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Elogio di una Spiritualità Laica – prima parte

elogio della spiritualità laica 1parteContrariamente alla mia abitudine di entrare spesso in argomento in “medias res”, questa volta procederò “ab imis”, perché è necessario sin dalle prime battute chiarirci i termini dal punto di vista etimologico e semantico.

A partire infatti dal suo significato primigenio, la parola laico ha assunto nel tempo significati polivalenti e contrastanti, che se per un verso ne hanno ampliato le sfumature, dall’altro ne hanno svilito l’indiscussa valenza positiva originaria.

Laico deriva dal greco laikòs, che vuol dire “uno del popolo”, ossia un soggetto non facente parte di una comunità chiusa, quindi “fuori ordinamento”, appartenente alla moltitudine degli uomini, e come tale libero di professare un’idea non vincolata a regole e limiti di alcun tipo.

Successivamente, in ambito religioso, laico è colui che pur essendo credente non fa parte della gerarchia ecclesiastica, mentre nell’accezione moderna laico è divenuto sinonimo di “aconfessionale”, ovvero slegato da qualsiasi autorità confessionale, religiosa e non.

Negli ultimi anni infine si utilizza il termine in sovrapposizione a quelli di “agnostico” e “ateo”, facendone un uso semanticamente scorretto, e arrivando alla connotazione spregiativa del termine “laicista”, che viene usato in contrapposizione a quello di “clericale”, di significato opposto, ma ugualmente negativo.

Quanto quest’ottica sia sbagliata è esemplificato dal fatto che un ateo condizionato da ideologie e irreggimentato in discipline di partito è tutto fuorchè, per definizione, un laico.

Di converso una persona credente può essere anche un laico, se ritiene che in nessun modo la sfera dell’ordinamento socio-politico possa essere influenzata da una concezione religiosa della vita, se non nell’approccio etico di ogni singolo individuo alla stessa.

Dovrebbe essere chiaro che il termine laico, se inteso in senso corretto, non può avere alcuna accezione negativa, indicando esso una categoria di appartenenza o meno, ed anzi non possiamo esimerci dal riflettere come si voglia attribuire artatamente un significato spregiativo ad una parola nata (vedi l’etimo!) per definire uomini liberi e sganciati da superiori imposizioni.

Né vale l’obiezione, del tutto errata, che la visione laica, in quanto tale, sia priva di riferimenti a valori di tipo elevato, perché la laicità non si occupa dei sistemi di valore che sono propri di ciascun individuo, ma delle modalità relazionali e sociali con cui vengono vissuti i suddetti valori, e del fatto che non siano mediati o peggio imposti da dogmi e concezioni salvifiche e limitanti.

Il laico è per definizione una persona scevra da pregiudizi, che vive in un contesto sociale paritario, e che fa quindi del dialogo e del confronto le note salienti del suo rapporto con gli altri, latore com’è ovvio di una sua idea, ma imparziale e rispettoso di qualsiasi idea altrui, senza la pretesa di essere il depositario della verità e di voler far proseliti alla sua causa.

Il manifesto programmatico dell’atteggiamento laico è espresso dalla nota frase di Voltaire: ”Non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte affinchè tu possa esprimerle”.

Chiaritoci quindi il concetto di “laicità”, almeno per quanto riguarda la dimensione individuale, tralasciando la sua estensione alla sfera dell’organizzazione sociale e statale, molto più complessa ma che esula dall’argomento che stiamo trattando, passiamo al tema della spiritualità, che abbiamo ampiamente trattato in precedenti articoli ai quali rimando il lettore. 

Come definiamo la spiritualità http://www.yogavitaesalute.it/2012/09/01/come-definiamo-la-spiritualita-7696.html

Come vivere oggi la spiritualità 1°parte http://www.yogavitaesalute.it/2012/10/16/come-vivere-oggi-la-spiritualita-prima-parte-7671.html,

Come vivere oggi la spiritualità 2°parte http://www.yogavitaesalute.it/2012/11/20/come-vivere-oggi-la-spiritualita-seconda-parte-7653.html

Il possibile collegamento fra spiritualità e laicità è consentito proprio dalla netta separazione che abbiamo colà operato tra il concetto di religione (inteso in senso confessionale e non etimologico) e quello di spiritualità, il cui campo di applicazione alla Vita richiede una comprensione di piani e di tappe d’apprendimento riferentesi ad una maturazione coscienziale del soggetto, piuttosto che l’adesione acritica a schemi d’interpretazione della realtà prefissati da autorità esterne e più o meno da esse codificati.

In quest’ultimo caso la contraddizione tra i due concetti risulterebbe irrimediabile, quasi un’aporia, laddove noi invece vogliamo proprio dimostrare che una sana laicità, sfrondando qualsiasi campo di ricerca e di applicazione da postulati aprioristici, costituisce prerequisito necessario allo sviluppo di un’autentica spiritualità che sia base ottimale di appoggio per l’edificazione di un’etica dei giusti e corretti rapporti umani.

Vediamo di esaminare aspetti e caratteristiche di una spiritualità che possa definirsi laica. Partiamo allora dal versante opposto, quello di una spiritualità troppo spesso ancora confusa con l’adesione ad una confessione che trasmette una visione settaria del mondo e delle cui aberrazioni la storia degli ultimi duemila anni è tristemente ricca.

Come se non bastasse, gli avvenimenti attuali, con i loro orrori distribuiti a piene mani, ci rimandano come in un tragico gioco degli specchi l’immagine terribile di quelle stesse atrocità da noi giocate in un passato neanche troppo lontano con genti e popolazioni diverse, ma accomunate da diversità culturali e di fede. Si continua ad uccidere in nome di un Dio che viene concepito ad immagine e somiglianza della bestia che dimora negli abissi dell’animo umano, rovesciando così tragicamente il dettato della Genesi (1: 26-27).

La questione è molto più sottile di quanto non si creda. Senza arrivare agli eccessi che hanno caratterizzato l’era dei Pesci, frutto di una distorsione delle energie di VI Raggio, e anche non considerando, perché gravemente sminuita, una spiritualità legata a dogmi e norme confessionali, restano pur sempre dei limiti che si rifanno, nei cosiddetti credenti, a concezioni salvifiche per le quali si dovrebbe coltivare bontà e osservare giustizia, pena la propria dannazione.

Il nostro operato etico e sociale non verrebbe più quindi sottoposto al nostro vaglio critico, ma subordinato al raggiungimento di un risultato premiante, stabilito a priori da un’autorità esterna (Dio, la Chiesa, e quant’altri).

Inevitabilmente così si finisce col nutrire aspettative, il cui esito dipenderebbe per es. dall’osservanza o meno di certe regole, per cui non potremmo più parlare di un’etica pura, ma di quella che io chiamo un’etica interessata. Un mondo dove l’uomo, temendo di essere punito per le sue malefatte in questa o in un’altra vita, si forza ad essere buono e giusto per ottenere meriti e favori da un Dio dispensatore di premi e castighi come il più oculato degli amministratori di giustizia.

Così si può arrivare alla triste assurdità di chi per es. vorrebbe confinare ogni anelito dell’uomo al trascendente nella primaria necessità di limitarne gli impulsi malefici, o ancor peggio di sfruttare il “timor di Dio” per irreggimentare l’uomo tenendolo sotto controllo e tutela, obiettivo dichiarato di ogni forma di potere e di istituzione temporale ed ecclesiastica.

Si cita così Voltaire: “Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo…” estrapolando peraltro le sue parole da un contesto che le collocherebbe in un’ottica radicalmente diversa: …”ma tutta la natura ci grida che esiste”.

Continueremo il discorso in un prossimo articolo.

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo nasce a Modica il 26-02-1951. Sin dall’infanzia rivela una grande curiosità e voglia di conoscere il mondo in tutti i suoi aspetti e si appassiona allo studio della Geografia, della Storia, della Lingua e Letteratura italiana, della Filosofia, delle Scienze Biologiche. Si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1977 a Bologna, ove consegue anche la specializzazione in Ortopedia e Traumatologia. Comincia a interessarsi alla filosofia esoterica sin dai primi anni '80, prima attingendo all’insegnamento dei Maestri del Cerchio Firenze '77, poi estendendo la sua ricerca sia alla Tradizione sia Orientale che Occidentale, specialmente “rosacrociana”. Si diploma in Omeopatia nel '99, cercando di coniugare le sue conoscenze con la professione di medico e nasce così l’interesse per la Medicina Olistica. Consegue il 2° livello di Reiki nel 2003, in seguito approfondisce la conoscenza del Raja Yoga diplomandosi nel 2010 alla Scuola Energheia di Terapia Esoterica, creata dal Maestro Massimo Rodolfi, fondatore dell’Associazione Atman e della Draco Edizioni. Ha frequentato e frequenta tuttora i corsi di Agnihotri. Si occupa anche per diletto di estetica letteraria e musicale.
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