Il potere del guerriero: essere aderente a se stessi

Il potere del guerrieroL’opera del Mahabharata è un inno alla vita che innalza verso il cielo e contemporaneamente conduce nei meandri della quotidianità. In particolare la Gita rivela come affrontare quelle prove necessarie per vincere il braccio di ferro con la materia.

Krishna, nel secondo capitolo della Gita, dopo aver rivelato la saggezza del Samkhya, decide che è venuto il momento di abbassare la frequenza dell’insegnamento, così porta l’attenzione sul progetto individuale.

Ogni uomo è un componente fondamentale di un gruppo di persone più o meno ampio: può abbracciare una famiglia come spingersi molto oltre fino a toccare l’intera umanità. In questo caso siamo di fronte ad un Maestro di saggezza.

Nel rapporto continuo con la comunità l’essere umano si emancipa dalla sua natura inferiore e percorre il sentiero che conduce in cielo. Il bisogno di prevalere dovrà lasciare il posto al piacere della partecipazione come la necessità dell’appagamento individuale potrà tramutarsi nel senso di appartenenza.

La luce dell’anima si manifesta nell’incontro con gli altri, così il cielo può scendere in terra. Sette sono le strade che conducono ad incontrare la propria anima, ed una di queste è legata alla volontà e al potere. L’archetipo del guerriero incarna bene la ferrea volontà di arrivare alla meta: ogni ostacolo diviene una sfida che deve essere superata costi quel che costi. Chi percorre questo sentiero impara velocemente a dominare sé stesso in quanto vive spesso situazioni conflittuali. Testardo e presuntuoso si caccia nelle situazioni più difficili, tanto che per venirne fuori deve lasciare andare, con una certa urgenza, pezzi della propria corazza. Tutto ciò creerà grande sconquasso nella sua vita, fino a che l’esercizio del potere sugli altri si trasformerà nella volontà di amare, cogliendo in ogni situazione la possibilità di schierarsi dalla parte della vita.

L’amore è l’inizio e la fine di ogni percorso umano. Secondo l’Antica Saggezza è la nostra Natura più profonda per cui amare è aderire a se stessi, essere in sintonia con il Profondo.

E poi, considerando il tuo proprio dovere, non dovresti farti prendere da emozione; non esiste alcun’altra cosa che per uno Ksatriya valga di piú della battaglia combattuta secondo il proprio dovere” ( BG II,31)

Così Krishna plasma l’insegnamento affinché possa essere compreso dal discepolo. Arjuna non deve rinnegare se stesso, anzi viene proprio chiamato ad agire la sua natura di guerriero.

Fare il proprio dovere coincide con il proposito spirituale. Il concetto del dovere, nel pensiero indiano, non contempla la negazione del mondo interiore, anzi piuttosto ne esalta l’emanazione dello stesso, in quanto divenga sempre più espressione diretta del Dharma e quindi di identificazione con la Legge entrostante.