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L’inutilità del senso di colpa

sensodicolpa_300_0Quando ci si interroga su quello che stiamo provando siamo pronti per conoscerci un po’ di più. Comunque è prassi che il viaggio all’interno di noi stessi subisca delle interruzioni e dei cambiamenti di rotta. Prima o poi arriverà il momento in cui si accenderà nel cruscotto della testa una lampadina. Tale segnale indica che siamo di fronte ad un ostacolo che incute timore. Se lo seguiamo potrà capitare di soffermarci in una stazione di servizio che eroga carburante sotto forma di senso di colpa. Dopo un tale rifornimento il viaggio dentro di noi subisce una decisa modificazione, il motore perde giri, l’attenzione viene distolta da altro e così viene persa di vista la motivazione che ci aveva ben indirizzato ad aprirci maggiormente alla vita. Quanto ha inciso nella nostra vita il senso di colpa? E’ utile oppure no? Queste sono le domande con cui vorrei confrontarmi per provare a conoscerci meglio. Tuttavia, prima di osservare più da vicino il senso di colpa, penso sia utile descrivere la coscienza umana. L’essere umano può essere definito attraverso il Sé Superiore, il Sé inferiore e la maschera.

Il Sé Superiore rappresenta la parte migliore di noi, cioè la corrente costruttiva costituita dall’insieme dei pregi che esprimiamo, mentre il Sé inferiore, essendo costituito dai difetti, rappresenta l’insieme degli aspetti distruttivi presenti in noi. Infine la maschera è l’immagine ideale con cui vogliamo farci vedere dagli altri per nascondere e preservare il Sé inferiore. Tornando all’argomento dell’articolo, adesso abbiamo gli elementi per ipotizzare che il senso di colpa è una maschera che indossiamo per non scoprire quello che bolle in pentola. Proviamo a spiegare meglio quanto appena scritto. E’ facile prevedere che prima o poi ci troveremo coinvolti in situazioni dove recheremo dei danni agli altri oltre che a noi stessi. Quando ci rendiamo conto di tutto ciò, rimanere in contatto con il dispiacere può avere degli effetti molto positivi per la consapevolezza di sé. Questi istanti vissuti, che possono sembrare ore a seconda della gradazione del dolore percepito, li possiamo definire attraverso la parola “contrizione” che deriva dal latino contritus.

Per i nostri progenitori il significato di questo termine era: mi consumo spiritualmente. La contrizione è un movimento della coscienza, spontaneo e utile per purificare l’interiorità. Invece quando il pensiero ritorna più volte a riprocessare l’accaduto per sancire formalmente la nostra colpevolezza modifica il vissuto perdendo di vista l’oggettività dell’avvenimento. Così il giudice interiore può continuare a tiranneggiare mantenendo soggiogata la coscienza. Questa modalità prende il nome di senso di colpa. Se non si accetta la nostra imperfezione si tende a mettere in atto degli inganni per non pagare i conti fino in fondo. Quindi il senso di colpa entra in gioco quando stiamo rischiando di mostrarci per quello che siamo. Per fortuna ci pensa la vita: se abbiamo un minimo di sensibilità diverse situazioni ci portano a constatare che non siamo del tutto innocui. Ad esempio, spesso agiamo inconsciamente una modalità di prevaricazione nei confronti del prossimo. Quando ce ne accorgiamo, magari perché l’altro ce lo fa notare, ci troviamo di fronte ad un bivio. Chiedere scusa cercando in futuro di migliorare l’atteggiamento oppure rimanere ancorati alle proprie modalità distruttive attraverso il senso di colpa.

La seconda opzione è una maschera per nascondere, e quindi preservare, la nostra volontà di fare quello che ci pare. Quindi il senso di colpa non ci aiuta a migliorare, ma a difendere la spinta distruttiva che alberga in noi. Per troppo tempo abbiamo alimentato il senso di colpa nascondendoci alla vita. Forse è venuto il momento di buttare giù la maschera e di iniziare a prendere contatto con la distruttività. Soltanto conoscendo le nostre parti negative e alimentando con convinzione quelle positive potremo portare pace nel vivere quotidiano.

Luca Tomberli

Luca Tomberli

Luca Tomberli nasce nel 1969 a Firenze. Negli anni Novanta, spinto dalla percezione della sofferenza, dopo aver sperimentato alcune tradizioni buddiste, varie discipline olistiche e degli approcci psicologici, inizia a praticare il Raja Yoga, l'antica scienza dell'essere improntata alla conoscenza del sé più profondo. L’incontro con Massimo Rodolfi segnerà in maniera inequivocabile il suo percorso. Fino a quel momento, il bisogno d’integrazione della spiritualità nel quotidiano, sembrava destinato a non essere soddisfatto del tutto. Nonostante avesse frequentato diversi gruppi legati in vario modo alla consapevolezza, non aveva ancora percepito quel senso di unità e appartenenza alla Tradizione che andava cercando e che invece gli viene rivelato dagli insegnamenti di Massimo Rodolfi. Nel 1999 dopo aver frequentato Energheia, la prima scuola di formazione per terapeuti esoterici, e soprattutto avendo sperimentato il cambiamento positivo della propria vita sente l’esigenza di diffondere quegli strumenti utili per comprendere meglio se stessi. Così inizia ad insegnare materie esoteriche per l’associazione Atman . Nel 2006 insieme ad altri compagni di viaggio contribuisce a fondare sette sedi della scuola Energheia che vanno ad aggiungersi alla preesistente sede nazionale. Attualmente, sempre più desideroso di praticare l’innocuità creando insieme ad altri, presta la sua attività nell’ufficio stampa del portale YogaVitaeSalute, scrive per la rivista esoterica il Discepolo e per YogaVitaeSalute, insegna per la scuola Energheia nelle sedi di Milano e Roma ed organizza corsi di meditazione e di Raja yoga in Toscana.
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