Sankara e l’Advaita Vedanta

La Conoscenza adorna coloro che la coltivano, ma nel caso di Sankara fu la Conoscenza ad essere adornata da Lui” (Madhaviyasamkaravijaya)

Nel panorama socio-culturale che vede la nascita dei sei darsana ortodossi, spicca Sankara come figura di prima grandezza per profondità spirituale e per sottigliezza speculativa, raro gigante spirituale che ha impresso chiarezza e coerenza sinora sconosciute.

Sankara, il grande advaitin, codificatore anche se non fondatore dell’Advaita Vedanta o dottrina della Non-Dualità, può essere considerato uno dei filosofi più rappresentativi dell’India; artefice della più completa sintesi dell’intero pensiero filosofico indiano.

Il racconto della sua vita e delle sue gesta ha sconfinato naturalmente nel campo della leggenda e dell’agiografia per l’immensità e inestimabilità delle orme da lui lasciate, non soltanto nel mondo orientale.

Mente più che dotata, geniale, pensatore di valore non comune, Sankara nella sua stessa vita, peraltro brevissima, è riuscito a trasmutare la conoscenza (jnana) in azione (karma), resa sacra dalla devozione (bhakti), realizzando imprese davvero eccezionali per i tempi che correvano.

Soprattutto ha consacrato una modalità di vita che ha lasciato in eredità come esempio a qualsiasi ricercatore pervaso da sete di trascendenza, in qualsiasi angolo di mondo, capace di ispirare e illuminare sul sentiero della Realizzazione.

La sua dottrina, l’Advaita Vedanta appunto, contraddistinta da un carattere prevalentemente filosofico, indipendente da ogni aspetto strettamente teologico e religioso, è stata definita “la più importante e la più interessante mai apparsa in terra indiana”, cui è impensabile paragonare alcuna scuola di pensiero sia tra quelle ortodosse, che tra quelle non-vedantiche, per profondità, audacia e sottigliezza speculative.[i]

La grandezza del pensiero di Sankara risiede nel carattere assolutamente non contrappositivo nei confronti degli altri punti di vista. L’Advaita Vedanta non si preoccupa di rivaleggiare con le altre scuole con l’intento di prevalere, quanto di armonizzarle e sintetizzarle in un tutt’uno.

Il rigore della sua logica evidenzia che una Verità Unica sottende ogni punto di vista e che le differenti religioni non sono fine a se stesse, ma sono piuttosto vie diverse verso il Divino. In questo modo il grande Benefattore, questo il significato del nome Sankara[ii] , riuscì a portare unità e pace in India in un momento di decadenza e crisi.

Come si conviene a tutti i più grandi esseri che hanno calcato la terra, in oriente come in occidente, le notizie biografiche riguardanti Sankara sono avvolte nella nebbia e sono arricchite da dettagli sovrumani.

Da più parti riconosciuto come filosofo, mistico e sommo Istruttore (Acharya), ma anche eroe nazionale, per taluni addirittura l’Avatar di Siva, Shankara senza dubbio è stato una delle più eminenti personalità dell’India antica.

Vissuto tra il 788 e l’820 d. C., egli operò con grande efficacia e successo in molteplici direzioni in un momento delicato di confusione e incertezze, quando aspri contrasti e spinte dissolutive minacciavano concretamente l’India (Baratavarsa).

Pur rappresentando il grande riformatore spirituale di cui aveva bisogno l’India in quel particolare frangente, Sankara riuscì allo stesso tempo a rivivificare la Tradizione vedico-upanishadica.

Nella sua breve, ma intensa vita terrena, oltre che compilare importanti commentari (a Upanishad, Bhagavadgita, Brahmasutra) e numerose altre opere per trasmettere gli insegnamenti e la disciplina advaita, viaggiò a piedi in lungo e largo per le strade dell’India.

Nel suo peregrinare istituì dieci ordini monastici, con l’intento di correggere e prevenire l’incombente degenerazione spirituale. I suoi monasteri-matha sorsero ai quattro punti cardinali dell’India, a mo’ di centri di focalizzazione di potenti energie.

Si adoperò per purificare i rituali, diventati non solo vuoti e formali, ma soprattutto violenti con il ricorso ai sacrifici di animali; tuttavia riuscì a mantenerne la sopravvivenza a garanzia di una duratura e salda unità nazionale.

L’impresa più impegnativa e fondamentale Sankara la realizzò in campo metafisico mettendo a punto la dottrina della Non-Dualità, l’Advaita, di cui parleremo nel prossimo articolo.

Con questo insegnamento, già presente nelle Upanishad, il sommo Istruttore, l’Acharya indicò il fine ultimo dell’esistenza umana: il riconoscimento e la realizzazione della nostra vera natura.

 

[i] S. Radhakrishnan, La filosofia indiana, Edizioni Asram Vidya

[ii] Dal Glossario Sanscrito, Edizioni Asram Vidya,: “colui che dona ogni sorta di bene”; nome di Siva, colui che con la sua Grazia causa ananda al massimo livello.

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Anna Todisco

Anna Todisco

Anna Todisco nasce nel 1959 a Napoli, dove si laurea presso l’Istituto Universitario Orientale in lingue e letterature straniere moderne con specializzazione in lingue slave. Dal 1984 vive a Firenze dove fa varie esperienze di insegnamento a bambini, adolescenti, adulti. Per diversi anni segue, in collaborazione con i servizi sociali territoriali, bambini ed adolescenti problematici. Parallelamente coltiva ed approfondisce interessi che spaziano dalla filosofia orientale e yoga al reiki ed alle terapie olistiche. Sceglie di dedicarsi completamente alla famiglia cercando sempre di mettere in pratica le conoscenze acquisite ed i conseguimenti della sua ricerca interiore, convinta che la spiritualità si realizza nel quotidiano. Dal 1995 si occupa di raja yoga ed esoterismo, diplomandosi nel 1999 ad Energheia, prima scuola italiana di formazione per terapeuti esoterici, fondata da Massimo Rodolfi, di cui è insegnante a Firenze. Tiene la rubrica Letteratura e spiritualità sulla rivista il Discepolo della Draco Edizioni e scrive per la sezione Yoga per Tutti all’interno del portale Yogavitaesalute.