Come vivere correttamente la relazione con la Vita – seconda parte

parabola_talenti_2parteÈ molto importante considerare che la parabola si inserisce in un punto singolare del Vangelo, dopo la parabola delle Dieci Vergini (Mt 25: 1-13), che raccomanda la vigilanza, perché il Regno di Dio può giungere inaspettato, e immediatamente prima del Giudizio Finale, in cui i “giusti” saranno premiati: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25: 31-40). Significativa la scaletta temporale delle tre parabole: la prima insiste sulla vigilanza in attesa della venuta del Regno, la seconda orienta su come realizzarlo e farlo crescere – utilizzando appunto i doni ricevuti per servire – e la terza insegna come prenderne possesso. Suggestive alcune corrispondenze fra i due ultimi racconti: Il servo che sotterra il talento, pensando di far cosa giusta, è altrettanto inconsapevole di avere sbagliato quanto sono invece  inconsapevoli di aver amato Dio coloro che hanno assistito chi aveva fame o sete … In questo passaggio si dispiega un trattato di etica comportamentale e di atteggiamento nei confronti della Vita: dall’oscurità delle tenebre alla luce della gloria, in cui sia il peccato del servo che la grazia del giusto trovano il loro riconoscimento agli occhi di Dio, sia pure ovviamente in senso opposto.

Solo in questo senso la parabola acquisisce una dimensione anagogica e non si immiserisce in una interpretazione riduttiva di tipo economicistico, secondo la quale il comportamento del terzo servo non sarebbe poi così censurabile, peccando nella peggiore delle ipotesi di eccessiva prudenza. Invece il racconto non si svolge nel tempo ordinario dei valori correnti, ma posto com’è prima del Giudizio Finale, indica con precisione la necessità di sovvertire i consueti modi di vita nel tempo che resta prima dell’avvento del Regno dei Cieli. Molto di più quindi di un bel discorso sul comportamento di un buon cristiano nella società secondo l’esempio dei primi due servi, piuttosto l’ammonimento a non fare come il terzo, che conserva sotto la terra del conformismo le proprie paure, incapace di prepararsi per un’altra verità.

La sua prudenza sarebbe giustificata secondo la morale vigente, diviene peccato solo nel disvelarsi di un’altra verità. Ecco quindi che il centro del racconto non sta tanto nel messaggio positivo dei primi due servi, che fanno fruttare i talenti del loro padrone, e su cui pare soffermarsi di più l’attenzione del lettore, quanto nel messaggio negativo del terzo. Dio, o la Vita se preferite, non si comporta come un esattore delle tasse, che ragiona solamente sui numeri, ma è un organismo in evoluzione in cui ogni cellula deve fare la sua parte nell’economia dell’insieme seguendo il DHARMA, e quindi non obbedendo ad altra legge che non sia quella dell’Amore nelle sue varie manifestazioni, leggi misericordia, compassione, condivisione, ecc. Non c’è posto in questa cornice né per la paura, né per la prudenza da essa dettata o per calcoli di parte. Un grande attacco alle caste sacerdotali dell’epoca – Sadducei e Farisei – e di ogni tempo, la cui unica preoccupazione era ed è quella di salvaguardare le forme e l’istituzione, esaurendo il rapporto con il prossimo e la Vita in una serie di regole e di dogmi.

La chiave principale della parabola non sta certo nel produrre talenti, ma indica essenzialmente il  modo più corretto di vivere la relazione con la Vita. I primi due servi non chiedono nulla, non cercano il proprio tornaconto, non calcolano né misurano alcunché. Cominciano a lavorare con naturalezza affinché il dono ricevuto frutti per Dio e per il Regno. Il terzo ha paura e non fa nulla. Secondo le norme della legge agisce in modo corretto, mantiene ciò che ha ricevuto, ma secondo la legge della Vita si astiene, non rischia. E chi non vuole correre rischi, finirà con il perdere tutto, mentre chi si dona riceve sorprendentemente ciò che ha dato e molto di più. “Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma  chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10, 39).

Fonti e bibliografia: Walter Tocci – La parabola dei Talenti letta da un politico – La parabola dei Talenti (a cura dei Carmelitani) – Qumran

Ti potrebbe interessare

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo

Giorgio Minardo nasce a Modica il 26-02-1951. Sin dall’infanzia rivela una grande curiosità e voglia di conoscere il mondo in tutti i suoi aspetti e si appassiona allo studio della Geografia, della Storia, della Lingua e Letteratura italiana, della Filosofia, delle Scienze Biologiche. Si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1977 a Bologna, ove consegue anche la specializzazione in Ortopedia e Traumatologia. Comincia a interessarsi alla filosofia esoterica sin dai primi anni '80, prima attingendo all’insegnamento dei Maestri del Cerchio Firenze '77, poi estendendo la sua ricerca sia alla Tradizione sia Orientale che Occidentale, specialmente “rosacrociana”. Si diploma in Omeopatia nel '99, cercando di coniugare le sue conoscenze con la professione di medico e nasce così l’interesse per la Medicina Olistica. Consegue il 2° livello di Reiki nel 2003, in seguito approfondisce la conoscenza del Raja Yoga diplomandosi nel 2010 alla Scuola Energheia di Terapia Esoterica, creata dal Maestro Massimo Rodolfi, fondatore dell’Associazione Atman e della Draco Edizioni. Ha frequentato e frequenta tuttora i corsi di Agnihotri. Si occupa anche per diletto di estetica letteraria e musicale.