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La necessità dell’esperienza

necessita_esperienzaUna volta mio figlio, riferendosi a un suo compagno di classe, che passava generalmente per un gran “secchione”, mi disse: “Secondo me non ha interesse per nessuna ragazza, perché queste cose non si trovano scritte nei libri”. A essere onesta, nonostante il suo intento “infamante”, mi fece sorridere. In effetti, nella sua riflessione c’era un che di sensato. Aveva colto un aspetto importante della nostra vita: per imparare è necessaria la sperimentazione sul campo. A Napoli si dice “nessuno nasce imparato”, cioè l’abilità si sviluppa con l’esperienza, che nessuno può trasmetterti di sana pianta, ma te la devi fare agendo, mettendoti alla prova, misurandoti con le forze in gioco, in una parola, sperimentando. Non c’è niente da fare, possiamo leggere tomi e tomi, ci possono raccontare con dovizia di particolari determinati fatti, sicuramente riusciremo a farci un’idea più o meno precisa della cosa in questione, ma si torna inevitabilmente alla metafora della torta. Per quanto ci possano descrivere minuziosamente il sapore di una torta, non sarà mai come assaggiarla!

Purtroppo, però, non si tratta solo di gusto. È una questione essenzialmente pratica, che riguarda la struttura globale della nostra coscienza e la modificazione graduale della materia che la compone, conseguentemente proprio allo sperimentare. Quando noi facciamo un’esperienza, interagiamo col mondo esterno, cioè le energie che abbiamo dentro si confrontano/scontrano con quelle esterne, c’è un reciproco adattamento che plasma via via il nostro campo di coscienza e ciò amplia e affina le “nostre competenze”. C’è un aneddoto molto popolare tra i tibetani, che rappresenta molto chiaramente questa verità. C’era un eremita tutto intento a meditare per acquistare la pazienza, in perfetta solitudine in un luogo remoto, dove capitò per caso un pastore. Questi, saputo dall’eremita stesso il motivo di tanto raccoglimento, prima di andarsene gli si avvicinò e gridò: “Vai al diavolo”.

L’anacoreta se n’ebbe a male e gli rispose per le rime. Il pastore allora sorrise facendogli notare che aveva appena dimenticato di praticare la pazienza! Non basta pensare di … sapere, bisogna riuscire a mettere in pratica. Il risultato sicuramente è ben lungi dalla perfezione che pretenderemmo da noi stessi, ma ogni tentativo è un mattoncino essenziale per la costruzione del nostro tempio. Per questo motivo non esistono insuccessi e fallimenti, ma sono tutte opportunità di crescita che ci avvicinano all’obiettivo. Per lo stesso motivo non è possibile diventare saggi e illuminati solamente se pensiamo di essere pacifici e tolleranti, amorevoli e giusti; qui davvero non conta niente il proposito, se non costituire un ottimo punto di partenza, ma poi bisogna coltivare e realizzare gli intenti. Bisogna lavorare alla propria coscienza, cioè vivere senza darsi possibilità di fuga tutte le circostanze che l’esistenza quotidiana generosamente ci pone davanti, quali prove e opportunità per crescere e migliorarsi, puntando l’obiettivo senza lasciarsi ostacolare dalle forze distruttive che abbiamo dentro. Solo vivendo quella determinata situazione (la provocazione da parte del pastore nell’aneddoto, per esempio) c’è l’occasione perché quella pulsione possa rivelarsi e noi abbiamo la possibilità di cominciare a affrontarla.

Comunque vada sarà un successo perché niente va perso, ogni tentativo produce esperienza e l’esperienza distilla conoscenza e comprensione. Dobbiamo farcene una ragione, soprattutto noi mamme. Non ci sono parole che possiamo dire, né consigli che possiamo dare per evitare “errori” ai nostri figli, solo l’esperienza diretta può istruirli nel movimentato mare della vita. Funziona così: non è possibile evitare agli altri esperienze dolorose o pericolose dal nostro punto di vista, neanche alle persone cui teniamo di più. Ciascuno deve affrontare se stesso, vivendo e quindi agendo sino all’esaurimento tutte le sue spinte distruttive, ricavandone ogni volta maggiore consapevolezza. Finché ce n’è, ce n’è.

Ciascuno smetterà di agire il male e la distruttività, non perché evita di entrare in conflitto o perché semplicemente lo desidera. È proprio attraverso il conflitto, il superamento del conflitto, la crisi e il superamento della crisi, che la consapevolezza si espande, la coscienza si libera dalle zavorre distruttive e si trasforma sintetizzando saggezza, che è la comprensione profonda, giunta fino alla più piccola particella del mio essere, dell’esperienza vissuta. E questo mi avvicina sempre di più alla sorgente luminosa del mio essere.

Anna Todisco

Anna Todisco

Anna Todisco nasce nel 1959 a Napoli, dove si laurea presso l’Istituto Universitario Orientale in lingue e letterature straniere moderne con specializzazione in lingue slave. Dal 1984 vive a Firenze dove fa varie esperienze di insegnamento a bambini, adolescenti, adulti. Per diversi anni segue, in collaborazione con i servizi sociali territoriali, bambini ed adolescenti problematici. Parallelamente coltiva ed approfondisce interessi che spaziano dalla filosofia orientale e yoga al reiki ed alle terapie olistiche. Sceglie di dedicarsi completamente alla famiglia cercando sempre di mettere in pratica le conoscenze acquisite ed i conseguimenti della sua ricerca interiore, convinta che la spiritualità si realizza nel quotidiano. Dal 1995 si occupa di raja yoga ed esoterismo, diplomandosi nel 1999 ad Energheia, prima scuola italiana di formazione per terapeuti esoterici, fondata da Massimo Rodolfi, di cui è insegnante a Firenze. Tiene la rubrica Letteratura e spiritualità sulla rivista il Discepolo della Draco Edizioni e scrive per la sezione Yoga per Tutti all’interno del portale Yogavitaesalute.
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