Resilienza (l’arte dell’adattarsi)-prima parte

resilienza1parteAl pari della commensura, anche il concetto di resilienza amplia il suo potere di significazione a seconda degli ambiti in cui trova applicazione. L’etimo della parola è già esplicito, riferendosi al latino resilire, cioè “saltare indietro, rimbalzare”. Qualcosa di molto diverso quindi dalla semplice resistenza, che indica una situazione in cui “si sta fermi e saldi contro una forza che si oppone, senza lasciarsi abbattere”. Nel nostro caso si sottintende invece una variazione iniziale dello stato di equilibrio, dipendente da vari fattori, che poi si ricostituisce più o meno celermente. Alla staticità della resistenza si sostituisce pertanto una dinamica di risposta che segnala già nella sua possibile modulazione una capacità maggiore da parte dell’attore, sia che si tratti di un materiale, di una persona, di una comunità o di un sistema, di rispondere con adeguatezza all’impulso della forza agente. Molto spesso, cosa di significativa e rilevante importanza, il nuovo stato di equilibrio si pone ad un livello più alto rispetto al precedente, ma in ogni caso rappresenta il modo più corretto, se non il solo, di adattarsi ad una situazione imprevedibile e comunque diversa dal solito.

Il termine è stato utilizzato a partire dagli anni Trenta in campo metallurgico, e indica la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi, al contrario della fragilità, che è appunto il suo antonimo. La metafora del materiale che resiste e non si spezza è passata nel giro di qualche decennio nella biologia, nell’ecologia e nel linguaggio informatico. In biologia segnala la capacità di un organismo di ricostituire la propria integrità dopo aver subito un danno, in ecologia la celerità con cui un sistema ritorna al suo stato iniziale dopo una perturbazione, in informatica un sistema operativo capace di adattarsi e resistere all’usura.

Il concetto di resilienza ha fatto il suo ingresso negli anni Cinquanta nel campo psicologico, ove si è arricchito di tanti significati e sfumature e in cui soprattutto ha trovato le più diverse possibilità di applicazione: naturalmente non si scopre nulla di nuovo, perché il concetto è già presente nei miti greci, viene ripreso dalla psicanalisi con il termine di “difesa” ed ora ridefinito come “adattabilità attiva” tra fattori di rischio e fattori di protezione, con un gradiente di rischio che viene misurato dal rapporto intercorrente fra i primi e i secondi. Si comprende facilmente come d’altro canto esso possa essere trasferito dal piano personale a quello di una comunità, prossima o estesa che sia. Un esempio chiaro di “comunità resiliente” è quello offerto recentemente dalla città di Detroit, negli U.S.A., spopolatasi in maniera drammatica a causa del crollo della G. Motors e della brutale deindustrializzazione, con il Comune in dichiarata bancarotta. Ebbene, quella città è ora meta di tanti ricercatori e attivisti di tutto il mondo, interessati alle “pratiche collaborative” dei suoi abitanti superstiti, come gli orti di comunità, le fabbriche trasformate in parchi giochi, le reti di vicinato. Forse qualcuno si ricorderà che Detroit deteneva sino a qualche tempo fa il triste primato di essere una delle aree a più alto tasso d’inquinamento e di criminalità del pianeta! Passo dopo passo ho intenzione di dimostrarvi che la RESILIENZA non è solo una possibile dote della personalità, ma soprattutto che, al pari della COMMENSURA, è una qualità dell’anima. Non andrò quindi a disquisire su tutti gli aspetti della resilienza, su come essa si manifesta nelle varie situazioni, sulle varie teorie antropologiche e sociologiche che sono alla base delle sue applicazioni, ma cercherò come al solito di vederla alla luce del piano dell’anima, di cui essa costituisce  una imprescindibile modalità di espressione nel rapporto complesso con le forze dei piani più densi. A chi come noi ha l’ambizione di porsi su un piano più alto di osservazione, non interessa partecipare al dibattito che ancora oggi divide gli studiosi di psicologia: la resilienza si deve ad una qualità della singola personalità o piuttosto ad un processo dinamico presente in  maggiore o minor misura nei vari contesti, familiari, culturali, sociali? Ritengo assolutamente sterile un dilemma del genere, perché figlio della mente duale e separativa, molto simile nella sostanza alla “vexata quaestio” se siano più influenti i fattori ambientali o piuttosto le connotazioni stimmatiche con cui veniamo al mondo, nella strutturazione caratteriale di un soggetto. Sono reali e operanti entrambe le componenti, ma noi che abbiamo il merito e il privilegio di occuparci di scienze esoteriche affermiamo in piena coscienza che nulla è dovuto al caso: il KARMA, con le sue dinamiche e le sue immagini impresse nei chakras, determina ciò che siamo e crea una dimensione di vita ad esso affine e funzionale, mentre il DHARMA ci indica quale sia il nostro ruolo e il nostro posto in ogni momento nel grande gioco della Vita. I vari distinguo e i dibattiti che ne conseguono appartengono alla mente analitica, cioè ai sottopiani più bassi del piano mentale. Dovrebbero servire a catalogare e ad approfondire, ma poiché non riescono a cogliere la realtà della Vita, rispondendo più spesso ai bisogni dell’ego, tante volte creano solo confusione e smarrimento. Le moderne scuole di psicologia hanno fatto del concetto di resilienza una sorta di paradigma, con tutte le potenzialità ma anche con tutti i limiti che questo termine comporta. Positivo quindi il fatto che nessuno ne discuta più l’importanza nel mosaico caratteriale dell’uomo evoluto e che se ne approfondiscano varianti e applicazioni nella realtà sociale del nostro tempo. Negativo il fatto che se ne banalizzi il significato più profondo dal punto di vista dell’anima, pretendendo di farne un distintivo da appiccicare a destra e a manca o un’etichetta di comodo per certi personaggi o situazioni, insomma un dato caratteriale come tanti altri. E sarà proprio della sua più profonda valenza che ci occuperemo in un prossimo articolo.

Fonti e bibliografia: Resilienza (Marco Belpoliti)

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Giorgio Minardo

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo nasce a Modica il 26-02-1951. Sin dall’infanzia rivela una grande curiosità e voglia di conoscere il mondo in tutti i suoi aspetti e si appassiona allo studio della Geografia, della Storia, della Lingua e Letteratura italiana, della Filosofia, delle Scienze Biologiche. Si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1977 a Bologna, ove consegue anche la specializzazione in Ortopedia e Traumatologia. Comincia a interessarsi alla filosofia esoterica sin dai primi anni '80, prima attingendo all’insegnamento dei Maestri del Cerchio Firenze '77, poi estendendo la sua ricerca sia alla Tradizione sia Orientale che Occidentale, specialmente “rosacrociana”. Si diploma in Omeopatia nel '99, cercando di coniugare le sue conoscenze con la professione di medico e nasce così l’interesse per la Medicina Olistica. Consegue il 2° livello di Reiki nel 2003, in seguito approfondisce la conoscenza del Raja Yoga diplomandosi nel 2010 alla Scuola Energheia di Terapia Esoterica, creata dal Maestro Massimo Rodolfi, fondatore dell’Associazione Atman e della Draco Edizioni. Ha frequentato e frequenta tuttora i corsi di Agnihotri. Si occupa anche per diletto di estetica letteraria e musicale.