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Il circolo vizioso

circolo_vizioso_300_0Fino a qualche anno fa i circoli ricreativi, almeno nel mio paese, erano frequentati da molte persone. Nascevano con l’idea di poter aiutare le persone a vivere meglio. In altri termini erano pensati per creare una seconda vita che riscattasse l’altra, piena di contraddizioni e difficoltà. Ogni circolo aveva almeno un flipper e un calcio balilla per la gioia dei più piccoli. Siamo cresciuti nel girare quelle due manovelle che, a seconda di dove le usavi, ti garantivano il titolo di difensore o di attaccante. Oltre a questi giochi, che oserei dire spensierati, ve ne erano altri un po’ più riflessivi anche se accompagnati da commenti molto coloriti e poco meditati. Il gioco delle carte andava per la maggiore ed era alla base della liturgia che ogni giorno si ripeteva uguale a se stessa, come nelle migliori tradizioni. Ad una certa ora i tavoli si riempivano con gli stessi interpreti e lo sfottò era la posta in palio. Molte volte, per dare un po’ più di sale al gioco, ogni vittoria dava accesso ad una piccola somma di monete che permetteva di comprare qualche gazzosa in più.

Ma c’era chi si spingeva oltre e, attratto dal demone del giuoco, barattava il senso del giuoco con il frusciare delle banconote. Non che fossero delle vere e proprie bische clandestine, ma tra noi ragazzi si favoleggiava che tizio aveva perso diversi soldi o che caio avesse un grosso debito di giuoco con sempronio. Adesso quel mondo mi sembra lontano lontano e non mi attira più. Ho legato questo mio ricordo dell’adolescenza con il tema del circolo vizioso perché penso che ognuno di noi tenda a ripetere meccanicamente le stesse situazioni, pur sapendo in cuor suo che non ne ricava dei vantaggi significativi. Inoltre è bene chiarirsi che non vi sono luoghi che ci preservano dalla distruttività se non immettiamo personalmente nell’ambiente un fare costruttivo. Guardare gli altri e pensare di essere diversi non ci preserva dalla sofferenza.

Per stare meglio dobbiamo interrompere l’automatismo della coscienza. Intanto è necessario rendersi conto se c’è qualcosa che non va nella nostra vita. Una volta che abbiamo visto che, pur cambiando le situazioni esteriori, continuiamo a vivere situazioni negative analoghe alle precedenti, magari possiamo avere l’intuizione che quello che succede dipende da noi. A questo punto non rimane molto da fare se non prendere atto che una parte di noi è attratta dalla distruttività. Quando qualcosa ci attrae non c’è pezza che tenga, istintivamente cerchiamo di possederlo. Magari la ragione ci dice altro e rimaniamo con un senso di impotenza che non è oggettivamente reale, ma lo è per chi si identifica con quella percezione. Così il tempo passa, la ruota gira e il criceto che rappresentiamo si ritrova sempre più stanco nel tentativo di rincorrere delle chimere che sembrano svanire appena vi si avvicina. La gabbia ce la costruiamo noi attimo dopo attimo, rimanendo legati al principio del piacere distorto. Inoltre, rimanendo preda dei circoli viziosi, la gabbia appare la condizione normale dell’esistenza. Non dobbiamo reprimere il piacere in quanto, essendo il motore di qualsiasi attività vitale, è irreale pensare di farlo, ma a seconda di quello che raccogliamo possiamo comprendere la qualità del piacere che ha messo in moto tutta la situazione.

Il circolo vizioso è il braccio armato del giudice interiore, che opera per preservare il clima interiore di un passato che fu e che vuole conservare cocciutamente, nonostante i tempi siano cambiati. Quindi, dato che non possiamo cambiare il mondo a nostro piacimento, magari possiamo direzionare in modo diverso le energie quel tanto che basta per interrompere il circolo vizioso. Per il come fare vi rimando allo studio degli insegnamenti degli esseri realizzati, nel frattempo, se percepite la potenza della vita anche per un solo attimo, sarà difficile che vogliate rimanere nella gabbia. Non è una soluzione vincente ricreare una situazione fittizia per sfuggire ad un’altra percepita come dolorosa. Ogni nostro atto è unico e irripetibile e se vissuto pienamente libera energia vitale attraverso la gioia. Soltanto la consapevolezza ci può salvare. Vi auguro con tutto il cuore di poter incontrare qualcuno che vi possa indicare la strada per incamminarvi verso voi stessi.

Luca Tomberli

Luca Tomberli

Luca Tomberli nasce nel 1969 a Firenze. Negli anni Novanta, spinto dalla percezione della sofferenza, dopo aver sperimentato alcune tradizioni buddiste, varie discipline olistiche e degli approcci psicologici, inizia a praticare il Raja Yoga, l'antica scienza dell'essere improntata alla conoscenza del sé più profondo. L’incontro con Massimo Rodolfi segnerà in maniera inequivocabile il suo percorso. Fino a quel momento, il bisogno d’integrazione della spiritualità nel quotidiano, sembrava destinato a non essere soddisfatto del tutto. Nonostante avesse frequentato diversi gruppi legati in vario modo alla consapevolezza, non aveva ancora percepito quel senso di unità e appartenenza alla Tradizione che andava cercando e che invece gli viene rivelato dagli insegnamenti di Massimo Rodolfi. Nel 1999 dopo aver frequentato Energheia, la prima scuola di formazione per terapeuti esoterici, e soprattutto avendo sperimentato il cambiamento positivo della propria vita sente l’esigenza di diffondere quegli strumenti utili per comprendere meglio se stessi. Così inizia ad insegnare materie esoteriche per l’associazione Atman . Nel 2006 insieme ad altri compagni di viaggio contribuisce a fondare sette sedi della scuola Energheia che vanno ad aggiungersi alla preesistente sede nazionale. Attualmente, sempre più desideroso di praticare l’innocuità creando insieme ad altri, presta la sua attività nell’ufficio stampa del portale YogaVitaeSalute, scrive per la rivista esoterica il Discepolo e per YogaVitaeSalute, insegna per la scuola Energheia nelle sedi di Milano e Roma ed organizza corsi di meditazione e di Raja yoga in Toscana.
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