniero in quanto abbagliato dalle sue forme cangianti, ed infine ha cercato di possederlo chiudendolo dentro una bolla. Ma gli è sfuggito di mano, non poteva contenerlo, ed ha dovuto imparare a tollerare questo suo limite. Così la mente gli è divenuta compagna fedele e le emozioni lo hanno spinto verso il cuore.

L’insegnamento del Maestro mette il discepolo in contatto con l’ anima. In questo verso Krishna insegna ad Arjuna come uscire dalle dinamiche del Karma. Adesso il figlio di Kunti può distinguere il bene dal male. Ha imparato che l’azione senza attaccamento lo conduce verso la luce della libertà, invece l’attaccamento ai frutti dell’azione lo mantiene nella fredda prigione della materia. Il distacco da ciò che si muove in noi è l’unico modo per stare bene con noi stessi. Per godere dei frutti dell’azione bisogna spingersi nei luoghi aformali della vita dove non vi è più distanza tra causa ed effetto. Per contattare stabilmente la gioia bisogna innalzarsi fino al piano dell’anima, cioè dobbiamo imparare a lasciare andare l’attaccamento all’azione e alla inazione.

Per godere dei frutti è necessario vivere come anime, fino a quando non avremo compreso la legge di causa ed effetto,dovremo imparare ad emanciparci dalla sensazione di subire la vita. Il Karma ci ricorda che l’artefice della qualità della nostra vita è ciò che alberga dentro di noi. Per cui dovremo allontanarci dalla distruttività. Invece quante energie sprechiamo in inutili tensioni che potrebbero essere rivolte verso una attività gioiosa e costruttiva. Tutto ciò ci costringe ad inibire la nostra capacità creativa, mentre l’essere umano può divenire un co-creatore.

Da Wikipedia apprendo che il verbo italiano “creare”, al quale il sostantivo “creatività” rimanda, deriva dal “creare” latino, che condivide con “crescere” la radice KAR. In sanscrito, “KAR-TR” è “colui che fa” (dal niente), il creatore.

Quindi perché attendere ancora, ci attende un’azione in sintonia con ciò che alberga dentro di noi. Cerchiamo il Cielo. Purifichiamoci donandoci. Onoriamo l’attività consacrandolo alla fiamma del cuore. Manteniamo il riserbo sulla nostra azione, non ricerchiamo la gloria, apriamoci alla dolce serenità del fare.

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