Arjuna afferra il suo arco, per rivolgersi al cielo

arjuna afferra il arcoAllora, vedendo i figli di Dhritarashtra allineati in ordine di battaglia, e i proiettili che già solcavano il cielo,
il figlio di Pandu, che aveva per insegna una scimmia, afferrò il suo arco, o Signore della terra, e disse queste parole a Hrishikesha (BG I, 20)

Il carro di Arjuna è condotto da Krishna, il Divino Auriga. Uno combatte e l’altro, al suo fianco, guida i cavalli. Entrambi condividono lo stesso spazio, segno di un’amicizia sbocciata. Come due uccelli sullo stesso albero, prima o poi  avviene che la personalità e l’Anima si avvicinano. Il luogo elettivo di questo incontro è il campo di battaglia. Nonostante il mondo spirituale sia il culmine di tutte le azioni, la Gita ci insegna che l’approssimarsi del principio spirituale al mondo materiale avviene nell’azione. La tradizione è piena di simboli duali in movimento. Il viaggio verso il cielo di Indra e Kutsa seduti sul medesimo cocchio e i due cavalieri templari che montano l’unico cavallo, sono solo due dei molteplici simboli della dualità presenti sia in oriente come in occidente. L’attività favorisce l’unione. I due senza l’azione non si conoscono reciprocamente.

L’ampio carro del figlio di Kunti può ospitare il Divino Maestro.  Arjuna è il terzo dei cinque fratelli Pandava. Non è il più “sattvico” tra tutti i fratelli, il maggiore Yudhishthira, era il più puro e Bhima, il minore, il più forte. In lui è palese l’aspetto “rajasico”, ma nel suo intimo ha imparato a far spazio alla gioia. In Arjuna convivono la purezza e la forza, sattva e rajas. Il figlio di Pandu ha praticato i primi due mezzi dello yoga, yama e nijama, in modo da poter  ascoltare i divini insegnamenti. Ha preparato il terreno per la venuta del principio spirituale, così Krishna lo avvicina. L’imminenza dello scontro ha favorito l’incontro tra il Maestro e il Discepolo. L’inizio della battaglia li vede entrambi, in piedi, intenti a risuonare la conchiglia. A questo punto Krishna, Colui che conosce, attende le mosse dell’allievo.

Arjuna, dopo aver visto i proiettili solcare il cielo, afferra il suo arco. Si affida al potere dello yoga per realizzare il suo compito. Ripone molta fiducia in quel mezzo perché, glielo ha donato Shiva dopo che in duello si è dimostrato degno di usarlo. Invece il Maestro è vigile e pronto all’azione, identificato con l’essenza, non reagisce. Il Pandava nell’impugnare l’arco sente fluire la sicurezza e lo slancio vitale. La tensione temperata da una lunga pratica (tapasya) è la qualità che lo contraddistingue. La forza di volontà non manca al miglior arciere della terra. Ha imparato a tendere la coscienza per vincere il mondo. Lo ha addestrato Drona, il più forte tra gli uomini. Tirare con l’arco richiede agilità, armonia, fermezza e costanza. Ma innanzitutto è necessario individuare il bersaglio. Quando l’obiettivo è interiore, l’ostacolo maggiore che si frappone a centrare il bersaglio è il desiderio eccessivo. Arjuna non riesce a scagliare, con precisione, le frecce interiormente, perciò riceverà le giuste istruzioni dal Divino Maestro. Nel figlio di Kunti, l’aspirazione alla conoscenza è potente e ciò lo sospinge nella vita. Il simbolo che indossa (la scimmia Hanuman) racconta di un traguardo conquistato e indica quale strada ha percorso per giungere al Kurushektra.  Conosce la devozione (bhakti) e la dona al mondo, ma i dardi del nemico lo richiamano alla sua natura di guerriero.  Arjuna, brandendo il suo arco, si affida al divino. Così si rivolge a Krishna, il Signore dell’Amore e il motore segreto dell’azione e del sacrificio. Per mezzo della Sua Presenza la creazione continua a manifestarsi, Egli è l’Amico del genere umano. Il figlio di Pandu è fiero di combattere contro l’ingiustizia, sente che l’azione deve essere fatta, ma prima di scendere in campo paga il tributo all’orgoglio. Il figlio di Kunti, prima di combattere vuole vedere chi dovrà passare con la spada. E’ il rito del guerriero che onora la “festa della battaglia”.