Resilienza (il rodaggio dell’anima) – seconda parte

Resilienza-240x240A volte il linguaggio ordinario si fa metafora di straordinarie verità, se solo si è capaci di coglierne il senso che è dietro la lettera. Pensiamo al francese roder, “levigare per attrito”, da cui poi deriva rodage, cioè rodaggio. Poche parole che sono in grado di offrire una risposta efficace ad un quesito di ordine metafisico: cosa spinge l’anima, che è di per sé un principio perfetto, assimilabile infatti in tutte le Tradizioni al Maestro interiore o al nostro Sé superiore, a calarsi nei piani più densi, ovverossia ad incarnarsi? La risoluzione dei nodi karmici si configura allora come un percorso obbligato da compiere o una dinamica da vivere, dandoci conto dell’ “attrito” da sperimentare e della sua necessità ontologica, perché è grazie proprio a siffatto attrito, e per estensione all’esperienza dell’anima nella materia, che essa è in grado di acquisire quella resistenza spirituale che va ad illuminare il suo corpo di manifestazione –il Corpo Causale- preparandone il successivo dissolvimento nello Spirito Assoluto, quello che viene chiamato “il ritorno alla Casa del Padre”.
Alla luce di quanto detto, il concetto di RESILIENZA acquista un rilievo e un significato che va ben oltre l’angusto limite che comunemente gli si attribuisce, divenendo la modalità operativa prioritaria scelta dal processo evolutivo nel rapporto fra l’impulso vitale e l’inerzia della materia: in base allo stimolo esterno, per quanto violento e destabilizzante possa essere, la creatura, a seconda del suo livello evolutivo, sceglie una gamma di risposte che si allontanano progressivamente dall’automatismo azione-reazione per acquisire un modello comportamentale molto più vario e raffinato, connotato da adeguatezza e proporzionalità tra input e risposta, portando in tempi più o meno brevi ad nuovo stato di equilibrio che spesso rappresenta un salto qualitativo anche solo nell’ottica di comprensione ordinaria. Se poi siamo in grado di vedere le cose “sub specie aeternitatis”, potremo allora considerare che anche non ravvisando un progresso effettivo negli effetti di un cambiamento, l’anima ha comunque bisogno per temprarsi, di diversificare le sue esperienze. Di frequente inoltre il carico di sofferenze che affligge la personalità in questi passaggi non è affatto ingiustificato, per un verso dipendendo da fattori karmici, individuali e collettivi, difficilmente valutabili, per un altro essendo direttamente proporzionale alla resistenza che il singolo o la collettività oppongono al cambiamento stesso. Cataclismi planetari e conflitti sanguinosi sono a volte inevitabili proprio per questi motivi.
Proprio perché la resilienza non è un punto d’arrivo ma un percorso fatto di tappe progressive, non è necessario essere dei super-eroi per cominciare a metterla in pratica, anche se a certi livelli solo un grado elevato di consapevolezza può consentirci di viverla pienamente, senza lasciarci influenzare più di tanto dagli eventi e mantenendo, per dirla con le parole di F. Battiato, “un centro di gravità permanente”. Si può iniziare dalla citazione di Nietzsche “Quello che non mi uccide mi rende più forte” e dalla filosofia stoica, la quale afferma che opporre resistenza alle linee del destino oltre che essere inutile è anche fonte di ulteriore sofferenza, per arrivare via via ad una sapiente modulazione di risposta alla tipologia di eventi che ci riguardano. Per raggiungere questo livello è necessario peraltro avere acquisito la qualità della COMMENSURA, di cui abbiamo ampiamente parlato nei nostri precedenti articoli: se non abbiamo il senso della misura – nel grande come nel piccolo – non solo non riusciamo a cogliere la reale portata degli accadimenti, ma non possiamo neanche ipotizzare un adeguato tipo di risposta agli stessi. Giungiamo così… “là dove osano le aquile”… sul gradone più alto della “piramide dei bisogni” di A. Maslow, ove il grande psicologo americano pone i soggetti autorealizzati (invito i miei lettori a consultare i miei articoli sull’argomento nell’archivio del settore “salute”): a questo livello la resilienza fa parte del corredo indispensabile per la definizione di un magnifico ritratto d’uomo della Nuova Era insieme a tante altre qualità alle quali si accompagna o di cui costituisce una irrinunciabile componente, quali l’humour, l’ottimismo, la creatività, l’anelito al trascendente. E così la resilienza può addirittura mutare il nostro vocabolario di vita, trasformando i problemi in opportunità, i rischi in avventure, i pericoli in sfide, l’intolleranza in accettazione, considerando ogni forma di diversità etnica, culturale e religiosa come una possibilità di arricchimento e non come una potenziale minaccia. E muta anche il nostro standard di vita perché cambia la nostra percezione della realtà che ci circonda, rendendoci agili, leggeri, flessibili, disposti a modificare noi stessi piuttosto che gli altri, in grado di trovare la bellezza anche nelle cose semplici e godere di esse, alla riscoperta della nostra originalità e unicità in seno al Creato.
Non dobbiamo pensare che siffatte qualità siano patrimonio solo dei soggetti illuminati e che siano quindi rivelatrici di uno stato di perfezione al di là da venire. Maslow stesso sottolinea che non si tratta di persone perfette, ma spesso suscettibili di andare incontro a periodi di crisi e di difficoltà che sono però in rapporto al loro momento evolutivo e non mettono mai in discussione i loro valori e la loro concezione di vita. Il problema semmai sta nel fatto che secondo i calcoli di Maslow solo il 2% degli uomini è attualmente ascrivibile a questa categoria, ma sta a noi scegliere se essere il sale o la gramigna del mondo.
Mi preme invece considerare che per sviluppare resilienza sono di enorme aiuto due qualità che solo in apparenza si contrappongono, ma che invece si completano a vicenda: LA CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO RUOLO NEL CREATO e L’UMILTA’. La prima è correlata ad un’esperienza con il Divino non di tipo religioso, ma spirituale, ossia di appartenenza ad un organismo più grande di cui ci si sente parte attiva, partecipi della sua evoluzione e compresi della sua sacralità. In questo modo si acquisisce grande dignità, responsabilità e autostima, perché Dio si fa ”interno” a noi, mentre l’umiltà ci consente di non perdere mai il senso della misura e di cogliere sempre i nostri limiti, che sono soprattutto “percettivi”: Giobbe sopporta tutto il sopportabile e anche di più, ma lui e i suoi amici non possono umanamente fare a meno di chiedersi il perché della sofferenza del giusto e non riescono a risolvere il problema fino a quando, alla fine della storia, non gli risponde lo stesso Dio: “Quando io ponevo le fondamenta del mondo, tu dov’eri?”(Giobbe 38, 4). In altre parole, non si può giudicare l’operato divino dal punto di vista umano: quindi, o Padre, sia fatta la Tua Volontà, non la nostra. Pace e Bene a tutti coloro che s’impegnano a divenire resilienti ogni giorno di più, levigando la propria anima nell’attrito con la durezza della materia!
Fonti e bibliografia: Wikipedia, enciclopedia libera – “Psicologie transpersonali” (Charles T. Tart) Ed. Crisalide – Il libro di Giobbe

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Giorgio Minardo

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo nasce a Modica il 26-02-1951. Sin dall’infanzia rivela una grande curiosità e voglia di conoscere il mondo in tutti i suoi aspetti e si appassiona allo studio della Geografia, della Storia, della Lingua e Letteratura italiana, della Filosofia, delle Scienze Biologiche. Si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1977 a Bologna, ove consegue anche la specializzazione in Ortopedia e Traumatologia. Comincia a interessarsi alla filosofia esoterica sin dai primi anni '80, prima attingendo all’insegnamento dei Maestri del Cerchio Firenze '77, poi estendendo la sua ricerca sia alla Tradizione sia Orientale che Occidentale, specialmente “rosacrociana”. Si diploma in Omeopatia nel '99, cercando di coniugare le sue conoscenze con la professione di medico e nasce così l’interesse per la Medicina Olistica. Consegue il 2° livello di Reiki nel 2003, in seguito approfondisce la conoscenza del Raja Yoga diplomandosi nel 2010 alla Scuola Energheia di Terapia Esoterica, creata dal Maestro Massimo Rodolfi, fondatore dell’Associazione Atman e della Draco Edizioni. Ha frequentato e frequenta tuttora i corsi di Agnihotri. Si occupa anche per diletto di estetica letteraria e musicale.