humanlux

L’insegnamento attraverso le parabole – seconda parte

Insegnamento-parola_300_0Cominciamo col dire intanto che la parabola non è una semplice comparazione ampliata e prolungata, perché il trasferimento dal racconto fittizio alla realtà e viceversa deve portare ad un preciso giudizio e ad una sola conclusione, non ad altre. Nella parabola poi si introduce un solo punto di contatto fra l’immagine e la realtà, mentre nell’allegoria i punti di contatto sono molteplici, se non tutti. Questa distinzione non ha solo valore teorico, ma eminentemente pratico, perché nell’allegoria, proprio per il continuo interscambio tra racconto fittizio e vicenda reale, l’ascoltatore recepisce da subito l’intento comparativo in atto fra di essi, e quindi non si verifica il mascheramento che è proprio della parabola, e che consente poi di far sentire l’interlocutore come “con le spalle al muro” nei confronti della vicenda narrata, nel senso che la conclusione non può che essere univoca, e cioè quella che è nella mens del narratore. Nella metafora infine si ha una giustapposizione di due diversi campi semantici, laddove nella parabola il confronto non avviene a livello semantico, ma a livello logico-strutturale. Un esempio brillante di metafora è quello recentemente utilizzato dal nostro Maestro Massimo Rodolfi quando parlando del corpo mentale, necessario per compiere l’ascesi ai piani superiori, l’ha paragonato ad uno SCALINO, indispensabile per arrivare al piano di sopra, ma da lasciarsi indietro dopo: “Non ci si deve innamorare dello scalino!” Nella metafora pertanto si ricorre di consueto ad una immagine singola, anche se foriera di molteplici implicazioni, mentre nella parabola ci si affida ad una storia bene strutturata, che nella sua semplicità si fa appunto “metafora” di una realtà concettuale ben più complessa.

Poiché i tempi cambiano e diverse sono le orecchie che ascoltano, non sarà inutile considerare quanto diverso possa essere l’impatto di una parabola su di un certo auditorio piuttosto che su un altro: originariamente, come sappiamo, Gesù si rivolgeva ad un pubblico misto, fatto non solo di credenti, mentre in seguito le parabole, confluite nei Vangeli, furono proposte a dei Cristiani. Il cambiamento di prospettiva è notevole: basti considerare per es. che la figura del fariseo, che ai tempi del Gesù storico era considerato un modello di religiosità da imitare, successivamente e sempre più al giorno d’oggi è divenuto sinonimo di “ipocrita”, mentre il pubblicano, riscossore delle tasse per conto dei Romani, era visto come un furfante sfruttatore e peccatore.

Si può così comprendere l’effetto sorpresa, se non scandalo, della parabola in questione sugli sbigottiti ascoltatori del Salvatore, mentre un rilievo diverso assume per gli ascoltatori che si sono susseguiti nel tempo. Si dovrebbe poi fare un discorso più generale su ciò che andrebbe considerato esoterico e ciò che invece può essere rivelato, e quindi exoterico. Sappiamo bene che Gesù parlava in un certo modo alle masse, in un altro ai suoi discepoli, in un altro ancora ai suoi apostoli prediletti, laddove il termine predilezione non si riferisce certo ad una connotazione di simpatia, quanto piuttosto ad una distinzione in base alla possibilità o meno di comprensione da parte del discente di un discorso diretto sulla Realtà delle cose del mondo. Fa eccezione un po’ a questo dettato il famoso “Discorso della Montagna”, in cui Gesù  abbandona queste distinzioni per lasciare al mondo un mirabile condensato di purissima Fede, rivolto a tutti gli uomini, di qualsiasi estrazione sociale e culturale essi siano. Oggi, all’inizio dell’Era dell’Acquario, noi che calchiamo il Sentiero ci sentiamo tutti impegnati nel rendere essoterico ciò che una volta era esoterico, ma ciò non toglie che l’insegnamento tramite le parabole conservi  intatto il suo fascino, il suo interesse, la sua validità, al fine di rendere semplice e manifesto ciò che tale non sembra agli occhi e alla comprensione di colui che ancora non sa.

Chi si prefigge di insegnare attraverso le parabole deve possedere specifiche e non comuni qualità: innanzitutto deve aver raggiunto una conoscenza e una padronanza assolute dell’argomento che intende illustrare tramite la parabola. La semplicità semantica e concettuale è come un distillato che si ricava da un vino pregiato, non certo dal nulla, ed è in genere un dono di colui che molto avendo vissuto e sperimentato, sa tradurre il molto in pochi e significativi tratti di pensiero, al contrario di chi vuole convincere con la verbosità se stesso e i suoi interlocutori di qualcosa che non è ancora patrimonio acquisito della sua coscienza. L’oratore inoltre, oltre a saper utilizzare un linguaggio piacevole, scorrevole ed evocatore di immagini, deve ancora rapportarsi al livello complessivo del suo auditorio, nel senso di saper modulare l’esposizione a seconda di chi si trova di fronte, e quest’ultima capacità è affidata totalmente alla sua sensibilità, piuttosto che alle sue conoscenze. Senso dell’humour e della misura fanno poi da corollario al tutto, insieme alla dote sottile di sapere alternare gravità e levità di toni e di espressioni per tenere sempre viva l’attenzione degli astanti.

Potrà sembrare strano che anche ad un ascoltatore di parabole si richieda una qualche qualità. Ebbene, non si rende necessaria alcuna specifica conoscenza, se non quella “fluida adattabilità della mente”  che già R. Steiner poneva come base della ricerca di una “scienza dello spirito”, una disposizione d’animo simile a quella del bambino, che senza pregiudizi, con gioia ed entusiasmo, si accinge alla scoperta della vita: “In verità vi dico, se non ritornerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli” (Mt 18, 2-4). Si deve essere pronti a lasciarsi alle spalle tutto il passato, a liberarsi di tutti fardelli intellettuali che costituiscono pregiudizi ed ostacoli alla riscoperta della Vita: “Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5,3-12). In questo senso bisogna essere disponibili a svuotarsi del superfluo per riempirsi dell’Essenziale.

In attesa di confrontarci con le mirabili parabole del Maestro Gesù, la prossima volta vi intratterrò con una parabola da me concepita ed elaborata, dal titolo: “Il bosco lussureggiante della Vita”. Ad essere precisi, si tratta più di un racconto allegorico che di una parabola in senso stretto, ma anche le parabole evangeliche sono spesso un mix dei due generi letterari.

Fonti e bibliografia: Wikipedia (Enciclopedia Libera) – G. Rossè, I Vangeli. Chi li ha scritti, perché, come leggerli, Roma 1994 –

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo nasce a Modica il 26-02-1951. Sin dall’infanzia rivela una grande curiosità e voglia di conoscere il mondo in tutti i suoi aspetti e si appassiona allo studio della Geografia, della Storia, della Lingua e Letteratura italiana, della Filosofia, delle Scienze Biologiche. Si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1977 a Bologna, ove consegue anche la specializzazione in Ortopedia e Traumatologia. Comincia a interessarsi alla filosofia esoterica sin dai primi anni '80, prima attingendo all’insegnamento dei Maestri del Cerchio Firenze '77, poi estendendo la sua ricerca sia alla Tradizione sia Orientale che Occidentale, specialmente “rosacrociana”. Si diploma in Omeopatia nel '99, cercando di coniugare le sue conoscenze con la professione di medico e nasce così l’interesse per la Medicina Olistica. Consegue il 2° livello di Reiki nel 2003, in seguito approfondisce la conoscenza del Raja Yoga diplomandosi nel 2010 alla Scuola Energheia di Terapia Esoterica, creata dal Maestro Massimo Rodolfi, fondatore dell’Associazione Atman e della Draco Edizioni. Ha frequentato e frequenta tuttora i corsi di Agnihotri. Si occupa anche per diletto di estetica letteraria e musicale.
Responsive Menu Clicked Image
Apri il menu