Quanto più sappiamo, tanto più sappiamo di non sapere (dimostrazione iconografica)

unnamedPrima di dedicarci con cognizione di causa alla dimostrazione di quanto affermato nel titolo del nostro articolo, ritengo indispensabile sgombrare il campo da un possibile equivoco, che deriva dal diverso significato che attribuiamo al concetto di CULTURA. Scartiamo a priori la cultura come sinonimo di nozionismo, complesso di nozioni privo di ogni organicità, sistematicità ed elaborazione sintetica. A meno che non riguardi un’area specifica del sapere, nel qual caso potrebbe avere una qualche rilevanza di tipo “tecnico”, la sua importanza per la Vita è pressoché nulla. Consideriamo invece la cultura nella sua accezione migliore, quella di una summa di conoscenze nei vari campi dello scibile tramandateci dagli avi, dalle tradizioni, dagli eventi del passato, codificate in varie forme e affidate alla nostra custodia perché siano sviluppate dal nostro contributo personale e generazionale e poi consegnate ai nostri discendenti. Anche in questo caso però la discriminante è data dalla possibilità o meno che le nozioni acquisite siano utilizzate per migliorare se stessi e rapportarsi meglio con gli altri e con la Vita. Altrimenti tutto il nostro sapere si traduce in un gigantesco inganno frutto dell’illusione della separatività, caratteristica prima della PERSONALITA’. Se la conoscenza diventa fine a se stessa va inevitabilmente ad alimentare il nostro ego, non solo non contribuendo al bene comune, ma aumentando addirittura il nostro distacco dalla realtà e dalla comprensione della stessa. Chi partecipa ai congressi conosce benissimo il triste spettacolo offerto da tanti luminari che magnificando i propri risultati in opposizione a quelli degli altri sembrano piuttosto mettere in mostra il proprio ego ipertrofico che offrire la loro esperienza al progresso della scienza in cui credono di eccellere. Ma anche sul “Sentiero” è in agguato un grande rischio, quell’ “orgoglio spirituale” da cui tanto i Maestri ci mettono in guardia: crediamo di essere più avanti e migliori rispetto ai nostri simili, e non ci accorgiamo che così ci incartiamo letteralmente nelle spire della nostra personalità, perdendo di vista i lati oscuri su cui dobbiamo ancora lavorare, per sprecare tempo a pavoneggiarci delle nostre presunte acquisizioni. In tutti i casi suddescritti vale così l’affermazione che “quanto più sappiamo, tanto più crediamo di sapere”.

Poiché a noi interessa invece dimostrare la veridicità dell’affermazione che fa da titolo alla nostra discussione, bisognerà introdurre una nuova definizione della cultura, intesa come culto di Ur, ossia culto della Luce, in quanto “Ur” significa “luce” e corrisponde al “Nur” del sufismo islamico. In questa accezione la parola “cultura” va molto al di là della semplice Conoscenza, perché ad essa accosta inseparabilmente anche i concetti di Armonia e di Bellezza, espressioni tutte della Luce Divina dal cui utero cosmico è stato generato il mondo. In questo senso la cultura cessa di essere un potenziale e vanaglorioso attributo della nostra limitata personalità, per diventare invece un potente canale di manifestazione a livello terreno, ossia dei piani più densi ed oscuri, di quella Luce Celeste che pervade i piani più alti del Creato. Interpreti magistrali di questa elevata concezione della cultura sono stati i coniugi NICHOLAS e HELENA ROERICH, di cui ci occuperemo in prossimi articoli.

Posta questa doverosa premessa, entriamo nel vivo del tema. Nell’ambito del discorso sulla Commensura, argomento che ho trattato in precedenti articoli a cui rimando il lettore interessato, avevo già accennato all’Umiltà quale dote complementare e necessaria a quella per raggiungere un equilibrio di discernimento e quindi di azione. Nella sublime intuizione socratica “So di non sapere… e per questo forse l’Oracolo di Delfi mi ha definito il più saggio tra i mortali”, non si rileva solo la quintessenza dell’umiltà, ma si cela altresì una profonda consapevolezza del proprio bagaglio di conoscenze, tutt’altro che modesto, anche se riconosciuto comunque irrilevante in confronto all’incommensurabile vastità dell’Esistente. Il lato paradossale della storia sta però nel fatto che la capacità di percepire l’insondabilità del mistero della Creazione e la complessità delle manifestazioni della Vita – ovvero di riconoscere la nostra limitatezza – Perché queste non sembrino solo argomentazioni teoriche, mi propongo di dimostrare iconograficamentetale assunto, di modo che quanto detto non lasci adito a dubbi interpretativi.

LEGENDA:

  • Lo sfondo della pagina è la “Coscienza Assoluta”
  • I cerchi rappresentano i vari centri di coscienza
  • Le aree dei cerchi corrispondono a sempre maggiori livelli di consapevolezza (N.B.: le proporzioni sono puramente indicative!)
  • Le circonferenze indicano i confini delle coscienze soggettive con la Coscienza Assoluta, e        rivelano il livello di percezione dell’Assoluto da parte dei vari centri di coscienza sia dal punto di vista quantitativo (la diversa lunghezza) che qualitativo (i maggiori o minori punti di contatto sono come diverse “finestre” affacciantesi nell’oceano cosmico della Realtà).

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Se quindi il nostro sapere è affidato ad una summa di nozioni teoriche ed astratte, non funzionali alla Vita, corriamo il rischio di chiuderci in una bolla ad espansione che esprime il lievitante orgoglio della nostra personalità. Se invece la nostra cultura poggia sulle solide basi della conoscenza delle Leggi della Vita, sullo sforzo di riconoscerle nella dinamica degli avvenimenti, sulla volontà di applicarle in ogni occasione della nostra esistenza, sia pure nella consapevolezza dei nostri limiti, allora sì ci renderemo conto che quanto più sappiamo, tanto più sappiamo di non sapere. Come la rappresentazione iconografica ci dimostra, aumenteranno i ponti che dal nostro piccolo si protenderanno verso l’Infinito, e ci soffermeremo sulla sua soglia come Leopardi dietro la siepe del suo ermo colle, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quietenel pensierfingendoci. E non ci dispiacerà, come al grande poeta, che la nostra mente razionale vacilli e s’anneghi, poiché… il naufragar ci sarà dolce in questo mare.

Fonti e bibliografia:  Mustafa Shams Yoga – La luce del Sole nel Corano e nei Veda – Associazione Pax Cultura (Riflessioni sul fondatore ed ispiratore di Pax Cultura)

G. Leopardi (L’infinito – Canti)

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Giorgio Minardo

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo nasce a Modica il 26-02-1951. Sin dall’infanzia rivela una grande curiosità e voglia di conoscere il mondo in tutti i suoi aspetti e si appassiona allo studio della Geografia, della Storia, della Lingua e Letteratura italiana, della Filosofia, delle Scienze Biologiche. Si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1977 a Bologna, ove consegue anche la specializzazione in Ortopedia e Traumatologia. Comincia a interessarsi alla filosofia esoterica sin dai primi anni '80, prima attingendo all’insegnamento dei Maestri del Cerchio Firenze '77, poi estendendo la sua ricerca sia alla Tradizione sia Orientale che Occidentale, specialmente “rosacrociana”. Si diploma in Omeopatia nel '99, cercando di coniugare le sue conoscenze con la professione di medico e nasce così l’interesse per la Medicina Olistica. Consegue il 2° livello di Reiki nel 2003, in seguito approfondisce la conoscenza del Raja Yoga diplomandosi nel 2010 alla Scuola Energheia di Terapia Esoterica, creata dal Maestro Massimo Rodolfi, fondatore dell’Associazione Atman e della Draco Edizioni. Ha frequentato e frequenta tuttora i corsi di Agnihotri. Si occupa anche per diletto di estetica letteraria e musicale.