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La tolleranza

la TolleranzaUn’occhiata al vocabolario Devoto-Oli è quasi d’obbligo per tracciare la rotta di questo articolo tendente alla comprensione della tolleranza. Ciò che emerge è un doppio significato, quello di “capacità di tollerare quanto si possiede di pericoloso o dannoso” e quello di “atteggiamento di rispetto o di indulgenza nei riguardi dei comportamenti, delle idee o delle convinzioni altrui, anche se in contrasto con le proprie”. Per quanto riguarda il latino, il verbo “tolero” da una radice che significa “peso”; di conseguenza tale verbo può voler dire “portare, sopportare” ma anche “sostenere, reggere, resistere, durare, mantenere”.

Questo confronto ci consente di scoprire subito una delle tante caratteristiche positive della tolleranza, e cioè quella connotazione di forza, di resistenza, di fermezza, che mai potrebbe scadere nel lassismo o nella noncuranza. Quindi la tolleranza è una qualità dell’uomo forte, mentre l’intolleranza nasconde la debolezza, l’incapacità di gestire certe situazioni e, quel che è peggio, di autogestirsi in maniera corretta.

Nell’essere umano prevale l’intolleranza, l’incapacità di sostenere i propri limiti, che la vita pone davanti come opportunità. Egli percepisce le proprie fragilità, come una giustificazione nell’applicare maggiore forza per non farle emergere. Quanta ignoranza alberga ancora nella coscienza, sulla base di questi comportamenti automatici.
La fragilità è una conseguenza di qualcosa che sta emergendo, un processo di maturazione che sta affiorando e che necessita di una forma che gli consenta di evolvere ulteriormente. Invece, l’essere umano, vive la sindrome di Penelope, tessendo una tela di giorno, per poi disfarla di notte per il timore di affrontare la sua vera natura.

In questo modo egli diviene intollerante, allontanando tutto ciò che invece giunge per unire, consentendo una visione coerente degli eventi. La mancanza di distacco dalle proprie emozioni, induce a ritenere di non essere in grado di digerire quanto sta affrontando, invece il travaglio consente una nuova nascita, consentendo di affiorare ad una maggiore consapevolezza. La tolleranza, invece, è la caratteristica dell’uomo forte che “resiste” a tutti gli impulsi che una coscienza non ancora matura tende ad abbracciare per il timore di cadere in balia di questi aspetti.

Non abbiamo scampo, e comprenderemo che la vera forza, e di conseguenza la tolleranza, non può essere disgiunta dall’amore. La conoscenza rende liberi, e non si può amare ciò che non si conosce, quindi come si esce da questo vicolo apparentemente cieco? Semplicemente amando, e andando oltre la propria percezione, la quale è incoerente per il 98% come affermato dal Maestro Djwal Khul, anche detto “Il Tibetano”.

Ogni giorno, come diceva San Paolo, non facciamo il bene che vorremmo, mentre agiamo il male che non vorremmo esternare. Questa frase racchiude tutta la nostra battaglia, che si svolge prevalentemente nel nostro campo emotivo. Bisogna avere cura di tutto ciò con cui interagiamo nella nostra vita. Dobbiamo avere attenzione e rispetto per tutto ciò che è “diverso” da noi, anche quando miriadi di giustificazioni giungeranno a noi con tutte le loro istanze.
Questa è la fermezza che non deve scadere nel lassismo, rimanendo saldi nel nostro agire, traendo forza dalla nostra esperienza. È facile essere tolleranti quando ci va tutto bene, dispensatori di buoni consigli, figli anche di una presunzione che, invece di unire, tende ad allontanare.

Invece, quando fa “buio”, è l’occasione propizia per affermare con maggiore forza la luce. L’ignoranza in noi, per sua natura intollerante, vorrebbe agire da untrice per distribuire ciò che non riesce a sopportare, invece si può affermare maggiore fermezza, rimanendo aderenti ad un progetto dell’anima che deve passare anche attraverso questa esperienza.
Nulla giunge a caso, e bisogna resistere agli automatismi, i quali vorrebbero solo essere confermati nelle loro istanze distruttive. Tolleranza quindi, lotta dura senza paura, tanto il rischio più grande che possiamo correre è quello di stare meglio.

I nostri alibi, per loro natura, prenderanno al balzo l’idea malsana che con questa modalità subiremmo chissà quale martirio, invece è l’esatto contrario. Bisogna riconoscere il bene che si possiede, e ogni qualvolta non veniamo confermati, dobbiamo esprimere maggiormente ciò che unisce e, come per magia ci ritroveremo più tolleranti, e in grado di percepire il bello anche dove apparentemente non è presente.
Forza e coraggio, il buon vecchio Gandhi aveva visto giusto: “siate voi il mondo che vorreste essere”.

Graziano Fornaciari

Graziano Fornaciari

Graziano Fornaciari nasce nel 1961 a Modena, vivendo un'infanzia ed un'adolescenza nella continua ricerca di un'armonia percepita come possibile. Diplomatosi come perito termotecnico, radica, attraverso quest'esperienza, la necessità di amalgamare, per un fine comune, gli elementi della natura: terra, acqua, fuoco, aria. In seguito, partecipa a corsi di comunicazione, nei quali prende contatto con la propria emotività, percependo la necessità di viverla con distacco. La ricerca delle cause della sofferenza lo conducono alla pratica della meditazione, attraverso il Raja yoga, all'interno dell'associazione Atman, di cui diviene insegnante nel 1997. Si iscrive nel 1996 a Energheia, prima scuola italiana di formazione per terapeuti esoterici, diplomandosi nel 1999. Ne diviene insegnante nel 2006 e adesso lavora presso le sedi di Modena e Roma, dedicandosi, consapevole della propria imperfezione, al conseguimento di una maggiore innocuità nei confronti della Vita, nel rispetto di se stesso e degli altri. Inoltre, cura una sezione all'interno della rivista esoterica, on-line “Il Discepolo” prima emanazione della Draco Edizioni casa editrice di divulgazione esoterica. Collabora anche, al portale web Yoga, Vita e Salute.
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