La felicità e lo yoga


La felicità e lo yogaContinuiamo a vedere alcune verità esoteriche prendendo spunto dal “decalogo di Papa Giovanni XXIII”. Affrontiamo oggi il terzo punto: “Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo”.

Quanti al giorno d’oggi sono felici nella certezza di essere stati creati per esserlo? Veramente in pochi e non perché non sia possibile essere felici, anzi. Il problema della infelicità, o della “felicità a momenti”, è dovuto alla nostra percezione. Non è che la vita sia bella o brutta in assoluto, ma lo è in base a dove siamo identificati con la coscienza, quindi è un problema di percezione, ma per capire questo dobbiamo capire come siamo fatti.

Noi siamo un sé inferiore composto dai 3 corpi della personalità, che sono il corpo fisico, emotivo e mentale. Al di là della personalità esiste il Sé superiore, che noi occidentali chiamiamo Anima, il vero Sé, anch’esso formato da 3 corpi: causale, buddhico e atmico. Sono la controparte spirituale, elevata e pura delle qualità dei corpi inferiori dell’uomo: istinti, emozioni e pensieri. Infine vi è la Monade, lo Spirito, la fiammella divina in noi, l’essenza, la nostra volontà di essere, la sintesi di tutto ciò che siamo stati, che siamo e che saremo. Nella scintilla divina vi è già tutto il progetto, la volontà di essere (il Padre) che si manifesterà nello spazio e nel tempo attraverso la materia (la Madre) informandola e plasmandola. Dal rapporto tra spirito e materia si produce l’esperienza che è consapevolezza. E’ così che si espande la coscienza.

I piani della creazione sono 7 e l’uomo potenzialmente ha 7 corpi che sono i suoi strumenti per sperimentare tutti questi piani. Il problema dell’uomo è che non si ricorda più chi è, si identifica con la propria personalità pensando di essere solo istinti, emozioni e mente, non si ricorda che in essenza è un Sé superiore che usa i propri corpi per sperimentare la vita sui piani più densi. In pratica il problema dell’uomo è che si identifica con gli strumenti che usa, invece di identificarsi con il vero Sé. Si identifica con i propri desideri ed è felice solo quando questi si realizzano. Ma dura poco, perchè tutto ciò che è materiale è temporaneo (perituro) e quindi i desideri materiali possono dare appagamento solo per breve tempo. Se ci fate caso, quando soddisfate un desiderio, per un po’ siete felici, ma poi il senso di non appagamento ritorna e sorgono nuovi desideri che vi ributtano nella insoddisfazione.

Ecco perché dicevo che è solo un problema di percezione, perché per lungo tempo noi percepiamo solo la superficie e leghiamo la nostra felicità a eventi superficiali. Se riuscissimo ad elevare la nostra percezione, a dirigerla verso l’interno, vedremmo che oltre la personalità siamo l’Anima. Oltre al piano mentale vi è il piano causale, dove per esempio è possibile vedere il karma, la legge di causa ed effetto, e quindi capire quello che facciamo, perché lo facciamo e perché produce quel tipo di risultato. Oltre il causale c’è il corpo buddhico, che viene definito il corpo di beatitudine, quando la tua coscienza si stabilizza su quel piano la tua vita diventa beatitudine e questa è imperitura, non legata a circostanze esterne, è uno stato di coscienza interno dovuto alla conoscenza della verità, vedi che siamo tutti uniti, che la vita è perfetta ed è abbondanza. La miseria è solo nelle nostre menti ristrette e nei nostri piccoli desideri. Quando smetteremo di essere così attaccati ai nostri presunti bisogni, quando finalmente alzeremo gli occhi al cielo, vedremo quello che siamo veramente e allora troveremo la felicità… perenne.

Non parliamo poi del piano Atmico e della Monade, dei quali possiamo solo immaginare (e forse neanche quello) il grado di Gioia possibile in queste sfere di vita che pure ci appartengono in essenza, e che un giorno sperimenteremo.

A questo punto capite perché Papa Giovanni XXIII diceva che siamo stati creati per essere felici non solo nell’altro mondo ma anche in questo? Perché come esseri umani abbiamo le potenzialità per sperimentare questi piani di coscienza, per sviluppare questi corpi di manifestazioni e quindi per essere pienamente felici anche in questa vita.

Però… c’è sempre un però, non è così facile. Ci vuole un grande lavoro su di sé per espandere la propria coscienza e iniziare a vivere come Anime. Lo strumento fondamentale in questo senso è la meditazione.

Per capirlo vediamo i 3 stadi della meditazione. Il primo è Dharana, la concentrazione, che mi permette di tenere la mente concentrata sull’oggetto della meditazione per un certo periodo di tempo. Dopo questo tempo entriamo nella meditazione vera e propria, chiamata Dhyana, dove la concentrazione protratta mi consente di andare oltre la superficie, oltre l’apparenza, e di percepire la vita entrostante, l’idea che anima quella forma. Il terzo stadio è il Samadhi, l’unione con l’oggetto della meditazione in cui si realizza che tutto è uno e che permette di partecipare al Tutto. Il buono, il bello e il vero sono nella vita e sono anche in ognuno di noi… dipende solo da dove rivolgo la mia attenzione. Quando l’attenzione è rivolta alla superficie vedrò la materia con le sue malìe e i suoi desideri, ma se riesco a portare l’attenzione agli aspetti più sottili della vita, allora percepirò tutta la bellezza del creato.

Per il momento questo è un obbiettivo lontano, difficile da realizzare a breve, e questo ci potrebbe scoraggiare. Allora è qui che Papa Giovanni XXIII ci aiuta dandoci questo semplice consiglio che umilmente condivido. Sapere che sono stato creato per essere felice, che la mia Anima ha uno scopo ed è quello di sperimentare la vita in tutti i suoi aspetti, allora anche solo per oggi proverò a smettere di lamentarmi e inizierò a “fare”. Sì ma, fare cosa? Fare quello che la vita mi mette davanti oggi, questo è il mio dharma.

E mi aiuterà pensare sempre che “Posso ben fare, per dodici ore, ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare per tutta la vita.

“Basta a ciascun giorno il suo affanno” (Mt. 6,34)

Ribadisco che faccio il paragone tra yoga e religione solo per far capire che l’unità è un fatto, che i grandi esseri di ogni tradizione hanno visto e descritto la verità UNA con accenti diversi dovuti alla cultura del tempo e del luogo dove hanno operato. La vita è Una, e yoga significa Unione.

Hari Om Tat Sat

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Roberto Rovatti

Roberto Rovatti

Roberto Rovatti nasce a Carpi (MO) nel 1966. Nel 1985 si diploma in informatica. Nel 1994 “per caso” viene invitato a frequentare un corso di Raja Yoga tenuto da Massimo Rodolfi, e da quella sera nasce l’interesse per la spiritualità, che lo porta a seguire tutte le possibilità formative dell'associazione Atman. Nel 1996, nell’anno della sua fondazione, si iscrive alla Scuola Energheia, la prima scuola italiana di formazione per terapeuti esoterici. Nel 1999, conseguito il diploma, inizia il percorso di insegnante di Raja Yoga all’interno dell’associazione Atman. Nel 2006 diviene istruttore della Scuola Energheia. Attualmente, collaborando con l'associazione Atman e la Scuola Energheia, tiene conferenze, corsi e seminari per trasmettere gli insegnamenti e le pratiche dell'Antica Saggezza.