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La Parabola Dei Talenti (Matteo 25: 14-30) – prima parte

parabolatelentiLa Parabola Dei Talenti (Matteo 25: 14-30)

La parabola dei talenti è fra le più note dell’intero evangelo. Il suo significato sembra non offrire adito ad una interpretazione diversa da quella da tutti riconosciuta, cioè del buon uso che si deve fare dei beni ricevuti al fine di preservarli e, se possibile, di accrescerli. Noi sosteniamo invece che la parabola in oggetto è fra quelle di più misteriosa lettura. Se nel prenderla in esame ci affidiamo solo alla logica comune e al buon senso, il rischio di travisarla e di farne un’antesignana della moderna logica mercantile e capitalistica è molto alto. Se la consideriamo piuttosto nella posizione che occupa nel contesto delle Sacre Scritture e la inseriamo in un discorso escatologico, possiamo evitare il pericolo di farne soltanto un esempio edificante di morale pratica, trasferendone il messaggio sul piano del lavoro che ci attende per realizzare il Regno di Dio sulla terra. E a questo proposito riflettiamo sul fatto che l’idea che ci facciamo di Dio influisce moltissimo nella nostra vita. La morale giudaica dell’epoca concepiva la Divinità come un giudice severo che trattava gli uomini secondo il merito acquisito seguendo le norme. Ciò determinava uno stato di paura diffusa che impediva la crescita dell’uomo e la sua apertura alla nuova esperienza di Dio che Gesù voleva comunicare. Ecco il motivo storico di questa parabola.

Il regno dei Cieli è come un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo le sue capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti andò subito ad impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo, “Signore mi hai consegnato cinque talenti, ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene servo buono e fedele”, disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco e ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse, “Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due”. “Bene servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse, “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotto terra: ecco qui il tuo”. Il padrone gli rispose, “servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre, là sarà pianto e stridore di denti”. (Mt, 25: 14-30)

Alcune considerazioni: ognuno dei tre servi, a dispetto delle apparenze, riceve la stessa cosa, perché a ciascuno è dato secondo “la sua capacità”. La tazza viene riempita allo stesso modo, grande o piccola che sia. Se qualcuno poi volesse chiedersi perché non tutti abbiamo la stessa tazza, ovvero la stessa capacità, allora risponderemmo che l’essere umano viene al mondo non come una tabula rasa, bensì con un corredo di dati ed esperienze che l’anima si porta dietro dalle precedenti incarnazioni, costituendo così un unicum irripetibile. Sgombrato quindi il campo da qualsiasi intento discriminatorio, ognuno riceve quel che si merita dalla vita, ma a partire da quel momento gode della libertà di fare quel che crede dei talenti ricevuti: può scialacquarli, ma questa opzione non è contemplata dal parabolista, essendo ovvio il giudizio negativo che ne scaturirebbe, può reinvestirli, contribuendo in tal modo alla costruzione del Regno – servo buono e fedele della Vita – può per paura di un’idea sbagliata che si è fatta di Dio occultarli nel timore di perderli, sottraendo così preziose energie all’evoluzione. Questa è la scelta più subdola e ingannatrice. Chi sperpera sa infatti di sbagliare, chi sotterra il talento è convinto invece di essere nel giusto e reclama dalla Vita un riconoscimento che non gli spetta. Vede in Dio un giudice severo, ne ha paura e si nasconde dietro l’osservanza esatta e meschina delle regole.

Pensa così di evitare eventuali castighi del legislatore, alla stesso modo dei Farisei dell’epoca. In realtà costui non nutre alcuna fiducia in Dio, ma contando solo sulla sua supina obbedienza si rinchiude in se stesso allontanandosi dagli altri  e manifestandosi incapace di crescere come una persona libera. Viene così attraverso il racconto bandita un’idea di Dio che isola l’essere umano, uccide la comunità, toglie la gioia ed immiserisce la vita. Il padrone ordina che gli sia tolto il talento e sia dato a chi ne ha già molti. Ecco il passo più sconvolgente dell’intera parabola, che sembra fare a pugni con la morale cristiana corrente: come, si dirà, si toglie al povero per dare al ricco? Ma qui si parla di povertà e di ricchezza nel senso dei contenuti e  delle possibilità che ciascuno ha di manifestarli al meglio. Che senso avrebbe un tesoro nelle mani di chi non lo sa apprezzare? Più si diventa invece importanti e responsabili nei confronti della Vita, più è logico che si riceva per il bene del Tutto.
Dopo avere esaminato la parabola nei suoi dettagli, la prossima volta cercheremo di studiarla nel suo contesto, perché la sua collocazione non è affatto frutto del caso, inserendosi in una dimensione che va molto al di là della morale corrente.

Fonti e bibliografia: La parabola dei Talenti (a cura dei Carmelitani) Qumran

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo nasce a Modica il 26-02-1951. Sin dall’infanzia rivela una grande curiosità e voglia di conoscere il mondo in tutti i suoi aspetti e si appassiona allo studio della Geografia, della Storia, della Lingua e Letteratura italiana, della Filosofia, delle Scienze Biologiche. Si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1977 a Bologna, ove consegue anche la specializzazione in Ortopedia e Traumatologia. Comincia a interessarsi alla filosofia esoterica sin dai primi anni '80, prima attingendo all’insegnamento dei Maestri del Cerchio Firenze '77, poi estendendo la sua ricerca sia alla Tradizione sia Orientale che Occidentale, specialmente “rosacrociana”. Si diploma in Omeopatia nel '99, cercando di coniugare le sue conoscenze con la professione di medico e nasce così l’interesse per la Medicina Olistica. Consegue il 2° livello di Reiki nel 2003, in seguito approfondisce la conoscenza del Raja Yoga diplomandosi nel 2010 alla Scuola Energheia di Terapia Esoterica, creata dal Maestro Massimo Rodolfi, fondatore dell’Associazione Atman e della Draco Edizioni. Ha frequentato e frequenta tuttora i corsi di Agnihotri. Si occupa anche per diletto di estetica letteraria e musicale.
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