Arjuna chiede al Maestro di essere condotto nel campo della prova

Ajuna chiede al Maestro...“O Achyuta (Krishna), arresta il carro fra i due eserciti in modo che io possa vedere quegli uomini impazienti di battersi e che devo affrontare in combattimento. Voglio contemplare coloro che sono qui raccolti per difendere la causa del perverso figlio di Dhritarashtra” (BG I, 21-23)

Arjuna è un uomo d’azione. Figlio di Indra, si è forgiato attraverso la disciplina e la devozione. Crede nella battaglia come elemento di giustizia e vuole rendergli onore. Come un devoto si reca al tempio per rinnovare la sua appartenenza al divino, il Pandava vuole entrare nel campo della prova per rendere merito alla sua natura guerriera. Chiede al Divino Auriga di arrestare il carro fra i due eserciti. Lo invoca con uno dei Suoi nomi: Achyuta, l’Incrollabile.  Arjuna esprime la volontà di posizionarsi nel mezzo del campo di battaglia, equidistante tra i due eserciti. Vuol trovare il giusto posto, ne percepisce l’importanza, per questo richiama la qualità  della stabilità. Percepisce la Presenza del Maestro e gli affida ciò che gli preme.  Il figlio di Kunti si prepara allo scontro finale praticando l’equilibrio, uno dei mezzi dello yoga. Patanjali, negli Yogasutra, definisce Asana la stabilità nel triplice mondo inferiore. Il Pandava si vuole emancipare dall’eccitazione per lo scontro, ma dall’altra parte vuole gustarne il dolce sapore. Sente l’importanza della posta in gioco e vuole vivere fino in fondo quel momento. Con lo scatto in avanti cerca una posizione migliore dove percepire le forze in campo, una sorta di avvallo che confermi quanto scelto, un punto stabile su cui imperniare l’azione futura. Gli eserciti della luce e dell’oscurità, schierati nella pianura del Kurushektra, si fronteggiano nell’attesa della lotta tra il bene e il male. L’eroe dei Pandava appartiene ad uno schieramento, ma sente la necessità di smarcarsi da tutti prima della contesa. L’unico compagno ben accetto è Krishna.  La corrente della vita conduce il carro di Arjuna nel mezzo del fiume. Lo slancio dell’energia rajasica confluisce nell’inamovibilità dell’essere.  Ogni qual volta si forma il male, sorge una corrente di energia che realizza, prima o poi, un’armonia più profonda. Affinché si compia il volere divino è necessaria una materia pronta ad accoglierlo, è tra il cielo e la terra che si snoda il destino umano.  Nello stare nel mezzo vi è una grande opportunità invidiata anche dagli dei, in quanto la vita scorre tramite il contatto. Anche gli insegnamenti del Risvegliato sembrano in sintonia con quanto insegna la Gita, infatti il Buddha indica nella via di mezzo il sentiero perfetto. In ogni istante la dualità si ripresenta alla nostra mensa. Ogni giorno almeno due possibilità bussano alla nostra porta e soltanto una viene riconosciuta. Finché non capiremo che sono due facce della stessa medaglia non potremo emanciparci dai frutti amari di un passato che ci avvelena. Così  il mendicante assetato si ripresenta alla stessa porta, finché non riceve l’acqua della vita. I corpi sono il vaso in cui cresce il fiore che viene offerto sull’altare del sacrificio. Le radici, piene di fiducia, sprofondano dove il terreno umido lo consente. Allora il ciclo della vita trova la linfa per proseguire.  La mente, officiando il rituale della quotidianità, si eleva ed incontra la luce. I veicoli della personalità vanno purificati e resi alla vita affinché  si compia la fase del ritorno. Ma è proprio nel recinto della individualità che Shiva e Shakti si possono incontrare. Il terreno ben lavorato accoglie il seme che germoglierà in primavera. Passato l’autunno, il vigore primaverile richiama a sé la specificità dell’esistenza. Il carro è il simbolo dell’individualità. La personalità quando è stata sufficientemente purificata,  accoglie la luce dell’anima. Il cocchio è il mezzo che trasporta verso la meta. E’ stato costruito tramite la pazienza e l’abilità del miglior maestro d’ascia e il tratto già percorso ne indica l’affidabilità e la stabilità. Un carro che accoglie, finalmente, l’anima, può compiere il viaggio finale. Secondo i Veda si entra nella luce quando il cocchio è aggiogato . Visto che l’auriga del carro di Arjuna è Krishna, si evince che la direzione della battaglia del Kurushektra è verso la gioia. Tramite le briglie l’Auriga luminoso può direzionare, senza indugio, i cinque cavalli, sulla strada che conduce al cuore. La mente illuminata dall’anima può esercitare il controllo sui cinque sensi. Quando è stato visto l’attaccamento al piacere distorto giunge spontaneo l’amorevole distacco dal male. Il figlio di Kunti vuole  osservare quelle forze delle tenebre che dovrà affrontare. Nel suo cuore non si è ancora radicato il fuoco della vita, ma vi aspira ardentemente. Nonostante non percepisca i principi della giustizia e della legge come l’essenza stessa della sua vita, da tempo, come Kshatriya, li difende  dal male del mondo. Quindi, in accordo con la natura del guerriero, dona se stesso al vigore primaverile dell’esistenza.  Perciò chiede al Divino Maestro di disporre il carro nel mezzo del campo di battaglia.