Lasciar andare

lasciar andareNon è facile lasciar andare quello che vorremmo invece trattenere. E infatti facciamo tanta fatica a lasciar scorrere la vita, sino a soffrirne veramente: forse perché amiamo possedere e fissare in una sorta di immobilismo quel che ci è più caro, quasi a preservarlo da ogni cambiamento e dal rischio di una possibile perdita. Corrisponde a una specie di pietrificazione da rigor mortis, esattamente come accade in certe fiabe. È un attak-amento * che vale anche per ciò che diciamo di non amare e per tutte le situazioni in cui ci costa tanto rinunciare persino a quello che consideriamo lesivo per la nostra salute e per la nostra dignità. Così diventa difficile separarsi dal bene come dal male perché temiamo di perdere noi stessi, soprattutto quando ci identifichiamo con gli effetti e non con le cause della nostra esistenza e allora temiamo di lasciarci andare e naufragare, anziché lasciar andare e preservare la nostra integrità.

Cosa succederebbe se continuassimo ad accumulare senza mai volerci separare da nulla, senza mai lasciar andare quegli oggetti a cui siamo così affezionati e quelle condizioni di natura materiale o più eterea e sottile, come stati d’animo, emozioni, pensieri, che tanto ci caratterizzano? Saremmo ben presto ingolfati, incapsulati dentro una mole inutile che ci impedirebbe di evolvere. Quanta fatica sprecata quella che ci fa sopportare le bende e gli strati di calce indurita che imbiancano i nostri sepolcri! Eppure la cosa più difficile da lasciar andare è proprio l’attaccamento a noi stessi.

Lasciare è smettere di tenere stretto, è sciogliere un legame che stringe, è rendere la libertà di essere. Andare è muoversi, è dirigersi verso nuove mete e altri orizzonti, seguendo le indicazioni additate dal cuore.

Lasciar andare è riconoscere e riconoscersi il diritto di fare esperienza senza costrizioni e condizionamenti, non vuol dire allontanare o allontanarsi, significa piuttosto accogliere nell’unità fondamentale moti diversi.

Inoltre noi associamo facilmente il lasciar andare a un senso di inquietudine e incertezza: questo dipende dal ritenere che la nostra sicurezza sia indissolubilmente collegata al bisogno di avere di più per essere di più. Qui è la radice dei nostri desideri e della nostra sofferenza, come ci ricordano gli insegnamenti del Buddha. Ma la vita è sovrabbondante di doni, non ci sono bisogni che non possono essere soddisfatti se la smettiamo di voler accaparrare questo e quello per paura di rimanere senza. E il nostro essere paradossalmente cresce quanto più diminuisce il nostro attaccamento e quanto più siamo liberi da ogni forma di desiderio. Possiamo trovare appagamento anche nell’insicurezza, certi della premurosa sollecitudine della vita, consapevoli del fatto che quando il sé perde la presa la vita srotola la sua ricchezza davanti a noi e ogni momento diventa una naturale meditazione che fa scaturire la gioia da qualsiasi cosa accada.

* per gli antichi Romani l’amento era una cinghia di cuoio fissata presso l’impugnatura del giavellotto,serviva a facilitarne la presa: interessante l’analogia se pensiamo ai nostri attaccamenti come strumenti utili a impugnare altro o altri.. utili cioè a tenerli in pugno!

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Giovanna Spinelli

Giovanna Spinelli

Nata a novembre del 1952 a Lizzano (TA). Terminati gli studi magistrali ha frequentato a Firenze l’Università Internazionale d’Arte. Ha insegnato 22 anni nella scuola pubblica, prima a Padova e poi nella provincia di Taranto. Ha frequentato la scuola Energheia a Modena e attualmente è insegnante nella sede di Lecce, in Puglia. Nel 2003 ha fondato l’associazione INFINITO con l’intento di promuovere una sinergia nel campo educativo per orientare ogni sforzo verso l’affermazione di una visione che unifichi e non disperda le risorse della famiglia e della scuola, potenziando e non frammentando la loro funzione evolutiva. Il suo lavoro è tuttora dedicato alla crescita dei bambini e degli adulti.