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L’umiltà

umiltaParlare di umiltà riferendosi agli esseri umani appare come racconto di fantascienza. Difficile che l’uomo riconosca i propri limiti, rifuggendo da ogni forma di orgoglio, di superbia, di emulazione o sopraffazione, aspetti per la cui comprensione mi è venuto in soccorso il dizionario Devoto-Oli.

L’essere umano è ancora un bambino agli occhi dello Spirito, e teme di ricevere umiliazioni in caso di mancata affermazione di sé. Naturalmente, come sempre accade, produrrà negli altri ciò che non vorrebbe fosse fatto a se stesso. Egli possiede “un’alta opinione di sé”, che può sfociare nella superbia, il più grave dei sette peccati capitali.

Per divenire umili ci vuole pazienza e coraggio, andando oltre la nostra percezione che è ancora incoerente e fuorviante. Quando il senso di umiltà è ancora distante dall’essere compreso, riconosceremo eccessivamente i nostri limiti, ci faremo percepire e vedere come inadeguati ed incapaci. “Quanto siamo umili” diremo… ma probabilmente staremo esprimendo l’esatto contrario, anzi, ci sentiremo umiliati, quando la nostra idea di umiltà ci viene negata.

L’essere umano è un conquistatore che cerca di esportare la democrazia… la sua naturalmente. Per sua natura deve prevaricare, timoroso di subire ciò che egli stesso sta cercando di fare agli altri. Proiettando le proprie paure sul prossimo, dipinge un lugubre futuro che lo giustifica nel suo agire.

Egli non è pienamente consapevole di questa modalità, e per attuare il suo losco piano deve mascherarsi da “poverino”. Si può non parlare a questo punto della cara e buona vecchia maschera? Eh la maschera, quanto mai utile nel momento in cui c’è da pagare un prezzo, che invece viene delegato prendendosi però i meriti. Questa modalità, con la quale esprimere l’umiltà non è molto sana, e apparentemente ci terremo in disparte per far spazio agli altri, con tutta la bontà di questo mondo.

L’umiltà quando non è vissuta con coerenza, tenderà ad attrarre a se gli altri con un atteggiamento di falsa modestia. Faremo la parte dei “poverini”, di quelli che non hanno bisogno di niente, che si adeguano, che si sacrificano, che non vengono compresi dopo tutto quello che fanno. Troppo importante la posta in palio per mostrare le reali intenzioni.

Per l’essere umano sopraffare l’altro è uno sport quotidiano, e una modalità è proprio quella di mostrarsi “deboli”, facendo leva sulla faccia opposta dell’umiltà, basata su di un orgoglio smisurato. Sono due energie che si incontrano, alimentate dall’incoerenza e dallo smisurato bisogno di potere. Per l’umile inibire l’altro significa insinuare frustrazione attraverso la negazione, la quale può sfociare in adulazione, ma sempre di inibizione altrui si parla.

Il mondo è pieno di “gatte morte”, che come l’Araba fenice, risorgeranno dalle proprie ceneri quando meno ce lo aspettiamo. Infatti siamo buoni e remissivi, fino a quando non sentiamo che il gioco che stiamo attuando non funziona più. Buoni e carini, accoglienti e tolleranti, pronti a scattare come “belve” ferite se invece di essere cacciatori, percepiamo di essere divenuti prede da cacciare.

All’inizio di questo articolo parlavo della necessità di essere pazienti e coraggiosi. Pazienti perché non possiamo fare altrimenti, e il non avere scampo è sempre una bella opportunità. La vera umiltà non è rappresentata dal negarsi a priori, ma è il contentarsi, Santosha come indicato da Patanjali, il codificatore del Raja Yoga. Significa appagamento, soddisfazione, il fare con quello che c’è, dandogli il necessario valore.

L’umile, nella versione distorta, si accontenta per paura di mostrarsi, ed è qui che occorre coraggio nell’uscire allo scoperto, dovendo necessariamente vivere ogni distorsione, così da rendere coerente la propria azione. Uscire da questi antri della coscienza, esponendosi alla luce rivelatrice della propria anima, è quanto di meglio l’essere umano possa fare.

Non esiste cosa più bella se non sperimentare ciò che non si conosce, partendo dal presupposto che, anche ciò che apparentemente rappresenta un mondo conosciuto, potrà essere esplorato sino a comprenderne la sua intima natura.

In ogni caso ognuno farà quello che potrà, ma un minimo di attenzione a ciò che agiamo potrà essere foriero di grandi conseguimenti. Le nostre vite sono belle ed in continuo divenire, affinché possano esprimere la loro vera natura. Non dobbiamo temere nulla se non noi stessi, osserviamo dunque dove abbiamo la tendenza a negarci, e state pur certi che negheremo gli altri compiendo un atto di superbia… ma questa è un’altra storia che troverete in un prossimo articolo.

Graziano Fornaciari

Graziano Fornaciari

Graziano Fornaciari nasce nel 1961 a Modena, vivendo un'infanzia ed un'adolescenza nella continua ricerca di un'armonia percepita come possibile. Diplomatosi come perito termotecnico, radica, attraverso quest'esperienza, la necessità di amalgamare, per un fine comune, gli elementi della natura: terra, acqua, fuoco, aria. In seguito, partecipa a corsi di comunicazione, nei quali prende contatto con la propria emotività, percependo la necessità di viverla con distacco. La ricerca delle cause della sofferenza lo conducono alla pratica della meditazione, attraverso il Raja yoga, all'interno dell'associazione Atman, di cui diviene insegnante nel 1997. Si iscrive nel 1996 a Energheia, prima scuola italiana di formazione per terapeuti esoterici, diplomandosi nel 1999. Ne diviene insegnante nel 2006 e adesso lavora presso le sedi di Modena e Roma, dedicandosi, consapevole della propria imperfezione, al conseguimento di una maggiore innocuità nei confronti della Vita, nel rispetto di se stesso e degli altri. Inoltre, cura una sezione all'interno della rivista esoterica, on-line “Il Discepolo” prima emanazione della Draco Edizioni casa editrice di divulgazione esoterica. Collabora anche, al portale web Yoga, Vita e Salute.
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