L’attaccamento, il nemico più insidioso della libertà

Attaccamento“Coloro che si lasciano così fuorviare, attaccati al godimento e al potere, per quanto perspicace possa essere la loro intelligenza, non possono fissarsi nella contemplazione perfetta”
(BG II, 44)

Nel secondo canto Krishna pone le basi dell’insegnamento dello Yoga. Nei versi precedenti il Perfetto ha indicato nel discernimento la via maestra per spezzare le catene del mondo. L’attenzione, Dharana, è l’attività della mente che prepara la strada all’unione della coscienza, Dhyana, che si realizza con la pratica della meditazione.

I Maestri insegnano che fino a quando la mente dell’aspirante spirituale non è in grado di rimanere fondata su se stessa, il serpente nero dell’ignoranza ne avvolge la coscienza. La scienza dello yoga insegna che non si riconosce la Reale Natura quando la percezione rimane legata ad aspetti illusori, definiti maya nelle Upanishad, non fondati sulla realtà della vita. Quante volte abbiamo inseguito dei desideri considerandoli di vitale importanza, che una volta raggiunti, ci hanno poi stufato. Il mondo emotivo, per sua natura duale, è la miglior palestra dove poter sperimentare il divenire. Nonostante le emozioni siano il sale della vita e quindi ciò che ci spinge nella corrente divina attraverso il piacere, soltanto quando ci saremo stancati di identificarci con gli aspetti illusori potremo trovare la pace dentro di noi. Però a questo punto può sorgere una domanda: “Se viviamo in un mondo illusorio, come mai la sofferenza fa così maledettamente male ?”

In fin dei conti quando si sta male nel disquisire sulla natura della realtà non è che ci porti un gran giovamento, mentre ciò che può cambiarci la vita è il superamento della sofferenza. Quindi, riepilogando, gli elementi in gioco sono: un mondo illusorio di cui ne abbiamo una percezione reale e una sofferenza vissuta anche nella carne. Tutto qui? Ne siete proprio sicuri? Beh, manca un ingrediente fondamentale che dà il sapore a tutto il resto.

Qual è? Il mezzo della comunicazione, la coscienza, cioè l’oggetto della pratica dello Yoga e l’unico interprete della storia scritta nell’anima stessa. Nonostante il nostro darci da fare, l’unica realtà della quale possiamo veramente occuparci è la consapevolezza. La sofferenza pur avendo una sua oggettività sperimentabile non è percepita in maniera uguale da tutti. Stessi avvenimenti causano percezioni diverse. Quindi vi deve essere un capacità differente in ognuno di agganciarsi al dolore. Sri Krishna come successivamente il Signore Buddha hanno definito l’attaccamento, trishna, come l’impedimento alla realizzazione della Vera Natura e quindi la causa reale della sofferenza.

L’attaccamento è figlio dell’avidità, entrambi dipendono dall’ignoranza e producono distorsioni mentali ed emotive tali da non farci vivere nel momento presente. La meccanicità della coscienza dipende dal camuffarsi con delle maschere che nascondono altro. I nostri comportamenti abitudinari vengono motivati da energie che vogliono soggiogare il mondo lavorando nell’ombra. Perciò la soluzione ai problemi che viviamo non è da ricercare esclusivamente nell’affermazione di se stessi o nel godimento, cioè non è di nessuna utilità giudicare moralmente le nostre necessità. Casomai il limite della coscienza lo viviamo proprio nell’essere ossessionati dal bisogno di avere successo o di provare piacere. In noi vi sono delle pulsioni che cercano di sopravvivere mantenendo la coscienza entro un certo clima emotivo e mentale che potremmo definire confuso. Per liberarci è necessario superare questi ostacoli presenti nella coscienza , comprendendoli attraverso un’azione sempre meno condizionata dalle distorsioni. Lo sguardo dovrà essere capace di andare oltre il velo della materia. Allora, e soltanto allora come spiegano i Maestri, potremo raggiungere Krishna nello stato di Samadhi, la contemplazione perfetta.

A tal riguardo Sri Aurobindo scrive: “Unione con il Sé profondo esige la concentrazione perfetta del pensiero e della volontà, il pensiero che vaga ad ogni istante non può pervenire a così elevata altezza”.

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La Scienza dello Yoga è la Scienza della Vita

la scienza dello yogaSono ormai vent’anni che vivo dentro il mondo dello Yoga e ne ho viste abbastanza da farmi un’idea di cosa si trova in giro come “crescita personale.” Ovvio che tiro l’acqua al mio mulino: http://www.yogavitaesalute.it/scuola-energheia , ma in giro ci sono veramente pochi percorsi che possono sostenere il calibro della scuola in cui insegno. Oltre all’aspetto pragmatico e la profondità dello studio che si affronta nei tre anni (anche senza studiare troppo, ahimè…), c’è una cosa che mi sospinge a continuare ad insegnare, ed è il fatto che chi percorre questi tre anni diventa più buono, più bello e più vero.

Non sto scherzando, sono tre qualità che sono collegate dal filo della comprensione delle dinamiche della personalità. Chi approda ad Energheia, cambia il suo modo di vedere la vita e di essere nella vita. Un po’ alla volta e con tanta fatica, si riesce ad avere la forza di andare in fondo a se stessi, toccando anche le parti più oscure, disattivandole e trasformando ciò che resta nascosto e gretto all’interno della nostra coscienza.

Ce lo ricorda anche il più grande psichiatra dell’ultimo secolo, Roberto Assagioli:

“Conosci te stesso, possiedi te stesso, trasforma te stesso.”

Facile fare New age, sparando sentenze (quanto l’ho fatto anch’io..), e credere di avere trovato la pietra filosofale in un corso di un week end, dove hanno tutte le risposte a tutti i perché di una vita intera… che presunzione! Nessuno ci può togliere la fatica di assaggiare l’odioso veleno che abbiamo prodotto in un rapporto per anni, l’invidia che abbiamo silentemente nutrito, e magari, anche, ci tocca contattare nel prossimo lo stesso astio che per anni ci ha alimentati, allontanandoci dall’altro, quell’altro che ora assomiglia tanto a ciò che eravamo e che siamo ancora…

Il vero percorso spirituale t’insegna a stare più zitto, a respirare (ma non perché fai pratiche di pranayama) ma perché ti soffermi, attendi e osservi con gli occhi della vita e non con la tua distruttiva supponenza. Così, piano piano s’inizia ad accettare che la vita si muove precisa e forte, dentro e fuori di noi; s’impara a digerire ogni esperienza, in quanto prodotta dalla nostra coscienza per darci la possibilità di imparare ad essere liberi e a nutrire la pace del cuore.

Non conosco una scienza più esatta e imparziale. Scevra da qualsiasi attaccamento, la Scienza dello Yoga ti insegna a stare dritto sulle tue gambe, a sacralizzare il tuo compito, a non sminuirlo, ma neanche a sopravvalutarlo, cercando di essere uomo, nell’accezione più alta che c’è.

Sono orgogliosa, anche nell’immensa fatica, di essere parte di un disegno che sostiene la scientificità dell’amore, in ogni sua manifestazione.

La Bhagavad-Gita, nella sua estrema chiarezza ci sintetizza, in solo tre righe, il percorso verso la vera felicità:

“Ben saldo nello yoga, compi le opere tue, o possessore della ricchezza, dopo aver messo da parte l’attaccamento, con la stessa disposizione d’animo rimanendo, nel successo e nella sconfitta: la mente in equilibrio (continuo) di indifferenza ha il nome di yoga.”

La Bhagavad-Gita Cap.II, sloka 48

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Lila, il gioco divino

Lila il gioco del divinoVidura chiese: come può essere affermato che il Signore Supremo ha creato l’universo per gioco? Il fanciullo è spinto a giocare da un desiderio di piacere o per la compagnia, ma il Signore supremo non ha desideri ed è l’essere unico ed infinito. (Bhagavata Purana)

Là dove le menti dei filosofi di tutti i tempi si sono arrovellate per individuare il senso dell’esistenza umana, da consegnare all’umanità disorientata di fronte all’apparente incoerenza della vita, la tradizione indiana ancora una volta stupisce per la semplicità della sua visione.

Infatti, nella letteratura sacra, spesso la manifestazione è chiamata lila, parola sanscrita che indica il gioco divino nel quale il Creatore si intrattiene e allieta sin dalle origini, portando in essere tutto l’universo. Un gioco ininterrotto, senza fine che il Brahman porta avanti pur senza essere coinvolto in realtà. Come se Egli generasse l’universo sensibile pensando.

Questo concetto implica l’idea della venuta in essere dell’esistente attraverso una proiezione del Principio divino, che dà inizio al gioco e continua a giocare pur rimanendo “dietro le quinte” assistendo allo spettacolo della vita, che come una sottile, meravigliosa e colorata trama si intesse attimo dopo attimo.

Nel flusso ininterrotto di lila tutto viene in essere e si dissolve, nasce e muore, così l’universo tutto, che alla fine del kalpa (ciclo cosmico) entrerà nel pralaya, lo stato di quiete che conduce al dissolvimento.

Questa è la danza di Shiva: il suo armonioso ritmo genera l’onda di vita che incessantemente plasma la manifestazione, sospinta dall’attività e dal movimento senza fine dell’energia cosmica. La cessazione di tale attività sarà preludio alla fase del pralaya, quando sarà giunto il momento.

La perfezione che governa l’universo così concepito non è compatibile con il concetto di casualità; constatazione che portò Einstein ad affermare: “Dio non gioca a dadi con l’universo”, intendendo con questo che esistono leggi precise che regolano la vita, anche se gli scienziati ancora ne ignorano.

La perplessità che può insorgere nel ricercatore di fronte a questa concezione è espressa dalla citazione iniziale. Come può l’Essere Supremo, la cui natura è sat-chit-ananda (essenza, coscienza e beatitudine assolute), avere la necessità manifestare il mondo?

La nostra umana prospettiva ci porta a credere che la condizione di massima beatitudine sia da identificarsi con l’immobilità, assenza di ogni spinta ad agire. Ma questo sì che sarebbe contrario alla vita!

Sat-chit-ananda è la condizione ordinaria del Giocatore-Creatore mentre beatamente è attivo, crea e desidera. E questo coincide con la danza eterna di cui abbiamo parlato. È il gioco della vita, quindi “normale”.

« Egli non ha motivo di essere. Allo stesso modo il mondo è semplicemente un suo gioco. » (Brahmasutra)

Altra lacuna difficilmente comprensibile per la miope visione umana rimane il senso della parola “gioco”, che in un tale contesto ci suona banalizzante, fuori luogo; come se l’Assoluto, non avendo cose più importanti da fare, si inventi un gioco e si trastulli, mentre nel mondo si consumano piccole e grandi vicende umane costellate di sofferenza, ingiustizia, infelicità.

Bisogna dire che, invece, nell’antica cultura vedica, il “gioco” aveva finalità simboliche e sacre, rituali, per intenderci. Quindi nulla a che vedere col significato di attività non seria, anzi da bambini, inutile spreco di tempo, che gli attribuiamo attualmente noi.

Può aiutare a liberarci da questi pregiudizi e quindi a comprendere meglio il senso del gioco divino, parlare, come fece Shankara, di “immenso dispiegamento cosmico” generato dall’indefinibile potere dell’Essere Supremo.

Così possiamo avvicinarci all’idea che lila, il gioco, è la naturale espressione della gioia, della bellezza e della pienezza del Giocatore, che non ha altri motivi che giocare per lasciare che la bontà innata della Vita si manifesti.

“Come in alto così in basso”: il molteplice universo manifesto riproduce la stessa bellezza e gioia divine. Eppure la condizione umana continua a essere distante anni luce da tanta beatitudine.

Inevitabilmente la nostra vita continuerà ad essere una continua lotta di sopraffazione, caratterizzata da egoismo e dal bisogno di affermazione di potere personale, fino a quando la coscienza si libererà dall’illusorio velo di Maya che gli impedisce di sentirsi uno con l’Assoluto.

Allora vibreremo di pace e beatitudine assolute.

Bibliografia:
S. Radhakrishnan, La filosofia indiana, Edizioni Asram Vidya, Roma 1998
Vidya, febbraio 2007

 

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Le tre illusioni principali dell’aspirante spirituale

le tre illusioniIl sentiero verso lo Spirito è un percorso pieno di ostacoli, ognuno rappresenta un limite presente nella nostra coscienza. Le barriere che, quotidianamente incontriamo sul nostro cammino, ci avvicinano alla sofferenza e contemporaneamente ci preparano alla beatitudine. Quanto è bello superare i propri limiti, quanta gioia scaturisce spontaneamente quando riusciamo ad andare oltre noi stessi.

L’aspirante spirituale si trova nel mezzo del guado, troppo lontano da dove si è immerso per farvi ritorno, ma ancora distante dal punto di approdo per assaporarne la vittoria. Quindi è costretto a fare buon viso a cattiva sorte attraversando le illusioni una dopo l’altra.

Per poter vivere la gioia bisogna essere aperti e ben disposti verso l’imprevisto, mentre nel crescere abbiamo imparato, soprattutto, a farci posto nel mondo imponendo, in vari modi, il nostro punto di vista. Nel fare ciò abbiamo fatto i conti senza l’oste. Quando lo sviluppo non è in accordo con la Reale Natura, gli effetti spiacevoli non tardano a farsi notare e, se divengono insopportabili, costringono ad un cambiamento di marcia. L’aspirante spirituale quando percepisce il dolore spesso non trova di meglio che irrigidire la sua pratica. Così nel tentativo di eliminare la sofferenza adotta una soluzione errata che lo porta a ricercare una perfezione lontana dalle sue reali possibilità. Questa modalità alimentata dall’illusione di trovare la via di fuga più breve oltre a contribuire ad inabissare la coscienza sempre più nei fondali della personalità, consente di consumare più velocemente quelle illusioni che hanno contribuito a creare quel circolo vizioso.

Di questi tempi l’aspirazione alla spiritualità viene scambiata con il partecipare a dei corsi che promettono di risolvere i problemi senza fare fatica. Ciechi alla guida di altri ciechi, che rischiano di finire tutti insieme appassionatamente nel fosso. Anche io sono passato dal supermercato dello spirito. Mi ricordo come leggevo avidamente le riviste del settore, alla ricerca del corso giusto per me. Cercavo la supertecnica che mi risolvesse tutti i problemi. In quei momenti sentivo che c’era qualcosa che non quadrava in me, ma non volendomene assumere la paternità cercavo di trovare la soluzione esotica per non affrontare veramente il problema. Tutte le tradizioni indicano nella purificazione e nel vivere l’appartenenza ad un lignaggio e ad una comunità la strada maestra per trovare più facilmente la via di casa. Per la prima meta dell’aspirante spirituale rimane sempre attuale il vecchio adagio: “Conosci se stesso”. Trovate un vero istruttore, cercatelo per mari e per monti se necessario, ma una volta individuato lavorate attraverso le sue indicazioni su di voi.

Coloro che non posseggono un chiaro discernimento si compiacciono dei precetti vedici intesi alla lettera e proclamano, con fiorito parlare, che la stretta osservanza delle scritture è sufficiente, o Figlio di Pritha, anime di desiderio e ricercatori di paradisi, parlano del concetto della rinascita come del frutto delle azioni compiute sulla terra e prescrivono molti riti speciali per ottenere godimento e poteri. (BG II,42-43).

La Bhagavad Gita mette in discussione l’approccio formale alla ricerca spirituale. Lo studio concettuale delle sacre scritture, l’osservanza formale delle regole e la ricerca del frutto delle azioni se non accompagnati dal discernimento ( http://www.yogavitaesalute.it/2016/07/05/la-scelta-piu-giusta-23845.html ) rischiano di alimentare la personalità e quindi di allontanare dalla vera ricerca dello Spirito. Le stesse tre attività se equilibrate dall’attività meditativa divengono un potente viatico per la conquista di se stessi nella gioia del compimento di ciò che siamo realmente.

Il contentarsi (Santosha): la vera felicità.

il contentarsiNel mio precedente articolo, ho parlato di Satya, la Verità, e di come essa sia la propulsione benefica alla realizzazione di ciò che siamo in essenza. Per mantenere salda la concentrazione alla ricerca profonda dei nostri talenti, è indispensabile un “ingrediente”: l’accontentarsi.

Troppe volte questa qualità nobile e piena di amore è stata trasformata in miseria e indiretta recriminazione. Il contentarsi, detto così, sembra qualcosa che tende a ridurre la bellezza, la vitalità, niente di più falso: ci vuole molta forza per vivere il Santosha (il contentarsi) e godere di questo, amando ciò che la vita ci offre.

Per stare nella bellezza del Santosha, e nella sua magia, bisogna aver fatto i conti con molti aspetti egoistici e con il bisogno di screditare; quest’ultimo, deriva da un bisogno di difendersi eccessivo e illusorio, mescolato ad un invidia non compresa.

Il vero saggio si accontenta di ciò che ha e lo trova anche abbondante! Chi vive nel Santosha non ha bisogno di controllare la vita e non ha paura di ciò che la vita gli presenta.

Colui che si accontenta non è schiavo della propria percezione, dei propri sensi e della mente razionale. Come ci ricorda la Bhagavah Gita: “I sensi appartengono a Prakriti (la natura) e voi siete Purusha (Spirito).”

Non essere contenti è un fardello esclusivo del regno umano (il mio cane per esempio è sempre felice…); l’essere umano guarda, sospettoso, il mondo attraverso i propri bisogni, senza la comprensione di essere parte di un tutto, consapevolezza fondamentale, che se vissuta e coltivata con gratitudine, genera a sua volta, l’essere contenti, attraverso un automatismo positivo.

Compreso ciò, abbiamo grandi possibilità, basta essere sempre vigili e onesti con se stessi. Cosa non semplice…

Anche il nostro corpo fisico ha bisogno di equilibrio, bellezza e di mantenere un senso di pace che predispone la salute e l’omeostasi delle nostre cellule.

Inoltre, l’essere felici (non isterici!), ci permette di produrre sostanze endogene conosciute già negli anni settanta: le endorfine. Le endorfine sono sostanze di natura peptidica, secrete prevalentemente nell’ipofisi. L’ipofisi esotericamente ricopre un ruolo importantissimo nella sintesi energetica di ciò che siamo!

Se ci sforziamo un po’ ad amare ciò che abbiamo, se diamo un valore alla presenza e smettiamo di lamentarci, possiamo diventare “distributori organici di felicità e dispensatori di endorfine”, stimolando così gli altri a fare altrettanto e creando una catena di gioia che aiuterebbe l’evoluzione su questo pianeta.

Ricordando le parole della Bhagavad Gita:

“Colui le cui imprese sono tutte esenti dall’atto di volizione che precede dal desiderio, colui le cui opere sono bruciate al fuoco del conoscere, questo, appunto, i sapienti chiamano uomo di sapere. Avendo dimesso l’attaccamento al frutto dell’operare, sempre soddisfatto, senza doversi appoggiare ad alcunché, egli non fa nulla, sebbene sia sempre occupato ad agire.”

BHAGAVAD GITA IV: 19, 20

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Quale libertà?

Quale libertaIl saggio che ama la consapevolezza e teme il sonno dell’inconsapevolezza non può ricadere nell’illusione. Ha trovato la via verso la liberazione. (Dhammapada)

Ogni dottrina filosofica indiana, che sia lo Yoga, il Samkya o anche il buddhismo, ha avuto come punto di partenza e obiettivo fondamentale comprendere il perché della sofferenza inerente alla vita e soprattutto come uscirne.

La sofferenza, come ognuno di noi ben sa, si manifesta secondo le circostanze della vita e la natura individuale di ciascuno. Come dire che ognuno ha i “suoi” motivi “personali” di sofferenza. Non tutto il mondo soffre, è vero, eppure il dolore è l’esperienza che accomuna ogni membro del genere umano.

Si soffre per cattiva salute; per sconforto dovuto alla perdita di una persona cara; per la paura del domani, dell’incertezza o della morte; per la frustrazione dovuta a una delusione… infinite possono essere le ragioni del nostro star male.

Secondo le quattro nobili verità di Buddha Sakyamuni esiste la sofferenza; la sofferenza ha una causa; è possibile trascendere la sofferenza; c’è una via che conduce alla cessazione della sofferenza.
La letteratura sacra d’impronta Vedica ci riferisce, appunto, i passi da seguire per percorrere il sentiero che porta al superamento del dolore.

Ben sappiamo che i mezzi che ci vengono suggeriti ci conducono dentro noi stessi, dove abbiamo da lavorare per comprendere da dove viene il nostro dolore; purificare, eliminare le cause del male; coltivare con determinazione la pratica (sadhana) che ci porterà inevitabilmente come frutto la liberazione dalla schiavitù della sofferenza.

Il jivanmukta è colui che ha realizzato la condizione di liberato in vita, è morto in vita. Questo vuol dire morire a quelle condizioni di vita che generano sofferenza. Vuol dire annientare tutti i turbamenti della personalità che inducono conflitti, dispiaceri e dolore e quindi avere integrato la personalità nella dimensione superiore, nostra vera essenza.

Così la Katha Upanishad definisce lo stato della mukti (liberazione): “Quando tutti i desideri che dimorano nel cuore svaniscono, il mortale diviene immortale e raggiunge Brahman anche qui”.

 Il jivanmukta, perfettamente identificato con Brahman, ha realizzato la Realtà unica nel mondo; come si usa dire: è nel mondo senza essere del mondo. Egli può affermare: “Sono colui che anima l’albero dell’universo. La mia sorgente è il puro Brahman. Sono come quella Realtà pura che è il Sole. Sono uno splendente tesoro. Posseggo l’Intelligenza. Sono Immortale e imperituro.” (Taittiriya Up.)

Ma in termini molto semplici e pratici, come si arriva a questo che è il traguardo ultimo dell’uomo? Come dice un saggio adagio: ogni grande viaggio inizia con un piccolo passo. Allora ci basterà fare via via il primo passo possibile.

A chi percorre la via del Ritorno, ogni evento si presenta al momento opportuno. Il discepolo non deve preoccuparsi di niente, se non di maturare la comprensione.”[1]

E per maturare la comprensione possiamo solo, con unità d’intento, convergere tutte le nostre energie all’interno della nostra coscienza e cominciare a lavorare. Primo passo: fare silenzio. Bisogna, cioè, mettere a tacere la mente e tutte le sue arzigogolate modalità di evasione per metterla al servizio del nostro compito.

Appureremo che le cause del nostro smarrimento sono riconducibili essenzialmente a due principali: il desiderio e la paura.

Il desiderio ci allontana dal nostro centro profondo, in quanto spinge la nostra coscienza verso l’esterno; ci vincola alla forma mentre noi aspiriamo all’essenza. Se la Realtà è una, essa è già dentro di noi, il che vuol dire che non dovremmo avere null’altro da desiderare. “Può la luce volere la luce se è essa stessa luce.”[2]

La paura ci fa dubitare di noi stessi e diffidare di tutto e tutti. Ma vivendo nella paura si finisce con l’identificarsi con le proprie gabbie mentali che ci impediscono di scorgere la perfezione della vita dietro ogni evento e circostanza.

Inoltre, molto subdola e disfattista è l’aspettativa, un’altra forma di desiderio. Come molto bene ci spiega Massimo Rodolfi http://www.yogavitaesalute.it/2015/10/24/le-aspettative-allontanano-dalla-vita-21235.html essa ci allontana dalla Vita, tenendoci in uno spazio-tempo che non aderisce mai al presente. È destinata comunque, a prescindere, a mandare in frantumi i nostri sogni.

Mentre investiamo nelle nostre aspettative in realtà siamo agganciati al futuro, a un illusorio divenire; e questo è contrario alla Realtà profonda che siamo, che sa accogliere e accettare tutto quel che sarà, anche se opposto a quanto l’io individuale preferirebbe.

Le delusioni sono proprio dietro l’angolo, pronte per alimentare le nostre recriminazioni! Non ci resta che cedere alle ragioni della Vita, che ne sa più della nostra piccola volontà. Imparare ad accontentarsi, docilmente affidarsi alla scintilla della nostra aspirazione.

Mentre aspettiamo che diventi fuoco, sbrighiamoci a fare ogni volta il primo passo possibile per non cadere nei tranelli della nostra stessa mente, per liberarci da tutti questi fardelli e rimanere nell’imperturbabile Realtà che già siamo: pura beatitudine!

[1] Raphael, Tat Tvam Asi – Tu sei Quello, Asram Vidya, 1977 Roma
[2] Raphael, Verso un nuovo vivere, Vidya, novembre 2000

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