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La Pecorella Smarrita

la pecorella smarritaEcco una parabola il cui significato, pur commovente nella sua semplicità, va opportunamente inserito in un contesto più ampio che le deriva dalla considerazione della sua posizione nell’ambito dei Vangeli ed anche dal concetto specifico che ognuno di noi ha della Divinità e della Vita in generale.

Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.” (Luca 15,3-7)

Nel Vangelo secondo Luca, la cui versione è quella di cui ci occupiamo, la parabola in oggetto è la prima di tre parabole raccontate da Gesù in risposta alle accuse dei Farisei: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,2). E’ evidente che il comportamento del pastore, nella cui figura è adombrata quella del Salvatore stesso, si configura già in antitesi con l’atteggiamento moraleggiante e scandalizzato di coloro che a priori si pongono in una posizione di giudizio e di condanna, scavando un solco incolmabile fra di sé e il loro prossimo, e in definitiva sostituendo al calore del contatto umano una fredda situazione di relegato distacco che spazia dalla sfera dell’affettivo a quella del sociale e del politico e sfocia in una sorta di isolamento che prelude all’emarginazione e al conflitto. Questa è la genesi della parabola, e chiaro appare dunque il proposito del narratore, il quale vorrebbe stimolare l’animo umano in direzione opposta a quella suddescritta. L’evoluzione generale del Creato non si può realizzare – e lo dico in senso logico e non solo etico – erigendo muri e steccati fra “buoni” e “cattivi”, categorie morali relative ai tempi e ai luoghi, bensì andando incontro ai “diversi”, alle pecorelle smarrite, con spirito amorevolmente inclusivo, e soprattutto bandendo ogni sentimento di degnazione, di superiorità e di malcelata pietà.

Luce Irigaray addirittura nel suo “L’ospitalità al femminile” ci presenta un paradigma di approccio con l’altro di genere femminile, matriarcale – in opposizione a quello vigente di genere maschile e patriarcale – che propone una condivisione paritaria dei beni della Terra e dei moti dell’animo con il Prossimo che è tutto il contrario della presupponenza con cui istintivamente ci avviciniamo al diverso, al peccatore, a colui in generale che si è smarrito nel “deserto” del mondo.

E qui veramente entriamo, a mio avviso, nel cuore del problema. La lettura della parabola considerando Dio in chiave antropomorfica, ci porta ad una grave distorsione della realtà. Non è l’amore inteso come sentimento a guidare il Creato, e quindi non può essere una spinta emozionale a connotare correttamente le nostre azioni, ma l’Amore come motivazione creativa del Tutto, come collante dell’Universo, “Amor che move il sole e l’altre stelle”. In quest’ottica, che diviene nel suo esplicitarsi una logica inoppugnabile, non c’è differenza alcuna – agli occhi del Padre – tra chi si approssima all’Illuminazione e chi si dibatte ancora nel fango, per il semplice motivo che entrambi sono scintille divine scaturite dal Suo grembo, dalla medesima fiamma, l’una già liberatasi dai suoi involucri e prossima al “ritorno a casa”, l’altra ancora avviluppata in essi e impossibilitata a rivelarsi nel suo splendore. La loro dignità è identica, anche se appare chiaro che la gioia per una pecorella smarrita che ritrova il confortante tepore dell’amore del suo pastore e ritorna alla sicurezza dell’ovile, ha una sua ragion d’essere e risuona a gloria di Colui che l’ha in cura, mentre ciò che è già acquisito – le pecorelle in salvo – conferiranno una nota diversa, magari quella di una luminosa compiutezza, al quadro d’insieme. Peraltro partecipiamo tutti, con la nostra unicità e irripetibilità, a comporre il puzzle della Vita, e quindi la perdita anche di un solo tassello potrebbe apportare un serio elemento di turbativa, mentre è evidente che il suo ritrovamento costituirebbe motivo di letizia sia per quell’elemento stesso, che per il pastore, che per il resto delle pecore che sono al sicuro nell’ovile. Se abbiamo capito questo, non c’è più bisogno di colmare la nostra distanza dai più deboli di un ambiguo sentimento di pietà e di solidarietà – che pure non guastano se non sono motivati da un malinteso senso di superiorità – perché sarà la comprensione stessa di come oggettivamente è strutturata la Realtà a motivare il nostro indirizzo e le nostre scelte di vita nei confronti degli altri. In fondo è la stessa differenza che passa tra un associare il concetto di “sacrificio” a quello di rinuncia – si evita di fare qualcosa che pure si vorrebbe fare, per obbedire ad un più o meno corretto principio morale – e invece ricondurre il termine stesso al suo significato etimologico (sacrum facere), nel qual caso ci si riconnette scientemente ad una scelta precisa che va nel senso della Vita, e che quindi risulta sacra, e che di conseguenza riempie l’animo della gioia di compiere il giusto, e non della tristezza della rinuncia.

Stabilite queste premesse epistemiche, per il resto la comprensione della parabola è immediata, tanto che la stessa risulta essere una delle più raccontate ai bambini, anche per la sua componente di tenerezza che l’avvicina al mondo dell’infanzia.

L’impiego del termine “deserto” non è casuale, perché ci indica la natura insidiosa del mondo materiale, luogo di possibile morte e solitudine se non si resta “in gruppo”, e chiaramente la pecorella smarrita è la metafora dell’anima che staccatasi dal suo Pastore, cioè dalla sua guida e sostentamento, inoltrandosi nell’indistinto e nell’isolamento, diviene possibile preda di colui il cui compito è di dividerci dalla sorgente di vita, ossia del Diavolo (dia-bolos). Ma c’è un’altra importante considerazione da fare. In questa e con questa parabola l’idea di una religione che s’impone come durezza di giudizio e non come misericordia parrebbe irrimediabilmente bandita dallo scenario della Storia, eppure come ben sappiamo ha giocato un ruolo di primaria importanza nelle vicende dell’uomo e in particolare di quelle istituzioni, le Chiese, che invece avrebbero dovuto per statuto stesso escluderla dal loro magistero. Sarebbe sciocco imputarne semplicisticamente la causa ad una mera carenza di buoni sentimenti e di solidarietà umana in un’ottica di esercizio distorto del potere e di una conservazione dell’istituzione stessa considerata come condicio sine qua non. Come ci siamo sforzati invece di dimostrare, nel segno di quell’intellettualismo etico socratico a cui ci informiamo, la radice di tutte le miserie della vita è data proprio dall’ignoranza metafisica (AVIDYA) di ciò che veramente siamo e di come è strutturato l’ordito cosmico: “Noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana” (Teilhard de Chardin). Impregniamoci, fratelli e sorelle, di questa esaltante e sconvolgente verità, perché questa è la vera rivoluzione copernicana riservata all’Uomo della Nuova Era. Pace e Bene a tutti.

Fonti e bibliografia: – Vangelo secondo Luca (15,2 – 15,3-7)

-“La pecora smarrita” – www.agosti.191.it/parabole

-Luce Irigaray (L’ospitalità del femminile – il melangolo)

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo nasce a Modica il 26-02-1951. Sin dall’infanzia rivela una grande curiosità e voglia di conoscere il mondo in tutti i suoi aspetti e si appassiona allo studio della Geografia, della Storia, della Lingua e Letteratura italiana, della Filosofia, delle Scienze Biologiche. Si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1977 a Bologna, ove consegue anche la specializzazione in Ortopedia e Traumatologia. Comincia a interessarsi alla filosofia esoterica sin dai primi anni '80, prima attingendo all’insegnamento dei Maestri del Cerchio Firenze '77, poi estendendo la sua ricerca sia alla Tradizione sia Orientale che Occidentale, specialmente “rosacrociana”. Si diploma in Omeopatia nel '99, cercando di coniugare le sue conoscenze con la professione di medico e nasce così l’interesse per la Medicina Olistica. Consegue il 2° livello di Reiki nel 2003, in seguito approfondisce la conoscenza del Raja Yoga diplomandosi nel 2010 alla Scuola Energheia di Terapia Esoterica, creata dal Maestro Massimo Rodolfi, fondatore dell’Associazione Atman e della Draco Edizioni. Ha frequentato e frequenta tuttora i corsi di Agnihotri. Si occupa anche per diletto di estetica letteraria e musicale.
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