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Lascia che sia: l’elogio del “mollare”

elogio-del-mollatreLascia andare! Vai oltre! Non ci pensare! Quante volte abbiamo evocato queste frasi per allontanarci da una situazione spiacevole. La saggezza popolare ci dispensa consigli per ogni occasione, ma poi il lavoro tocca farlo a noi. Per cui se di fronte ad una difficoltà ci siamo impegnati nel cercare di esprimere un pensiero positivo rispetto ad una situazione percepita come nefasta, di sicuro abbiamo dimostrato una buona volontà. Ma quanto ha funzionato tutto ciò?

Dopo aver prodotto certi pensieri è cambiato realmente il nostro stato emotivo oppure abbiamo spostato il problema? Cioè siamo stati meglio dopo? A queste domande risponde il nostro corpo e in particolare il nostro sorriso. Se il pensiero di andare oltre riesce a produrre una condizione del volto sufficientemente rilassata allora siete a dama, game over, pronti per passare al livello superiore. Invece se certe percezioni vi rimangono dentro c’è qualcosa che ancora va vissuto, che deve essere illuminato.

Per poter far veramente buon viso a cattiva sorte bisogna essere nella condizione di poter mollare la necessità di vivere quella situazione. La forza di gravità dell’esperienza fa presa sul nostro attaccamento. Lasciar andare un’esperienza dipende da quanto abbiamo deciso in ogni più recondito spazio della nostra coscienza di non voler più vivere quella situazione.

Comunque la soluzione all’attaccamento non è neanche in una sorta di fatalismo new age della serie se perdi il lavoro non ti preoccupare, tanto ci pensa l’universo. Per carattere, sarà perché sono del toro, tendo a preoccuparmi, faccio proprio fatica a lasciar andare le situazioni, tanto che quando sono in difficoltà rafforzo l’inspirazione. La terra vuole l’acqua, è continuamente assetata.

Ho sempre invidiato quelli che cavalcano le onde, quelli che riescono a lasciare all’istante l’arnese del mestiere dovunque si trovano. Nonostante, o forse grazie ad essa, la nebbia del mumble mumble, ho scorto una sorgente di acqua fresca nella psicologia dello yoga insegnata da Massimo Rodolfi.

Quel poco che ho imparato mi fa dire che per poter bere bisogna farsi bagnare. Si può usare il contenitore che si vuole, ma per poter godere delle proprietà dell’acqua bisogna che quel liquido di vita scorra in noi. In un qualche modo dobbiamo farci toccare dall’acqua.

Nonostante tutta la gravità di questo mondo ogni istante sbocciano miliardi di fiori. Lo stesso avviene nella nostra mente. Produciamo pensieri incessantemente? Non c’è da rigettare all’istante questa condizione della coscienza, ma casomai c’è da assisterla per curarla. Ponendoci in ascolto di noi stessi, come testimoni dell’esperienza, permettiamo a questa energia di passare di livello e di presentarsi con una forma che possiamo riconoscere e casomai modificare. Tutto ciò non è soltanto teoria, può avvenire sempre più consapevolmente grazie alla pratica della meditazione.

L’esperienza è il prodotto dell’incontro tra il cielo e la terra. Ci vuole coraggio e tanto amore per se stessi per vivere le cose per quello che sono. Sono le pretese che ci impediscono di godere pienamente del frutto dell’azione. Quando riusciamo a portare nel cuore quel bisogno che tutto vada secondo la nostra volontà personale lasciamo fare alla vita e così ci uniamo in unico battito. Così diveniamo potenti come non lo siamo stati mai, in quanto la nostra forza si fonda sull’appartenenza alla vita e non sulla fragile individualità della forma. Tutto ciò porta come conseguenza la possibilità di esprimere un pensiero creativo che si traduce in una azione coerente con il nostro sentire.

Certo se le cose vanno male è normale tentare di migliorarle, ma se impariamo ad accogliere le esperienze senza cercare di modificarle preventivamente potremmo apprezzarne il vero sapore e allora potremo fondare la nostra azione su qualcosa di reale almeno per noi.

Soltanto nell’essere radicati in noi stessi possiamo mollare la presa sulle aspettative, rilassati interiormente, potremo rallegrarci nello scorgere l’aurora di un nuovo giorno.

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Luca Tomberli

Luca Tomberli

Luca Tomberli nasce nel 1969 a Firenze. Negli anni Novanta, spinto dalla percezione della sofferenza, dopo aver sperimentato alcune tradizioni buddiste, varie discipline olistiche e degli approcci psicologici, inizia a praticare il Raja Yoga, l'antica scienza dell'essere improntata alla conoscenza del sé più profondo. L’incontro con Massimo Rodolfi segnerà in maniera inequivocabile il suo percorso. Fino a quel momento, il bisogno d’integrazione della spiritualità nel quotidiano, sembrava destinato a non essere soddisfatto del tutto. Nonostante avesse frequentato diversi gruppi legati in vario modo alla consapevolezza, non aveva ancora percepito quel senso di unità e appartenenza alla Tradizione che andava cercando e che invece gli viene rivelato dagli insegnamenti di Massimo Rodolfi. Nel 1999 dopo aver frequentato Energheia, la prima scuola di formazione per terapeuti esoterici, e soprattutto avendo sperimentato il cambiamento positivo della propria vita sente l’esigenza di diffondere quegli strumenti utili per comprendere meglio se stessi. Così inizia ad insegnare materie esoteriche per l’associazione Atman . Nel 2006 insieme ad altri compagni di viaggio contribuisce a fondare sette sedi della scuola Energheia che vanno ad aggiungersi alla preesistente sede nazionale. Attualmente, sempre più desideroso di praticare l’innocuità creando insieme ad altri, presta la sua attività nell’ufficio stampa del portale YogaVitaeSalute, scrive per la rivista esoterica il Discepolo e per YogaVitaeSalute, insegna per la scuola Energheia nelle sedi di Milano e Roma ed organizza corsi di meditazione e di Raja yoga in Toscana.
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