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Le parabole del granello di senape e del lievito – terza parte

le parole del granello di senape3parteDopo avere descritto i modi e i tempi dell’azione di Dio nel mondo, siamo a questo punto in grado di rispondere alla seconda domanda che ci eravamo posti: come possiamo contribuire singolarmente alla realizzazione del Piano Divino? In primis, è ovvio, non assumendoci il ruolo della “gramigna” della famosa parabola di cui abbiamo già ampiamente parlato, e comportandoci invece in ogni occasione come il “granellino di senape” e “il lievito”. Piccoli gesti quotidiani possono farci costruire un mondo pieno d’amore, rendendoci humus di vita per noi e per gli altri. Senza il lievito il pane sarebbe un ammasso duro, come lo è il mondo privo d’amore. Abbiamo quindi, come dice E. Caddy, “un enorme lavoro da compiere: la silenziosa creazione di una sempre maggior quantità di amore nel mondo”. Diventiamo antenne che captano intorno il bisogno d’amore e canali capaci di distribuirlo in ogni dove! Se ciascun individuo impara ad amare, silenziosamente e quietamente come il lievito fa con la pasta, alleggerirà il peso e la durezza del mondo, “poiché l’amore porta con sé un elemento di leggerezza laddove regnano pesantezza e oscurità” (E. Caddy). La più grande testimonianza che possiamo quindi offrire al nostro prossimo è quella di essere noi stessi esempio di ciò che a parole sosteniamo: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, afferma Gandhi, e ciò per una questione di coerenza non tanto morale quanto energetica, senza la quale si pregiudica l’esito dell’azione, destinata a rimanere solo un’intenzione. Albert Camus ne era convinto: “ Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna prima che cambi la vita di colui che lo esprime. Che cambi in esempio”. Ed è per questo che in un momento di trapasso fra un’era e un’altra quale quello che stiamo vivendo, c’è più necessità di testimoni che di profeti.

E’ suggestivo a riguardo accostare la progressione del seme al grande arbusto di senape, così come la lenta ma inarrestabile azione del lievito, alla fondamentale importanza che il nostro ashram attribuisce al nostro approccio al QUOTIDIANO, al nostro modo di vivere le piccole cose, con l’intento dichiarato di sacralizzare ogni aspetto della nostra vita. Sacralizzare il quotidiano è impresa difficilissima e non ha nulla a che vedere con il tempo dedicato a recitare orazioni varie. Cosa vuol dire in pratica? Significa rinunciare a vivere meccanicamente seguendo i soliti schemi, abbandonare stereotipi mentali ed automatismi reattivi per portare attenzione (Dharana) a tutto ciò che si pensa, si dice e si fa, dalle cose più semplici a quelle più complesse. Ci prefiggiamo allora di vivere consapevolmente ogni momento, e ciò significa allinearsi progressivamente alle leggi della Vita e fluire nella sua corrente. Così si realizza il fine dello Yoga (YOGA=unione) portando luce e gioia in noi e intorno a noi. In questo contesto i momenti di silenzio e meditazione, pure indispensabili, non sono fini a se stessi, ma funzionali al nostro agire, consentendoci di ritrovare il nostro “centro” e di stabilire un contatto con il nostro Maestro Interiore, al fine di riceverne guida ed ispirazione. Tutto ciò naturalmente non è un facile approdo, è un lungo percorso che una volta intrapreso tuttavia non avrà ritorno, e che ci farà avanzare grazie a salti di consapevolezza nella comprensione delle dinamiche della Vita. E’ lo zoccolo duro della nostra personalità che dobbiamo sgretolare, in attesa della dolce resa al nucleo divino che è in noi. Ritorna allora potente l’immagine del granellino di senape che diviene un arbusto, come quella dell’azione fermentante del lievito: lievitiamo noi, e in una sorta di reazione a catena lievita anche il mondo, portando a compimento il Piano Divino. Nell’economia del Tutto si sarebbe tentati di pensare al ruolo di ciascuno di noi in senso marginale, e cadremmo in errore, perché l’unicità e l’irripetibilità di ogni essere umano ci rende simili a tasselli diversi di uno stesso mosaico d’insieme, per cui il venire a mancare di un solo elemento può rallentare o compromettere il disegno finale. Ed ecco perché, come ci rivela la parabola de “La pecora smarrita”, di cui occuperemo prossimamente, “ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Luca 15,3-7). Ognuno di noi ha una sua dignità d’essere e un suo ruolo che, come ci insegna anche l’Astrologia nella sua accezione più elevata, configura una collocazione sui generis nella carta del cielo, posizionandoci nel cosmo quali particelle del Grande Insieme.

Abbiamo considerato modalità, limiti e difficoltà del processo di “fermentazione del lievito” a cui ciascuno di noi è chiamato a contribuire nel grande gioco della Vita. Questo darsi da fare non è solo il nostro compito, è anche la nostra gioia creativa e la nostra certezza di essere al posto giusto: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta” (Mt. 6,33). Per esperienza personale vi posso dire che quando ho praticato il giusto, magari senza esserne certo, il destino non mi si è mai rivoltato contro; solo che, e qui casca l’asino, per giustizia non si intende quella che ci fa comodo o che a noi appare tale per la nostra limitata capacità percettiva, bensì l’aderenza alle leggi della Vita e seguirne il flusso senza opporvisi. In ogni altro caso, la risposta non potrà essere che negativa, suscitando magari il risentimento e la recriminazione di chi credeva di essere nel giusto, e non è in grado di capire che solo attraverso la sofferenza potrà intendere di avere sbagliato.

Dovremo forse attendere di lasciare questa terra per avere il premio del contributo dato alla realizzazione del Piano? Niente affatto, perché prima di andare in transizione avremo modo di raggiungere quella PAX PROFUNDA che i rosacruciani riservano a coloro che appunto raggiungono lo stato di Rosacroce, una pace che niente e nessuno potrà mai scalfire, che supera ogni umano intendimento. Pace e Bene a tutti.

Fonti e bibliografia: – E. Caddy (Le porte interiori – meditazioni quotidiane) Ed. Amrita                                     – Vangelo secondo Luca (15, 3-7) – Vangelo secondo Matteo (6, 33)

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo nasce a Modica il 26-02-1951. Sin dall’infanzia rivela una grande curiosità e voglia di conoscere il mondo in tutti i suoi aspetti e si appassiona allo studio della Geografia, della Storia, della Lingua e Letteratura italiana, della Filosofia, delle Scienze Biologiche. Si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1977 a Bologna, ove consegue anche la specializzazione in Ortopedia e Traumatologia. Comincia a interessarsi alla filosofia esoterica sin dai primi anni '80, prima attingendo all’insegnamento dei Maestri del Cerchio Firenze '77, poi estendendo la sua ricerca sia alla Tradizione sia Orientale che Occidentale, specialmente “rosacrociana”. Si diploma in Omeopatia nel '99, cercando di coniugare le sue conoscenze con la professione di medico e nasce così l’interesse per la Medicina Olistica. Consegue il 2° livello di Reiki nel 2003, in seguito approfondisce la conoscenza del Raja Yoga diplomandosi nel 2010 alla Scuola Energheia di Terapia Esoterica, creata dal Maestro Massimo Rodolfi, fondatore dell’Associazione Atman e della Draco Edizioni. Ha frequentato e frequenta tuttora i corsi di Agnihotri. Si occupa anche per diletto di estetica letteraria e musicale.
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