Risvegliamoci dall’oblio tecnologico, salviamoci con lo yoga

La vita può anche essere “normale” pur nella frenesia quotidiana dove tutto sta divenendo sempre più difficile, quando a parole, molti se non tutti, vogliono semplificare per poi a loro volta complicare ulteriormente. Il mondo sta letteralmente impazzendo, è come se fossero saltati gli schemi, non che questo sia negativo a priori, semplicemente pare sia stato dato il “rompete le righe”, ognuno per sé e Dio per tutti.

Non so voi, ma mi pare si stia esagerando. Con questo non voglio dire che gli anni scorsi si siano svolti nella più totale tranquillità, niente di tutto questo, semplicemente noto un crescente senso di separazione nelle persone, le percepisco distanti tra di loro, incapaci di creare quella sinapsi relazionale che consenta di comunicare una sorta di umanità, sempre più desueta in questo mondo ormai alienato.

Le persone vivono nel loro mondo e sembra che non ne vogliano scoprire altri, persone che possiedono un vorticare di pensieri che tendono ad elidersi gli uni con gli altri, come in una sorta di stallo, dando la sensazione che la loro mente non possa più contenere altro perché non riesce ad evadere completamente ciò che in questo momento li sta assorbendo. Sempre più in confusione tentano di sottrarsi a questa condizione rifugiandosi in mondi artificiali, dove hanno l’illusione di prendersi il loro tempo, mentre è il tempo che prende loro.

Ognuno nella propria bolla, giorno dopo giorno, cercando tranquillità nella passività, accettando la separazione dalla vita come se fosse la panacea di tutto, senza rendersi conto di scivolare sempre più profondamente, in luoghi dove tutto tanto è uguale, o almeno pare loro. Si fa sempre più fatica a reagire, venendo percepito il tutto come sofferenza, perché abituarsi al brutto significa percepire il bello come minaccioso, avvalorando in questo modo ciò che dovrebbe essere allontanato senza se e senza ma.

L’umanità è in una sorta di incantesimo, preda di una tecnologia che invece di unire, come vorrebbe far credere, crea separazione, alimentando a propria volta bolle di coscienza sempre più spesse dove la luce unificante dell’anima fatica sempre più a penetrare. Ormai le persone delegano al proprio smartphone la loro coscienza, il telefono che diviene ventriloquo dando l’impressione che siano le persone a parlare, come dei pupazzi che prendono vita. Ma quanto sono sole e abbandonate a loro stesse, e quanta tristezza nei loro volti, espressione che deriva dal percepire il tutto come ineluttabile, come se non potesse essere più sovvertito.

Questo mondo che sta andando alla deriva, apparentemente senza timoniere, necessita di un colpo di coda che deve provenire dall’umanità stessa, da ogni singola persona che deve sentire il fuoco di una vita capace di incendiare le coscienze. Bisogna ribellarsi a tutto ciò, ritornando a essere umani, cominciando a comunicare nuovamente, a riprendere l’uso della parola al posto di un linguaggio stereotipato che sta divenendo sempre più stringente ed elusivo. Non ci possiamo abituare a questa tendenza, non possiamo svendere il nostro lignaggio per divenire schegge di un vetro rotto divenuto ormai incapace di riflettere la nostra vera natura.

Nessuno ci incatena se non noi stessi. Nessuno ci rinchiude perché le porte sono sempre aperte, anche se noi le percepiamo diversamente convinti che non si possano aprire… e mentre scrivo questo, i miei “compagni di viaggio”, sul treno che mi sta portando a casa, sono tutti immersi nei loro smartphone, come dei rabdomanti che invece dell’acqua cercano se stessi. Ma in questo modo non si ritroveranno mai, perché come novelli Narciso cadranno nell’oblio tecnologico divenendo parte di esso.

Bisogna invertire questa tendenza altrimenti verremo assimilati e spenti nella nostra umanità, facendoci vivere in un mondo dove tutto diviene indistinto e globalizzato, dove tutto è uguale. Dobbiamo ricordarci però che la nostra umanità si basa sul senso di unicità, che non è un’affermazione tanto per dire, infatti, non esiste nulla di uguale nell’universo. Le differenze generano capacità di condivisione, mentre il tentativo di farci percepire come tutti uguali e omologati, secondo me, è ciò che genera separazione.

Rimaniamo umani, magari anche ignoranti e buzzurri ma umani, non possiamo cadere in balia di un mondo sempre più alieno che tende a spegnere ogni vitalità e passione. Rifuggiamo dunque l’appiattimento, fiduciosi e fieri della vita di cui facciamo parte, cellule sveglie che con la loro “caciara” tentano di impedire che l’umanità si addormenti, senza più calore, come ibernata in attesa di un risveglio in un mondo migliore. Ma il mondo migliore e possibile è adesso, svegliamoci dunque, le nostre vite si costruiscono attimo per attimo e nessuno deve andare perduto.

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Graziano Fornaciari

Graziano Fornaciari

Graziano Fornaciari nasce nel 1961 a Modena, vivendo un'infanzia ed un'adolescenza nella continua ricerca di un'armonia percepita come possibile. Diplomatosi come perito termotecnico, radica, attraverso quest'esperienza, la necessità di amalgamare, per un fine comune, gli elementi della natura: terra, acqua, fuoco, aria. In seguito, partecipa a corsi di comunicazione, nei quali prende contatto con la propria emotività, percependo la necessità di viverla con distacco. La ricerca delle cause della sofferenza lo conducono alla pratica della meditazione, attraverso il Raja yoga, all'interno dell'associazione Atman, di cui diviene insegnante nel 1997. Si iscrive nel 1996 a Energheia, prima scuola italiana di formazione per terapeuti esoterici, diplomandosi nel 1999. Ne diviene insegnante nel 2006 e adesso lavora presso le sedi di Modena e Roma, dedicandosi, consapevole della propria imperfezione, al conseguimento di una maggiore innocuità nei confronti della Vita, nel rispetto di se stesso e degli altri. Inoltre, cura una sezione all'interno della rivista esoterica, on-line “Il Discepolo” prima emanazione della Draco Edizioni casa editrice di divulgazione esoterica. Collabora anche, al portale web Yoga, Vita e Salute.