Ho ragione – prima parte

horagioneprimaparteL’ essere umano afferma continuamente le sue ragioni sentendosi defraudato nel momento in cui non vengono accolte. Siamo fatti così, dolcemente complicati, e non ci rendiamo conto che il sentire che l’altro ha inevitabilmente torto, ci induce a segare il ramo sul quale siamo seduti pur di difendere le nostre istanze. Questa è una malattia vera e propria e l’essere umano vive questa condizione senza rendersi conto del senso di unità insito nella vita stessa e di cui potrebbe avvalersi. L’ignoranza è alla base di questa condizione, la non conoscenza porta inevitabilmente alla frammentazione, e in presenza di questa tendenza non vi può essere guarigione e benessere.

Il problema deriva dal fatto che siamo in presenza di una coscienza limitata che non consente una visione d’insieme, tendente a preservare se stessa in funzione di qualcosa di esterno che viene percepito come minaccia e prevaricazione del proprio feudo. Viviamo le nostre vite in funzione di quelle altrui… da un lato siamo gelosi del nostro modo di essere fino a cercare di imporlo agli altri, dall’altro continuiamo a monitorare dalla nostre torre di guardia tutto ciò che si muove attorno alle mura del nostro castello. Siamo esseri umani, ma la nostra natura animale è ancora ben presente con le sue paure ed i suoi istinti. Viviamo con la sensazione di avere la spada di Damocle sulla testa, retta solo da un crine di cavallo, simbolo delle preoccupazioni e pericoli che incombono sugli esseri umani.

Siamo animali selvatici che vagano con un limitato senso di appartenenza tendente più a preservare se stessi che a non prendersi cura della collettività. Il soddisfacimento dei propri bisogni è prioritario e, naturalmente, quest’atteggiamento andrà a ledere quelli altrui, e per potersi giustificare valuterà negli altri l’aggressività di cui si servirà come alibi. L’essere umano vive molto di “pancia”, facendosi guidare dai propri istinti, che per loro natura non sono in grado di portare chiarezza nell’azione, in quanto motivati da pulsioni separative. Finita la premessa, passiamo ora agli aspetti pratici.

Quante volte ci siamo sentiti dalla parte della ragione e quanta soddisfazione nell’addossare agli altri responsabilità che non gli appartenevano. La ragione, come affermato in precedenza, nasce da una visione limitata tendente a nutrire le parti di noi che non vogliono cambiare. Si vive come in una tana e fino a quando non ci sentiremo satolli non avremo bisogno di cercare cibo e continueremo il nostro “vigile letargo”. Allora vivremo il nostro mondo di relazione con sufficiente tranquillità senza sentirci particolarmente minacciati nelle nostre ragioni, e la tana ci proteggerà da possibili conflitti. Le nostre relazioni saranno “civili” mantenendosi ad un livello di tacito accordo dove l’avvallo di potere tenderà a preservare gli spazi di ogni contendente.

Naturalmente, anche se le ragioni non vengono espresse apertamente, esse vagano comunque in branco cercando il cibo necessario, e trovandolo nella recriminazione continua. Quest’atteggiamento produce un logorio incessante che depaupera le energie, atteggiamento che rinsalda le nostre ragionevoli istanze, additando l’esterno come mandante del nostro malessere e riconoscendo nelle persone in cui riconduciamo la nostra recriminazione, i sicari della nostra possibile morte. Eh sì, non avere ragione è un po’ come morire, che senso ha continuare a vivere in questo modo, tutto è perduto quando gli altri non ci confermano nella nostra distruttività.

Al di là delle nostre istanze la vita ci vuole migliorare. Perché lo faccia non è argomento di questo articolo, ma anche se lo fosse non saremmo comunque in grado di disquisire sui massimi sistemi e raggiungere una consapevolezza non possibile in questo momento. L’importante è stare bene, per quanto possibile in questo momento, accettando di avere tutti gli elementi per raggiungere questo obiettivo… avere troppe informazioni renderebbe il tutto ancora più pesante senza avere la possibilità di sbrogliare questa matassa.

La tendenza dell’essere umano è quella di portare gli altri nella propria tana, per poi stupirsi che non siano d’accordo nell’inoltrarsi in un antro freddo ed ammuffito dove le ragioni vengono nutrite da continui borbottii di una personalità che non si sente amata. Vorremmo confermate le nostre ragioni senza cambiare a nostra volta, sono sempre gli altri che non capiscono e li buttiamo nella fossa dei coccodrilli se osano mettere in dubbio il nostro regno.

L’esempio che mi sovviene fa riferimento sempre al letargo. Esiste un periodo nel quale percependo le nostre fragilità tenderemo a nutrirci eccessivamente per sostenere i rigori dell’inverno. L’animale fa questo, si ciba aumentando la sua riserva di grasso per tutto il tempo in cui dovrà rimanere nella tana.  L’essere umano non è dissimile secondo me, rintanandosi anch’esso nella tana e cibandosi delle proprie illusioni che diverranno recriminazioni. Apparentemente sta bene e manifesta anche un certo grado di accoglienza visto che, “avendo della mangiata”, non è poi così aggressivo. Si chiama quieto vivere: sono bravo perché non ti azzanno, ma non farti vedere in giro se avrò un languorino!

Naturalmente la recriminazione, anche se vissuta sotto traccia, produrrà un dispendio di energie e prima o poi sentiremo il bisogno di ulteriore nutrimento. Vorremmo che il cibo venisse spontaneamente all’interno della tana, d’altra parte abbiamo ragione e che cosa dovrebbero fare gli altri se non offrirsi in pasto? Il bisogno però di confermare le nostre ragioni aumenta, e con esse la nostra fame, nessuno si offre come cibaria e bisogna uscire allo scoperto. Si comincia a grugnire a divenire insofferenti, nessuno ci vuole bene con tutto quello che facciamo per loro. La fame aumenta ancora e il bisogno di cibo diventa insostenibile, bisogna andare a caccia prendendo con noi dei battitori provetti che con i loro lamenti possano stanare la selvaggina.

Ululando il nostro dissenso, e rigettando sugli altri la recriminazione, manifestazione della nostra incapacità di realizzare, ci aggireremo nelle lande della nostra coscienza alla ricerca di prede per azzannarle. Nel fare questo le incolperemo di ogni nefandezza, asserendo la nostra assoluta innocenza anzi, affermando la nostra bontà d’animo fino a far reagire la preda trovando così giustificazione al proprio agire violento. Dopo esserci cibati e divenuti satolli, potremo tornare nella tana a schiacciare nuovamente un pisolino. Nella seconda parte approfondirò questa dinamica facendo esempi concreti presi dalla vita quotidiana.

Ti potrebbe interessare

Graziano Fornaciari

Graziano Fornaciari

Graziano Fornaciari nasce nel 1961 a Modena, vivendo un'infanzia ed un'adolescenza nella continua ricerca di un'armonia percepita come possibile. Diplomatosi come perito termotecnico, radica, attraverso quest'esperienza, la necessità di amalgamare, per un fine comune, gli elementi della natura: terra, acqua, fuoco, aria. In seguito, partecipa a corsi di comunicazione, nei quali prende contatto con la propria emotività, percependo la necessità di viverla con distacco. La ricerca delle cause della sofferenza lo conducono alla pratica della meditazione, attraverso il Raja yoga, all'interno dell'associazione Atman, di cui diviene insegnante nel 1997. Si iscrive nel 1996 a Energheia, prima scuola italiana di formazione per terapeuti esoterici, diplomandosi nel 1999. Ne diviene insegnante nel 2006 e adesso lavora presso le sedi di Modena e Roma, dedicandosi, consapevole della propria imperfezione, al conseguimento di una maggiore innocuità nei confronti della Vita, nel rispetto di se stesso e degli altri. Inoltre, cura una sezione all'interno della rivista esoterica, on-line “Il Discepolo” prima emanazione della Draco Edizioni casa editrice di divulgazione esoterica. Collabora anche, al portale web Yoga, Vita e Salute.