Il permaloso, il senso di colpa, la nebbia e la meditazione

il permalosoIl permaloso si risente continuamente adombrandosi per cose futili, sospettando cattiveria dietro ogni gesto o parola e, se vogliamo trovare un sinonimo, possiamo usare la parola suscettibile. Mi sono avvalso dell’aiuto del dizionario, tanto per capire in che ambito ci muoviamo, così da avere a disposizione una traccia da seguire, per meglio comprendere le dinamiche che si celano dietro un comportamento di questo genere.

Al permaloso non gli si può dire niente, ma proprio niente, infatti, è sempre pronto mostrarsi ferito da qualcosa di imprecisata natura. Lo devi assecondare, non lo devi turbare, perché si deve sentire tranquillo, mentre l’altro, a sua volta, tranquillo tranquillo non è, presagendo sventura in un atteggiamento che, prima o poi, mostrerà una falla, perché accuratamente vagliato dal permaloso che deve assicurarsi che nulla vada a ledere la propria “serenità” vissuta ad oltranza.

Il permaloso vuole farti arretrare, desideroso che la minaccia venga percepita come incombente, pronto a farti cadere nella sua trappola intrisa di sensi di colpa scagliati accuratamente, sensi di colpa sempre difficili da schivare. Il risultato, per chi “subisce” il permaloso, è che ti ritrovi a cercare di capire dove hai sbagliato, perché ti dispiace che si senta ferito, mettendo in conto anche una possibile azione scoordinata che, in un qualche modo, abbia creato, inavvertitamente, motivo di conflitto.

Invece, il più delle volte, non è accaduto quasi o nulla di tutto questo, quasi o nulla, che giustificasse tanta permalosità, semplicemente il permaloso non molla, non molla ad oltranza per principio, consumando un quantitativo abnorme di energie, pur di mantenere il proprio punto. Egli non arretra di un centimetro facendo la vittima, nei confronti di qualcosa che non va mai secondo i propri desideri, desideri che, magari, non sono neanche stati esposti con chiarezza, desideri, di cui non sa, naturalmente, cosa farsene. Egli, si sente in ogni caso, buono e docile, oserei dire accogliente, delle istanze altrui, percependo invece di essere aggredito, quando invece è proprio il permaloso ad aggredire.

Scatta una sorta di vittimismo, che porta il permaloso a ritrarsi, ad abbandonare il campo, perché lo scopo è stato raggiunto, quello di far sentire l’altro inadeguato, facendo calare su di esso una fitta nebbia, nella quale far perdere le proprie tracce. A questo punto, percepire i confini del terreno che si sta calpestando, risulta impresa ardua, infatti il permaloso, vuole creare disorientamento, ritraendosi da quella che percepisce essere una battaglia dove la posta in gioco è la vita o la morte.

Naturalmente una noce in un sacco non fa mai rumore, come recita l’antico adagio, infatti ce ne vogliono almeno due, quindi il permaloso è certamente in buona compagnia. Infatti, se egli tira il sasso per poi ritrarre la mano, ci sarà comunque una controparte che vuole stanare il permaloso a tutti i costi, con la pretesa di dimostrare chissà che cosa. In queste condizioni non c’è risoluzione, ognuna delle parti ha raggiunto il suo scopo, quello di sentirsi defraudata.

Invece, il permaloso, dovrebbe essere lasciato nel suo brodo, perché egli non desidera chiarezza, di cui tra l’altro non sa cosa farsene, semplicemente vuole farsi notare, facendo scattare la trappola, rintanandosi, nello stesso tempo, in un luogo sicuro dal quale sarà quasi impossibile stanarlo. Che si stani da solo, se avrà voglia di uscire lo faccia, altrimenti se ne resti lì a tendere agguati, fino a quando qualche preda non rimarrà coinvolta, senza comprendere di essere preda a propria volta.

Alla fine è un gioco, che l’animo umano deve praticare, volente o nolente, vittima dei propri automatismi. Il permaloso, fondamentalmente, non comprende la propria capacità di ferire, rigettando al prossimo questa responsabilità, senza rendersi conto che il subito, dietro al quale si trincera, in fin dei conti, è un agito. Il senso di colpa serve a questo, o pensavate il contrario?

Direi di partire da qui, mi sembra un ottimo inizio. Se noi, ogni volta che percepiamo di subire qualcosa, ci rendessimo conto di agirlo a nostra volta, metteremmo in moto una trasformazione che, da lì a poco, risanerebbe la nostra coscienza.

Il consiglio è quello di cominciare a meditare, per quanto mi riguarda, ho conosciuto i Corsi di Meditazione dell’associazione Atman ormai vent’anni fa, e mi sono trovato bene, magari, potrebbe essere lo stesso per voi

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Graziano Fornaciari

Graziano Fornaciari

Graziano Fornaciari nasce nel 1961 a Modena, vivendo un'infanzia ed un'adolescenza nella continua ricerca di un'armonia percepita come possibile. Diplomatosi come perito termotecnico, radica, attraverso quest'esperienza, la necessità di amalgamare, per un fine comune, gli elementi della natura: terra, acqua, fuoco, aria. In seguito, partecipa a corsi di comunicazione, nei quali prende contatto con la propria emotività, percependo la necessità di viverla con distacco. La ricerca delle cause della sofferenza lo conducono alla pratica della meditazione, attraverso il Raja yoga, all'interno dell'associazione Atman, di cui diviene insegnante nel 1997. Si iscrive nel 1996 a Energheia, prima scuola italiana di formazione per terapeuti esoterici, diplomandosi nel 1999. Ne diviene insegnante nel 2006 e adesso lavora presso le sedi di Modena e Roma, dedicandosi, consapevole della propria imperfezione, al conseguimento di una maggiore innocuità nei confronti della Vita, nel rispetto di se stesso e degli altri. Inoltre, cura una sezione all'interno della rivista esoterica, on-line “Il Discepolo” prima emanazione della Draco Edizioni casa editrice di divulgazione esoterica. Collabora anche, al portale web Yoga, Vita e Salute.