Rimanere presenti all’Essere anche se immersi nel Fare

rimanere presenti all'essere...Essere, che strana parola oggigiorno qui in occidente! 
Essere potrebbe essere la cosa più naturale per noi umani ma è diventata forse la cosa più difficile. 
In psicologia la parola Essere rimanda al concetto di identità, di Io e di Sé.
 Quando chiediamo a qualcuno: “Chi sei?” ci aspettiamo una risposta che comprenda varie “etichette”, per esempio il nome e il cognome: “sono Mario Rossi”, magari anche un ruolo: “SONO un manager”, più alcune altre caratteristiche che ci permettono di costruirci un’idea della persona che abbiamo davanti, di categorizzarla nel nostro sistema cognitivo, in relazione alle nostre memorie precedenti e in relazione all’idea di chi siamo noi.
Spesso in automatico, durante e appena dopo questo primo “incontro di identità”, noi formuliamo dei giudizi valoriali riferiti alla persona che abbiamo conosciuto e contemporaneamente, per confronto, anche a noi stessi. Per esempio se la persona ci sembra più o meno realizzata professionalmente, se ci sembra più o meno giovane, più o meno popolare, e ci possiamo sentire emotivamente orgogliosi e delusi di noi stessi o della persona che abbiamo di fronte, in base a questi giudizi.
I giudizi di valore sull’Essere, che possiamo osservare continuamente in azione, li agiamo in automatico anche su noi stessi. Possiamo, per esempio, avere un’idea di chi saremmo dovuti essere che non combacia pienamente con quelli che siamo, o che ci percepiamo. Questi automatismi di pensiero creano aspettative continuative su noi stessi e sugli altri rischiando di diventare la nostra mappa per la vita. E così non ci sentiamo felici perché niente e nessuno ci accontenta e ci appaga fino in fondo. Ci impegniamo a fondo per fare una certa cosa concentrati sul risultato e quando lo otteniamo…cerchiamo subito qualcos’altro a cui ambire. Per valere. Per mostrare. Per riuscire. 
Oggigiorno è particolarmente facile produrre giudizi di valore che riguardano il successo, la bellezza, la popolarità, la ricchezza. Viviamo in un mondo frenetico in cui fermarsi un momento sembra quasi impossibile, in cui bisogna tenere tutto sotto controllo, in cui una donna non può permettersi di cercare un’indipendenza economica, di essere donna, di diventare madre, di avere un corpo di carne. Perché la vita va avanti frenetica, la convinzione che ci dice che chi tiene duro vince e chi molla qualcosa perde credo che accomuni molti di noi, uomini dell’era dell’economia e del successo.
 Cosa ci sta sfuggendo dalle mani? 
Non stiamo forse scambiando l’Essere col Fare?
 Una bellissima poesia che si chiama, tradotta, Dice Hokusai di Roger Keyes, recita così:


Dice: non importa se disegni o scrivi libri.b
Non importa se seghi alberi o peschi pescib,
non importa se stai seduto a casa
a fissare le formiche in veranda o l’ombra degli alberi e le erbe che ti crescono in giardino.
bQuel che importa è che ti importi.

Importa che tu senta.
Importa che tu noti.
Importa che la vita viva attraverso di te.

L’appagamento è la vita che vive per tuo tramite. La soddisfazione e la forza
sono vita che vive per tuo tramite.
La pace è vita che vive per tuo tramite.

Dice: non avere paura. Non avere paura.

Guarda, senti, lascia che la vita ti prenda per mano. Lascia che la vita viva per tuo tramite.

Lasciamo che la vita viva attraverso il nostro Essere, rimaniamo saldi nel tentativo di rimanere presenti a noi stessi e di recuperare quella consapevolezza profonda di esistere come esseri umani, al di là di qualsiasi aspettativa di risultato e di successo, al di là di tutte le caratteristiche legate alla forma.

Un bambino si merita presenza e amore solo perché esiste, così come un adolescente, un adulto, un anziano, così come tutti gli Esseri.
La presenza all’Essere è sufficiente all’amore per amare, anche se siamo immersi nel Fare.

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Sara Tancredi

Sara Tancredi

Lavoro a Reggio Emilia come Psicologa Psicoterapeuta a indirizzo sistemico relazionale e come Insegnante di protocolli basati sulla coltivazione della consapevolezza.