Non son degno di te

Non son degno di te“Non son degno di te, non ti merito più” cantava Morandi nei favolosi anni ‘60.

“E va bene così, me ne vado da te, ma al mondo no, non esiste nessuno che non ha sbagliato una volta, amor!”

Che cosa avrà mai combinato il protagonista della nostra canzone, per meritare una condanna così dura? Cosa è che lo rende indegno di essere amato? Ma ecco la vera domanda da un milione di dollari: si può davvero essere indegni di essere amati, per alcuna ragione?

Diciamocelo, umanamente, nelle nostre relazioni affettive o anche di lavoro, capita spesso di fare delle “bischerate”. Non ci viene spontaneo dare attenzione all’altro, ci identifichiamo con la percezione dei nostri bisogni ed è difficile valicare il confine del nostro ego per relazionarsi con gli altri. Perché proprio non li percepiamo! Da questa distanza percettiva, ha origine il disagio e l’incomprensione: è come giocare a freccette con una benda nera sugli occhi. C’è il solito gusto e la solita possibilità di avere successo.

E così scagliamo il nostro zelo, i nostri dardi di amore e di altruismo (supposto tale), ma se non siamo capaci di vedere l’altro, tutti i colpi vanno fuori segno e realizzano il male invece del bene.

Da questo derivano mancanze, ferite a cui è difficile porre rimedio. Così scaviamo un solco, tra padre e figlio, moglie e marito, o magari anche solo tra collega e collega. Qualunque cosa sia successa, non mancherà mai uno che si senta preda dell’altro. La vittima non è stata ascoltata, non ha ricevuto attenzione, è stata violentata, abbandonata, rifiutata. La vittima soffre ma prima di allontanarsi dal carnefice, si vuole togliere un’ultima soddisfazione: incolpare l’altro. Il povero cucciolo avrà anche subito il torto, ma ora può riscattarsi ergendosi a giudice, condannare senza appello il carnefice. Questi agli occhi del mondo sarà il cattivo. Da ora e per sempre indegno di essere amato e stimato.

Riepilogando, da dove siamo partiti e dove siamo arrivati, a conclusione di questo “giro di schiaffi”? Dal gioco di una relazione, siamo arrivati al gelo della condanna, alla distanza. Ora entrambi sono giustificati a non amare, possono finalmente tornare a pensare a se stessi: la vittima si ritirerà nella stanza della sua tristezza, al chiuso ed al riparo da un mondo crudele. Anche il carnefice non se la passa molto bene, è rimasto da solo e per di più con il marchio di infamia. Ora è un indegno D.O.C.G., di quelli col certificato garantito. Vagherà per il mondo in cerca di distrazioni, di qualcosa che non lo metta a contatto con il disagio di sentirsi indegno d’amore, oppure cercherà una nuova vittima per un nuovo giro di valzer. O meglio, un nuovo giro di schiaffi!

Questo è quello che accade, umanamente. Se ripensiamo a tutte le volte che una nostra amicizia o amore si è rotto, nella nostra storia, non possiamo che ritrovare in atto questo meccanismo, se siamo solo un pochino onesti.

Se questo è vero, allora siamo spacciati, non potremmo mai amarci veramente. Finiremo sempre per trovare una ragione per giudicare l’altro ed allontanarlo.

Forse rompere questo meccanismo non è impossibile, è solo difficile e richiede molta energia.

Un esempio? Per questo mi viene da pensare non ad una canzone, ma ad un episodio del Vangelo, quello famoso dell’adultera, in cui i farisei presentano a Gesù una donna che aveva tradito il marito con un altro uomo. Eccoci nuovamente dentro al melodramma della vittima e del carnefice: una donna, poco soddisfatta delle attenzioni e delle cure del marito, cerca l’amore con un altro uomo ma viene scoperta e condannata a morte. L’adultera/peccatrice viene condannata all’indegnità dalla vittima/marito, subito pronto a cambiarsi d’abito per divenire a sua volta carnefice e lapidare la moglie. Così il cerchio micidiale si può chiudere per tributare all’odio il suo “giusto” trionfo.

Sorprendendo tutti, Gesù interviene a rompere questo circolo vizioso, e ci voleva proprio il Figlio di Dio, qualcuno che ragionasse secondo logiche divine e non umane, perché altrimenti per l’adultera non ci sarebbe stato scampo, e sarebbero arrivate le sassate ad ucciderla senza pietà.

«Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra.

In questo modo Gesù, con sovrana semplicità, riesce a salvare la vita dell’adultera dribblando il trappolone dei farisei, che speravano di vederlo cadere in contraddizione. Non dà neanche soddisfazione alla folla inferocita, che è lì davanti pronta a lapidare la donna: non si lascia coinvolgere dalla rabbia, con distacco nega loro il suo sguardo e si dedica piuttosto a fare un disegno per terra.

La sua è una logica di amore, un amore che non ha niente a che fare con l’ipocrisia dei farisei ma che è anche lontano dal moderno laissez-faire. Riconosce il peccato ma anche la possibilità per la donna di redimersi e cambiare vita. La ama, a prescindere. Senza se, senza ma e senza neanche un però!

E dai, usciamo da questo film, apriamoci anche noi all’amore, che non abbiamo niente da perdere e tutto da guadagnare. “Sui monti di pietra può nascere un fiore…in me questa sera è nato l’amore per te!” cantava il Gianni nazionale nella sua canzone.

Sui monti di pietra può nascere un fiore! Quel giorno saremo persone nuove, libere dal peso delle colpe e dei giudizi, e con un sorriso abbracceremo tutte le creature che abbiamo vicino, dai nostri cari al più piccolo degli atomi, perché davvero non c’è niente e nessuno che non sia degno di amore, per nessuna ragione, mai!

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Tommaso Agostini

Tommaso Agostini

"Ciò che mi sembrava amaro, mi fu trasformato in dolcezza d'anima e di corpo" (San Francesco)Mi chiamo Tommaso Agostini, sono nato a Pistoia il 30 Marzo 1977.Ho iniziato ad interessarmi alle discipline orientali a 20 anni, a Bologna, dove all'Università ho studiato cinema al D.A.M.S. Dopo averne provate di tutti i colori, senza esito, ho finalmente trovato il mio "centro di gravità" nel karate e nella meditazione, pratiche che da allora ho continuato nel tempo. Nel 2001 mi sono diplomato a Modena presso la scuola Energheia , condotta da Massimo Rodolfi.Nel 2011 e poi di nuovo nel 2014 ho frequentato il corso di perfezionamento Agni Hotri, sempre con Massimo Rodolfi.Oggi collaboro in Toscana con gli altri insegnanti dell'associazione Atman, concentrando le mie attività su Pistoia. E' bello condividere la mia esperienza di ricerca dello yoga con le persone che participano ai corsi. La soddisfazione più grande sta nel vedere le coscienze a poco a poco trasformarsi. Lo yoga accresce la nostra forza interiore, gradualmente si perde la paura di contattare la sofferenza interiore: questa è la porta che apre al cammino verso una più intima e duratura gioia.