Quale libertà?

Quale libertaIl saggio che ama la consapevolezza e teme il sonno dell’inconsapevolezza non può ricadere nell’illusione. Ha trovato la via verso la liberazione. (Dhammapada)

Ogni dottrina filosofica indiana, che sia lo Yoga, il Samkya o anche il buddhismo, ha avuto come punto di partenza e obiettivo fondamentale comprendere il perché della sofferenza inerente alla vita e soprattutto come uscirne.

La sofferenza, come ognuno di noi ben sa, si manifesta secondo le circostanze della vita e la natura individuale di ciascuno. Come dire che ognuno ha i “suoi” motivi “personali” di sofferenza. Non tutto il mondo soffre, è vero, eppure il dolore è l’esperienza che accomuna ogni membro del genere umano.

Si soffre per cattiva salute; per sconforto dovuto alla perdita di una persona cara; per la paura del domani, dell’incertezza o della morte; per la frustrazione dovuta a una delusione… infinite possono essere le ragioni del nostro star male.

Secondo le quattro nobili verità di Buddha Sakyamuni esiste la sofferenza; la sofferenza ha una causa; è possibile trascendere la sofferenza; c’è una via che conduce alla cessazione della sofferenza.
La letteratura sacra d’impronta Vedica ci riferisce, appunto, i passi da seguire per percorrere il sentiero che porta al superamento del dolore.

Ben sappiamo che i mezzi che ci vengono suggeriti ci conducono dentro noi stessi, dove abbiamo da lavorare per comprendere da dove viene il nostro dolore; purificare, eliminare le cause del male; coltivare con determinazione la pratica (sadhana) che ci porterà inevitabilmente come frutto la liberazione dalla schiavitù della sofferenza.

Il jivanmukta è colui che ha realizzato la condizione di liberato in vita, è morto in vita. Questo vuol dire morire a quelle condizioni di vita che generano sofferenza. Vuol dire annientare tutti i turbamenti della personalità che inducono conflitti, dispiaceri e dolore e quindi avere integrato la personalità nella dimensione superiore, nostra vera essenza.

Così la Katha Upanishad definisce lo stato della mukti (liberazione): “Quando tutti i desideri che dimorano nel cuore svaniscono, il mortale diviene immortale e raggiunge Brahman anche qui”.

 Il jivanmukta, perfettamente identificato con Brahman, ha realizzato la Realtà unica nel mondo; come si usa dire: è nel mondo senza essere del mondo. Egli può affermare: “Sono colui che anima l’albero dell’universo. La mia sorgente è il puro Brahman. Sono come quella Realtà pura che è il Sole. Sono uno splendente tesoro. Posseggo l’Intelligenza. Sono Immortale e imperituro.” (Taittiriya Up.)

Ma in termini molto semplici e pratici, come si arriva a questo che è il traguardo ultimo dell’uomo? Come dice un saggio adagio: ogni grande viaggio inizia con un piccolo passo. Allora ci basterà fare via via il primo passo possibile.

A chi percorre la via del Ritorno, ogni evento si presenta al momento opportuno. Il discepolo non deve preoccuparsi di niente, se non di maturare la comprensione.”[1]

E per maturare la comprensione possiamo solo, con unità d’intento, convergere tutte le nostre energie all’interno della nostra coscienza e cominciare a lavorare. Primo passo: fare silenzio. Bisogna, cioè, mettere a tacere la mente e tutte le sue arzigogolate modalità di evasione per metterla al servizio del nostro compito.

Appureremo che le cause del nostro smarrimento sono riconducibili essenzialmente a due principali: il desiderio e la paura.

Il desiderio ci allontana dal nostro centro profondo, in quanto spinge la nostra coscienza verso l’esterno; ci vincola alla forma mentre noi aspiriamo all’essenza. Se la Realtà è una, essa è già dentro di noi, il che vuol dire che non dovremmo avere null’altro da desiderare. “Può la luce volere la luce se è essa stessa luce.”[2]

La paura ci fa dubitare di noi stessi e diffidare di tutto e tutti. Ma vivendo nella paura si finisce con l’identificarsi con le proprie gabbie mentali che ci impediscono di scorgere la perfezione della vita dietro ogni evento e circostanza.

Inoltre, molto subdola e disfattista è l’aspettativa, un’altra forma di desiderio. Come molto bene ci spiega Massimo Rodolfi http://www.yogavitaesalute.it/2015/10/24/le-aspettative-allontanano-dalla-vita-21235.html essa ci allontana dalla Vita, tenendoci in uno spazio-tempo che non aderisce mai al presente. È destinata comunque, a prescindere, a mandare in frantumi i nostri sogni.

Mentre investiamo nelle nostre aspettative in realtà siamo agganciati al futuro, a un illusorio divenire; e questo è contrario alla Realtà profonda che siamo, che sa accogliere e accettare tutto quel che sarà, anche se opposto a quanto l’io individuale preferirebbe.

Le delusioni sono proprio dietro l’angolo, pronte per alimentare le nostre recriminazioni! Non ci resta che cedere alle ragioni della Vita, che ne sa più della nostra piccola volontà. Imparare ad accontentarsi, docilmente affidarsi alla scintilla della nostra aspirazione.

Mentre aspettiamo che diventi fuoco, sbrighiamoci a fare ogni volta il primo passo possibile per non cadere nei tranelli della nostra stessa mente, per liberarci da tutti questi fardelli e rimanere nell’imperturbabile Realtà che già siamo: pura beatitudine!

[1] Raphael, Tat Tvam Asi – Tu sei Quello, Asram Vidya, 1977 Roma
[2] Raphael, Verso un nuovo vivere, Vidya, novembre 2000

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La scelta più giusta

la scelta piu giustaLa strada verso la beatitudine è costellata di tanti bivi quanti sono i pensieri discorsivi presenti nella mente. Ognuno di loro rappresenta contemporaneamente una degradazione dell’infinito e una lieve emancipazione dall’illusione del desiderio. La sottile linea di demarcazione viene tracciata dalla possibile consapevolezza.

Quando la coscienza è preda del suo automatismo, ogni cosa risulta poco importante rispetto al mantenere intatta l’impalcatura dello schema mentale, così anche il mondo,nonostante la sua vastità, sembra niente rispetto all’essere rapiti dai propri stati d’animo. Invece quando ci si ascolta e l’azione rispondente diviene il tentativo di aderire agli aspetti positivi presenti in noi stiamo vibrando sulle note del cielo e un senso di apertura alla vita ci allieva anche dalle fatiche più dure.

Prima di poter sperimentare la vera libertà dai condizionamenti, per molto tempo i pensieri si attorcigliano intorno alle emozioni, ed i due vengono seguiti come la verità assoluta in quanto ritenuti i dispensatori della vita e della morte. Un essere umano che viva questa condizione della coscienza non aspira consapevolmente ad un vero cambiamento, casomai si adopera per modificare gli avvenimenti superficiali rincorrendo un potere ed un godimento esclusivamente fini a stessi.

La svolta è soltanto una questione di tempo. Liberarsi dai condizionamenti vuol dire fare i conti con ciò che impedisce il contatto con il mondo superiore. Quelle stesse strutture di difesa, costruite ed occupate dal sé inferiore, da cui sembra impossibile evadere, sono destinate a trasformarsi, a cedere il passo al fluire della vita. Prakriti (la materia) attraverso il divenire è alla ricerca di una simmetria possibile. Il congelamento prodotto da tamas, come pure il riscaldamento propiziato da rajas, tendono a distorcere i flussi vitali, ma così facendo producono situazioni preparatorie ad avvenimenti di maggior portata. La materia sotto la spinta dello Spirito entro stante è destinata a dividersi, per cui una forma non può celare la luce per sempre.

I pensieri producono delle situazioni, la realtà viene plasmata da ciò che pensiamo spiegava con altre parole il Buddha. Un pensiero ben concentrato realizza un’azione che esprime la coerenza tra la causa e l’effetto, mentre un pensiero distratto si manifesta nella vita attraverso delle attività dispersive alimentate a seconda dei casi dall’ansia o dall’irritazione:

“L’intelligenza risoluta si dimostra unificata e stabile, o Gioia dei Kuru; instabile ed estremamente divisa è invece l’intelligenza dell’irresoluto” . (BG II,41)

I Maestri insegnano che quando si è stabili nell’anima, la conoscenza del Sé ci apre alla visione profonda. In quello stato di coscienza discendono qualità come l’intuizione che risolve sinteticamente ogni diatriba razionale.

Però prima di illuminarci che facciamo? La vita scorre impetuosa, in ogni momento della giornata ci troviamo di fronte a delle scelte da dover compiere . Anche nella non scelta stiamo scegliendo di agire in quel modo. L’inconsapevolezza non ci rende neutri, alla base vi è un certo attaccamento all’agire i meccanismi presenti nel subconscio. Le nostre azioni spesso sono motivate da delle forze interne che fino a che non esauriscono la loro spinta ci tengono in ostaggio.

Come possiamo scegliere liberamente? Lo Yoga ci insegna a sviluppare la discriminazione attraverso Dharana, l’attenzione. Il discernimento è quella facoltà della mente di distinguere in base all’esperienza ciò che è bene da ciò che è male. Non a caso il termine intelligenza tramite l’etimo intelligo ci riporta al significato di “scegliere tra due cose”.

 

Nello scegliere sempre più consapevolmente si instaura un circolo virtuoso che induce ad uscire dagli schemi mentali soliti e ad aprirsi, così, all’arrivo di nuova linfa vitale proveniente dai piani alti dell’esistenza. Per cui diviene sempre meno rilevante l’oggetto della scelta, cioè il frutto dell’azione, in favore dell’attività della scelta. Nel non interrompere in maniera brusca il flusso vitale, anzi nel rilanciarlo attraverso il discernimento, si partecipa intimamente alla festa della vita. Così il processo meditativo ha inizio …..

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Il Satya, cura scientificamente la vita

SatyaPiù passa il tempo e più mi rendo conto che la mia vita ha “fame” di un’ unica cosa: la verità.
Si arriva ad un punto in cui non si può più scendere a compromessi con i propri demoni interiori, le proprie piccolezze, e con la miseria che per troppo tempo riconosciamo come parte del nostro quotidiano, ma che è solo il retaggio di antichi poteri distorti.
Per vite viviamo in un clima di relativa aderenza a noi stessi, mentre siamo solo soggetti alla forza propulsiva delle nostre emozioni più basse, accontentandoci delle briciole di una vita potenzialmente eroica. Per essere eroi bisogna aderire al vero. A quel vero che la nostra vita sente come leggero, puro e reale.
In sanscrito, Satya, significa letteralmente la verità. Per essere nella verità, bisognerebbe essere sinceri: nel pensiero, nella parola e nell’azione. Cosa alquanto difficile in questa società.
Satya, è la seconda dei cinque yama (compresi negli otto passi di Patanjali negli Yoga Sutra).
Satya, la troviamo come argomento centrale dei Veda, ed è strettamente collegato alla RTA (ordine cosmico); senza Satya, l’universo va in pezzi e nulla può funzionare.

All’interno del nostro corpo, quando c’è corruzione, si genera la malattia. Quando gli otto passi, descritti da Patanjali, sono lontani dai nostri bisogni e dalla nostra quotidianità, siamo lontani dal nostro angelo solare, e siamo obbligati a vivere nell’illusione.
In particolare, l’assenza di verità, ricopre una delle cause maggiori della degenerazione fisiologica.
Se si è bugiardi con se stessi, ci si ammala.
Tutta la pratica yogica ci fa ricercare il vero equilibrio interiore , l’omeostasi perfetta, e quindi la salute è generata solo attraverso la continua aderenza a se stessi.
Per essere veri, bisogna camminare sulle braci della propria sofferenza, smettere di crederci gli unici a soffrire e accettare il nostro posto nel mondo con gioia e dedizione. La verità si costruisce con fatica, nella melma di un mondo furbo e corrotto.
Appena si riconosce la strada che ci porta alla verità, Satya, i corpi comprendono il vero nutrimento: la saggezza della semplicità, in un mondo artefatto e scarsamente vitale.
Finisce che non se ne può più fare a meno, perché ora la vita di ogni essere ha un senso.
Al di là delle emozioni, di ciò che abbiamo sempre identificato come i nostri desideri, rimane solo la verità a sospingere i nostri passi verso la realizzazioni di chi siamo in potenziale.
La vera realizzazione è costruita attraverso il potere che esprime chi vive nella verità e la trasmette con gli occhi della pace.

Satyameva Jayate nanrtam
Solo la Verità trionfa, non l’irrealtà. (Upanisad)

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La mente: amica o nemica?

la mente aminaLa mente è come un lago la cui superficie è increspata dai pensieri. Per vedere il Sé sottostante bisogna prima imparare a eliminare queste increspature, a diventare padroni e non schiavi della mente. (Swami Vishnu Devananda)

Molte volte, in precedenti articoli, abbiamo riferito che, secondo la sapienza antica, la realizzazione spirituale è un evento incontrovertibile per ogni uomo.

Abbiamo anche ribadito che questa meta, comune all’intero genere umano su questo pianeta, non è un conseguimento veloce e facile, ma frutto di sforzo continuo e tensione persistente, volta al superamento di conflitti e lotte interiori, non di rado aspri e laceranti.

In questo processo di graduale manifestazione dell’Anima, nostra vera identità, oscilliamo incessantemente tra il richiamo dell’aspetto superiore della coscienza e le resistenze della personalità; mentre la personalità è spinta da intenti e desideri egoistici, l’Anima ha una visione universale e mira al bene comune.

Questo conflitto tra volontà dell’Anima e piccolo volere della personalità genera la sofferenza. Finché rimaniamo invischiati nell’illusione della separatezza e ci identifichiamo con i desideri, gli impulsi e i pensieri della nostra personalità, ne siamo schiavi e non possiamo che soffrire per l’inappagata aspirazione alla trascendenza.

C’è un momento nella storia di ogni individuo in cui è possibile intraprendere il sentiero della realizzazione o del “ritorno a casa”. Solo quando si comincia ad essere spiritualmente maturi scatta l’ardente aspirazione alla liberazione da tutte le sovrapposizioni al vero Sé: l’Anima comincia a far sentire il suo richiamo.

Condizione necessaria per procedere e avanzare nella crescita spirituale è la comprensione del ruolo della mente e, conseguentemente, giungere a dominarne l’incessante attività.

Difatti Patanjali sostiene che per realizzare la condizione di assoluta coerenza all’interno della nostra coscienza, stato che dovrebbe esserci connaturato, raggiungibile attraverso la pratica del raja yoga, è fondamentale inibire ogni movimento della materia mentale.

Alcuni testi antichi buddhisti e zen dicono: “La mente uccide l’atman. Uccidete l’uccisore e raggiungete la luce”.

Da queste considerazioni si evince che la mente costituisce un problema per l’aspirante. Eppure, attraverso la disciplinata pratica della meditazione, la mente da ostacolo si trasforma in strumento che condurrà l’individuo a svelare il proprio Sole nel pieno della sua radianza.

Il punto basilare è che noi siamo essenzialmente pura coscienza caratterizzata da beatitudine, sat-cit-ananda come dicono i testi sacri. Ma allo stesso tempo ci riconosciamo come individui, qualificati da una serie di identificazioni, che in realtà sono sovrapposizioni che occultano la natura originaria, generando annebbiamento e illusione.

Mentre nel cuore del nostro essere pulsa la scintilla divina intrisa di pace amore e saggezza, noi ci identifichiamo con tutte le limitazioni e guaine che illusoriamente percepiamo come reali e assolute. Ci sentiamo il Tal dei Tali, fratello/sorella di, figlio/figlia di, preoccupati di questo o quest’altro, irritati o divertiti da questo o quest’altro etc.

Ci sfugge lo stato originario di pura coscienza che siamo oltre il velo dell’illusione.

Qual è il misterioso fattore che modifica la pura coscienza in coscienza limitata? È la mente, che ci mente, che interpreta da una prospettiva viziata. È il pensiero che si sovrappone alla coscienza luminosa che siamo e la nasconde.

Per effetto di questo gioco degli specchi della nostra mente, finiamo imbozzolati nel nostro egocentrismo, in preda alla diffidenza e al senso di minaccia, quindi alla paura, sino a crederci separati dagli altri.

Eppure, l’abbiamo già detto infinite volte, noi siamo altro. Siamo pienezza, pace, beatitudine. Ma finché non si estingue la nostra coscienza individuale, tutto ciò non emerge. Finché la mente increspa con indebiti pensieri la superficie del lago della nostra coscienza, non ci è dato identificarci con la quiete luminosa del nostro profondo.

Ecco che l’aspirante ha davanti a sé un lungo allenamento per addestrare la mente a orientarsi sempre più verso pensieri elevati, fino a non entrare in risonanza con le molestie di quelli puerili, generati dall’egocentrismo della personalità.

I cattivi pensieri muoiono da sé perché la mente è divenuta tersa e pura, docile strumento dell’Anima atto a far fluire le energie dello Spirito. Non esistono più le condizioni per cui il signor Tal dei Tali possa andarsene in giro a rivendicare le sue ragioni, recriminando il mal subito, ostentando la maschera del caso.

L’inferiore è stato integrato nel superiore. “Quando l’uomo è liberato dal desiderio, quando è liberato dal dolore, è allora, nella tranquillità dei sensi che egli contempla la maestà dello Spirito”. (Kathaupanishad)

 

Bibliografia

Annie Besant, Il Tempio interiore, Adyar, Trieste 1990

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Lo yoga aiuta a vivere pienamente

lo yoga aiuta a vivere pienamenteVuoi risolvere i tuoi problemi? Vuoi liberarti dalle paure? Tutto ciò è possibile, lo testimoniano i Maestri, lo condividono i praticanti dello yoga e lo afferma soprattutto Krishna:
“In questo sentiero nessuno sforzo è perduto, nessun ostacolo può prevalere; anche un minimo di questo dharma libera da una grande paura” ( BG II,40).

Nella pianura del Kurukshetra Arjuna è in compagnia della paura, lo ha assalito quella forza che raggela e blocca la spinta vitale. La vista dei parenti sull’altro lato del campo di battaglia lo ha reso vulnerabile. Non di rado può capitare di essere preda di quella stessa paura che ha sconvolto l’animo di Arjuna, in quei momenti tutto sembra perduto e scambiamo il giorno per la notte. Percepiamo così di essere deboli ed indifesi di fronte alle angherie del mondo. Invece l’energia distruttiva è dentro noi, essa è abituata a ghermire il nemico grazie all’oscurità. Non siamo così deboli ed indifesi come vuole far credere quella parte che vuol continuare ad agire indisturbata la distruttività verso se stessi e gli altri.

Krishna, attraverso la pratica dello yoga, indica il sentiero del riorientamento della coscienza. Gli ostacoli sul sentiero, se ascoltati, ci costringono a rivedere i nostri moventi, aprendoci così, maggiormente alla vita. Ogni esperienza ci rafforza, anzi più gli eventi sono drammatici e maggiore è la forza a cui possiamo attingere al nostro interno. Ogni tentativo di miglioramento, al di là dell’esito immediato, produce quei mattoni con i quali, volta per volta, costruiremo la vittoria finale.

Per cui niente viene perduto, tutto quello che viviamo mentre cerchiamo di praticare lo yoga, l’unione, serve alla costruzione del tempio interiore. Le barriere che incontriamo durante il cammino verso la pace interiore sono destinate ad essere superate. Esse sono i limiti presenti nella coscienza dell’aspirante spirituale. In genere quando tocchiamo i nostri limiti ci sentiamo vulnerabili e il terreno sotto i piedi inizia a cedere velocemente: la maschera non riesce più a celare le fratture della coscienza. Così la sfiducia prende il sopravvento e la via verso la felicità sembra negata. Invece è una grande occasione da non perdere in quanto vi sono le condizioni per aprirsi ancor di più alla luce del Sé Superiore.

La guarigione dalla paura di vivere passa attraverso il vivere più pienamente. Infatti nemmeno lo scoglio più elevato può impedire al mare di lambire la riva. Abbiamo passato tanto di quel tempo a cercare di piegare il mondo ai nostri voleri che ci siamo scordati che siamo proprio noi ad avere eretto delle barriere che si sono rivelate un boomerang eccezionale. Ne ricacciare nell’inconscio l’aggressività abbiamo nutrito quel senso di minaccia che perturba la nostra vita. Nonostante l’esperienza percettiva dica il contrario la paura in realtà non esiste in quanto è soltanto una maschera che consente alla personalità di vivere in un certo clima di terrore in modo da giustificare una certa propensione ad agire quel tipo di energia distruttiva.

Per uscire da questo circolo vizioso lo yoga ci propone un sentiero di consapevolezza, un percorso che ci porta sentire cosa convive in noi e a scegliere se coltivarlo o trasformarlo. La paura va sentita in ogni suo rumore stridulo. Soltanto dopo aver percepito tutta la paura del vivere si potrà affermare in noi la voglia di vivere pienamente.

La scienza dello yoga e la comprensione della morte

la scienza dello yoga e la comprensione della morteL’umanità attuale, rispetto al passato, è in lotta continua contro la morte.
Non importa andare tanto indietro con i secoli (che ci danno prova di quanto alcune popolazioni rispettassero e onorassero questo evento), basta solo tornare indietro di 30 anni, quando ancora la persona morta si vegliava in casa (più diffuso al sud), la si aiutava “nel trapasso” e tutti i parenti la andavano a salutare nel suo letto di morte.
Ho ricordi di questo tipo, certamente un po’ forti, ma ricordo il clima che ci circondava: le persone arrivavano e parlavano con il morto, portavano cibo e si mangiava insieme, come se la morte fosse qualcosa di normale.
Normale??? Per la nostra società attuale la morte deve essere sconfitta a qualunque costo; la scienza si accanisce su tutto ciò che può potenzialmente destabilizzare un ipotetico controllo del ciclo-vita e morte. Siamo ignoranti e superbi allo stesso tempo, siamo sempre alla ricerca del farmaco più aggressivo, ci dimentichiamo che non possiamo controllare la morte e la nostra dipartita.
Lo Yoga ci aiuta ad avvicinarci alla consapevolezza di tutto ciò che non è fisico, e la scienza dello yoga ci insegna che la morte non esiste, o almeno, non è ciò che noi crediamo sia.

La morte è il più grande evento trasformativo del nostro corpo fisico, che implica un cambiamento di stato incontrollabile e irreversibile. In ogni momento, nel nostro corpo fisico, (ma anche astrale e mentale) in maniera silente, qualcosa si trasforma e perde la sua identità momentanea.

Siamo terrorizzati dalla morte perché crediamo in una sola vita, perché l’idea della morte tocca l’abbandono e la solitudine interiore, e anche perché tendiamo a controllare e a catalogare ogni evento naturale con la presunzione di indirizzare e manipolare ciò che ci “sta a cuore”.

La vita (che include la morte) è perfetta, sa esattamente i tempi e i modi attraverso i quali ritrarre la vitalità (intesa in senso umano), dal corpo fisico.
Alice A. Bailey scrive: “ La morte, per quanto riguarda l’uomo, è un processo sempre più predisposto e previsto dall’anima, che si ritrae di sua propria volontà.” Chiaro, no?

L’anima di ognuno di noi decide, a poco valgono i farmaci più evoluti; illusi e rigidi, non molliamo alla vita il suo potere di scelta.

La trasformazione interiore, può, certamente, trasformare le forze distruttive che generano malattia, correggere le vie di minor resistenza del male in noi, ma questo non è facile, occorre tempo e sacrificio, e non basta ingoiare una pastiglia di non so cosa o recitare: “ io sono felice, io mi affido all’universo”.

La scienza racchiusa nello Yoga ci insegna ad ascoltare l’odio che alberga nelle nostre vene, accettarlo e trasformarlo. Bisogna essere vigili con sé stessi, non prestare il fianco agli automatismi che vivono nell’egoismo e nel bisogno di accentramento della personalità. Altro che peace and love, qui si lotta con ciò che abbiamo dentro da tempo…

L’anima decide l’esperienza che vuole vivere, e noi siamo il prodotto del disegno in divenire di quest’anima. Poca scelta è data alla mente razionale. Fallace e limitata. Nel libero arbitrio possiamo ritrovare movimento e consapevolezza, senza cambiare le cause evolutive della nostra incarnazione.

Sarebbe un grande passo comprendere anche solo i limiti di una medicina senza umanità, e iniziare ad accettare i limiti di ogni vita che attraversiamo, spesso senza grande attenzione e presenza.
Ce lo conferma anche la Bailey: “ Pensate quale mutamento nella coscienza umana, quando la morte sarà considerata il semplice e volontario abbandono della forma”
Forse un giorno comprenderemo anche la morte, la sua pace e la sua vitalità…