Sette buoni motivi per accostarsi alla lettura de La Dottrina Segreta della Blavatsky – prima parte

la dottrina segreta 1parte“Lo scopo di quest’opera può essere così definito: dimostrare che la Natura non è una ‘fortuita combinazione di atomi’, ed assegnare all’uomo il suo giusto posto nello schema dell’Universo; risollevare dalla degradazione le verità arcaiche che sono alla base di ogni Religione, mettere in rilievo, fino a un certo punto, l’Unità fondamentale dalla quale esse tutte derivano; ed infine dimostrare che il lato occulto della Natura non è mai stato studiato dalla scienza della civiltà moderna.
Se questo scopo può essere, anche in parte, raggiunto, l’autrice sarà soddisfatta. Quest’opera è scritta per l’Umanità, e le generazioni future dovranno giudicarla. L’autrice non riconosce nessun’altra corte di appello. All’ingiuria ella è abituata; con la calunnia ha a che fare quotidianamente; alle diffamazioni sorride in silenziosa previsione.

De minimis non curat lex

H.P.B
Londra, ottobre 1888”

Queste parole chiudono la breve prefazione che Helena Petrovna Blavatsky scrive per la sua opera più corposa, La dottrina Segreta.
Potremmo soffermarci sull’iscrizione latina, “De minimis non curat lex”, che possiamo tradurre con “la legge non si cura di cose di poco conto” e magari chiederci cosa Madame B. intenda per “legge” e quali siano queste “cose di poco conto”, queste “inezie”a cui si riferisce…
Potremmo anche ammirare un attimo la coraggiosa dedizione e la fiduciosa pazienza che traspaiono dalle righe poco sopra, in cui l’autrice individua il vasto destinatario del suo lavoro, l’umanità intera, e si dichiara assolutamente pronta a qualunque contrasto e oppositore, pur di consegnare il frutto dei propri sforzi come ritiene, così dimostrando fino a che punto sia in grado di ragionare in termini di “gruppo”…
E certamente varrebbe la pena, dedicarsi un po’ a queste riflessioni, di certo arricchenti. Ma questo contributo vuole fornire, per quanto possa esserne in grado, un supporto di altro tipo, un supporto che sia -diciamo così- di più pratica utilità…

Siete gente che non si rassegna a quelle rigide concezioni materialistiche che finiscono sempre con lo spiegare ogni cosa in termini di casualità, caos, legge delle probabilità? Suonano anche a voi un po’ strane, l’incredibile similitudine di insegnamenti e la corrispondenza di valori etici che sono insite nelle religioni e nei miti e che accomunano anche le differenze culturali più marcate? E, pur non essendo degli “addetti ai lavori”, vi sentite anche voi come quei pochi scienziati che onestamente e in tutta coscienza, pur affermando la correttezza del metodo scientifico, la vastità ed anche la specificità della scienza contemporanea, non temono tuttavia di segnalarne i limiti ed ammettere che la scienza, così come si configura oggi, non spiega ancora proprio-proprio ogni cosa?
Bene, se anche voi siete un po’ così curiosi circa la vita o un po’ inquieti in mezzo alle “sicurezze” dell’opinione comune o un po’ recalcitranti alle concezioni più ordinarie dell’esistenza, ebbene, la lettura de La Dottrina Segreta della Blavatsky potrebbe proprio fare al caso vostro, e dedicarci del tempo, potrebbe davvero valere la pena!

Già il sottotitolo di quest’opera dice tutto e così’ la introduce:

Sintesi
della scienza, della religione, e della filosofia

Miglior definizione, non potrebbe esserci! Effettivamente, uno dei pregi de La Dottrina Segreta è proprio la sua vasta opera di sintesi. Costituisce uno sguardo trasversale attraverso i tre più vasti ambiti della conoscenza e dell’espressione umana, un lungo e vertiginoso percorso che ora mette in parallelo o in sovrapposizione e ora non esita a mettere in contrasto, sapienza antica con sapere moderno, simboli e miti con teorie e concezioni materialistiche della vita, il sapere ordinario e settoriale più diffuso con le idee esoteriche più profonde e multidisciplinari.
Un’opera tanto degna, dunque, di ricevere almeno uno sguardo, quanto impegnativa!

Ed eccoci allora all’obiettivo di questo contributo: fornire un piccolo supporto d’incoraggiamento agli aspiranti lettori di quest’opera; individueremo alcune difficoltà che potrebbero scoraggiare chi si accosta per la prima volta a quest’opera e proveremo a fornirgli dei motivi, degli argomenti o dei suggerimenti per superarle, o quantomeno affrontarle, e dedicarsi così un po’ a questo libro, concedergli qualche chance e -chissà- magari trascorrere momenti ancora più piacevoli, nella sua lettura.

Abbiamo ipotizzato allora alcuni motivi che magari potrebbero rendere un po’ arduo l’impegno, o scoraggiarne i primi tentativi, e da bravi “studiosi-in-erba-d’esoterismo” li abbiamo raccolti in 7 gruppi… diciamo, 7 piccole difficoltà nell’accostarsi a La Dottrina Segreta:

  1.  Il costo dei libri
  2. La lunghezza del testo
  3. La vastità culturale dell’autrice
  4. La complessità degli argomenti
  5. L’antichità dell’opera
  6. L’ampiezza di note e di citazioni
  7. Il linguaggio e la forma espressiva

Sono tutti validi argomenti che possono rendere assolutamente legittimo lasciare La Dottrina Segreta lì dov’è e magari dedicarsi ad altri autori meno “monumentali” o addirittura a tutt’altro genere di lettura…
Ma per quanti vogliano “osare”, tentare, riprovarci, togliersi lo sfizio o la curiosità (lo ripetiamo, ne vale la pena!), proviamo a trovare insieme un supporto, anzi, 7 buoni motivi per affrontare ognuna di queste “difficoltà”… E’ ciò che tenteremo nelle varie parti di questo contributo, e magari sarà anche un’occasione per fare qualche accenno e farci un’idea di massima sui contenuti e sulla struttura generale di quest’opera…

(Il brano citato all’inizio è tratto da:
Helena Petrovna Blavatsky, La Dottrina Segreta, Roma, Istituto Cintamani, 2006)

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Scegliere di esserci, la miglior azione possibile

scegliere di esserciViviamo attimi unici ed irripetibili. Alcuni di loro li ricordiamo ancora con affetto, mentre altri ci hanno lasciato l’amaro in bocca. In quei momenti, forse, non eravamo pronti per accogliere del tutto quella potenza creativa che ci contraddistingue ancor di più nel momento in cui rinnoviamo la scelta di esserci. Per cui abbiamo imprecato contro la vita e abbiamo puntato il dito contro un nemico immaginario.

Eppure, è proprio in quei difficili momenti che è possibile confrontarsi con la volontà e la sua capacità di fecondare la materia. Vi è una scelta, sempre e comunque, che precede ogni nostra azione. Per cui quello che viviamo è sempre in rapporto con ciò che si diffonde da noi stessi, la nostra capacità di discriminazione.

Dato che l’etimo di intelligenza è scegliere tra, capiamo meglio come mai l’essere umano è chiamato a dover discriminare continuamente. Fino a che non saremo approdati nel placido mare dell’anima, dal mondo della personalità continueranno a spirare dei venti talmente burrascosi da far perdere facilmente l’orientamento, per cui saremo costretti ad impiegare tutte le energie nel cercare di rimanere a galla.

Una volta placata la tempesta, se siamo ancora vivi e vegeti, possiamo scegliere di imprecare contro Eolo oppure far tesoro dell’avvenimento, e così riprendere la via del mare con una maggior esperienza. Dante in un Canto dell’Inferno ci ammonisce :“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.

Lo sguardo umano si rivolge verso l’azione, ne giudica la forma ed è pronto a glorificarne gli ottenimenti. Sri Krishna invece ci ricorda che un’azione può conquistare un tesoro, ma non cambia sostanzialmente la vita. Di fronte al saggio perfettamente equanime, un mucchio di carbone o uno d’oro possono risultare parimenti importanti a seconda di ciò che deve fare. Quando integriamo la capacità discriminativa iniziamo a distaccare le opere dai loro frutti ed è possibile così assumerci la responsabilità della nostra vita.

“L’azione è di gran lunga inferiore allo yoga dell’intelligenza; rifugiati nell’intelligenza, o Conquistatore di tesori; pietà destano coloro che compiono le opere con mira ai loro frutti.( BG II,49)

Una volta che abbiamo convenuto sull’importanza dello scegliere, casomai si può iniziare ad affrontare la questione della libertà. Le nostre scelte sono spesso condizionate da schemi mentali presenti nella coscienza, per questo ci rimane così difficile riconoscere ciò che produciamo. Siamo così attenti nel vagliare i torti subiti ed invece non vediamo quando reagiamo occhio per occhio.

Siamo capaci di grandi gesta in nome di una idea e al contempo possiamo essere così meschini nel tenere gli altri lontani perché non si comportano come vorremmo. Questa è la contraddizione presente nell’animo umano, ed è ciò che ci impedisce di discriminare pienamente tra il bene ed il male.

Secondo la saggezza del Sankhya, l’unione con noi stessi è possibile distinguendo lo Spirito (Purusa) dalla materia (pakriti). Quindi abbiamo capito che c’è un lavoro da fare e tocca a noi svolgerlo. Per iniziare a conoscere lo Spirito dovremo passare da quella stretta porta che ci condurrà a discriminare quelle azioni che sono ammantate da un’aura di bontà ed invece nascono da intenzioni bellicose.

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Noi come Arjuna, tra dubbio e fede

tra dubbio e fede copiaIl dubbio è un qualcosa che abbiamo provato tutti e ci da la possibilità, per quanto parzialmente illusoria, di essere i fautori delle nostre scelte.
Spesso il dubbio cela l’essere prevenuti e la diffidenza tipica di chi, dietro un classico atteggiamento scrupoloso, si ritira dal confronto e dal riconoscere che ci sia un senso più alto rispetto a quello che la nostra mente razionale riconosce.
Nella Bhagavad Gita, il dubbio assale spesso Arjuna, quando deve abbandonare tutte le sue credenze ed uccidere chi conosce, parenti e amici.
Nel IV capitolo troviamo quanto segue:
“Ma l’ignorante senza fede che ha l’anima piena di dubbio è perduto; né questo mondo, né quell’altro, né la felicità, sono per colui che ha l’anima piena di dubbio”

La fede, diversamente da quello che ci insegnano le religioni, non è credulità cieca o l’aderenza ad un dogma, ma abbandono all’Inconoscibile.
Quante volte abbiamo avuto fede: quando abbiamo conosciuto qualcuno e ci siamo innamorati, quando ci siamo aperti ad amici e abbiamo condiviso le nostre “cose” più intime, quando abbiamo iniziato qualcosa di cui non conoscevamo, inevitabilmente, il decorso e l’esito. Quante azioni sotto l’egida della fede, spesso senza rendercene conto.
Quante volte, presi dai dubbi, non ci siamo spinti all’azione, anche la più semplice, perché la mente razionale, ossidata e priva di nuove visioni, ci ha obbligato a mantenere statico il nostro essere nel mondo. Questo fa chi ha la vita impregnata dal dubbio.
Avere fede significa credere in ciò che si fa, metterci entusiasmo e volontà. Una volontà che prescinde dal successo, ma opera esclusivamente per la realizzazione nella materia
La Bhagavad Gita ricorda ad Arjuna quanto segue: “Compi ogni azione liberandoti dai legami, fermo nella devozione, equanime nel successo e nell’insuccesso, quest’equilibrio è chiamato devozione” (II, 48)
La vera devozione è equilibrio, scevro di dubbi e pronto all’azione.
Questo non significa non utilizzare la mente razionale per discriminare ciò che ci si presenta innanzi, anzi, la mente è fondamentale, ma deve essere solo uno strumento utile a predisporre i corpi al riconoscimento di ciò che si deve creare.
La nostra mente spesso produce pensieri intrisi di emozioni, definibili come prodotti secondari di un metabolismo astrale, dove non c’è distacco e vera scientificità nell’agire.
La mente razionale giustifica la separatività attraverso un dubbio articolato e serioso. Dimenticando il fuoco che la fede nutre nel cuore di chi osa.
Possiamo essere felici se ci distacchiamo da ciò che supponiamo, da ciò che dubitiamo e dall’idea di essere solo materia fisica, separata e isolata. Mentre in realtà siamo cuori di luce che possono brillare solo se stanno insieme.

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Vidya, la scienza dell’investigazione e la nascita dei darsana

VidyaNella storia del pensiero filosofico indiano, come abbiamo avuto più volte modo di sottolineare, Veda e Upanishad rappresentano l’essenza stessa della spiritualità (http://www.yogavitaesalute.it/la-scienza-dello-yoga/quello-e-questo-come-in-cielo-cosi-in-terra/).

Entrambi, in quanto appartenenti alla tradizione “udita”, le Sruti, costituiscono esempi di rivelazione diretta risalente ai saggi veggenti, in virtù di ciò sono veicolo di conoscenza.

La conoscenza-vidya è la sola luce che può consentire di distruggere l’ignoranza-avidya, causa di ogni umana sofferenza, e condurre alla Realizzazione (http://www.yogavitaesalute.it/la-scienza-dello-yoga/quale-libertà/).

Mentre l’aparavidya consente la realizzazione di aspetti inferiori, la paravidya, esposta nelle Upanishad, riguarda il fine ultimo dell’uomo: la liberazione o moksha (http://www.yogavitaesalute.it/la-scienza-dello-yoga/la-realizzazione-spirituale-meta-e-liberazione/).

A parte la Brahmavidya, la Conoscenza dell’Assoluto, e la Bahyavidya, la conoscenza esteriore, mera proiezione all’esterno della vera e unica Consapevolezza interna, esiste anche l’Atmavidya, la conoscenza del Sé e dell’apparente dualità del mondo, scienza della realizzazione dell’atman.

In realtà vengono indicate ancora quattro modi per classificare vidya: Anviksiki (scienza dell’investigazione), Trayi (i tre Veda: Rig, Yajur e Sama), Varta (commercio) e Dandaniti (politica).

Una di queste quattro vidya, l’Anviksiki o la scienza dell’investigazione, intorno al VI sec. A. C. assurge a studio speciale e segna l’inizio della codificazione della filosofia in India, momento di svolta che vede la nascita dei darsana.

Perché? È successo che lo spirito “rivoluzionario” proprio dell’avvento del buddhismo e del Jaina rende necessaria una revisione critica e razionale della cultura filosofico-religiosa sino ad allora naturalmente e acriticamente accettata.

Il ragionamento critico soppiantò l’intuizione, dando un grande impulso a un più rigoroso filosofare, consentendo la nascita delle scuole di pensiero, conosciute come darsana, nelle quali l’approccio logico e analitico prese il posto di quello poetico e religioso, sinora prevalso.

Le scuole conservatrici furono chiamate a codificare i loro punti di vista e a esporre i concetti a sostegno delle loro argomentazioni in modo sistematico.

Ecco che verso il primo secolo a. C. l’Atmavidya, la Filosofia dell’Essere, deve basarsi sulla fredda ragione della scienza dell’investigazione, l’Anviksiki, perché, anche se difficilmente accettabile da una mente conservatrice, oramai solo l’indagine poteva conferire dignità di darsana, quindi di scuola di pensiero.

Il ricorso al metodo critico riuscì a ridimensionare il carattere prevalentemente speculativo che aveva caratterizzato la cultura indiana, ma non poté recidere il legame profondo con quel grande serbatoio che era stato il corpus vedico.

Tra le varie scuole di pensiero, o darsana, che sorsero sei si imposero su tutte le altre e divennero le più famose e rappresentative della filosofia indù, tanto da essere considerate ortodosse proprio perché in accordo con la dottrina contenuta nei Veda.

Esse rappresentano i darsana brahmanici e sono: il Samkhya di Kapila, lo Yoga di Patanjali, il Vaisesika di Kanada, il Nyaya di Gautama, la Purva Mimamsa di Jaimini e l’Uttara Mimamsa o Vedanta di Badarayana.

I sei darsana più che sistemi filosofici sono considerati, secondo il significato letterale del termine, “punti di vista” sui principi vedici su cui si fondano, e per questo, non arrivano a contraddirsi, ma si integrano e chiariscono a vicenda.

 

Bibliografia

S. Radhakrishnan, La filosofia indiana, Edizioni Asram Vidya, Roma, 1998
Gruppo Kevala, a cura di, Glossario Sanscrito, Edizioni Asram Vidya, Roma, 1998

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La pace, una mente in equilibrio

la-pace-una-mente-in-equilibrio“Saldamente stabilito nello yoga, o Conquistatore di tesori, compi la tua azione libero dall’attaccamento, imperturbabile nella sconfitta e nel successo. Yoga significa equanimità.”(BG II, 48)

Krishna svela ad Arjuna il segreto della libertà. Lo yoga si realizza mantenendo in equilibrio la mente. Nella pianura del Kurukshreta Arjuna inizia ad intravedere il vero nemico. Non si tratta del numeroso esercito capeggiato dall’ostile cugino, Duryodhana. L’attaccamento è il vero ostacolo da superare per vivere in pace. Il muoverci nella vita porta a sperimentare i frutti dell’azione. Krishna li divide in successi e sconfitte. Il Signore Buddha, pur mantenendo inalterato l’impianto duale dell’attaccamento, lo ha ulteriormente suddiviso nelle otto vicissitudini mondane : guadagno, perdita, fama, disonore, lode, offesa, felicità e sofferenza.

Ognuno di noi nel suo vivere quotidiano si deve confrontare con un caleidoscopio di sensazioni che degradano dalla felicità al dolore. L’abitudine ad identificarci con quello che viviamo ci conduce a rispondere meccanicamente agli eventi con cui ci rapportiamo. Mentre reagiamo a ciò che ci capita stiamo dichiarando la nostra dipendenza dal mondo. Ci sentiamo profondamente impotenti. In questo modo l’esterno diviene così pericoloso che deve essere schiacciato o schivato. Tutto ciò porta ad una crescente ansietà e bisogno di supremazia che mal si sposano con la pace. Preservando questa inquietudine interiore non siamo liberi di sperimentare la serenità di animo.

Secondo Sri Krishna e Lord Buddha possiamo resistere alle forze distorte presenti in noi attraverso la pratica dell’equanimità. Anche in occidente vi sono degli insegnamenti legati all’equanimità. Infatti Virgilio istruisce Enea a rimanere fermo nei suoi pensieri : “Mens immota manet”(Eneide IV,449).

La capacità di restare in equilibrio sulle onde del divenire è possibile quando la mente è salda in se stessa, cioè quando si è stabiliti nello yoga. Fino a quel momento siamo destinati a cadere svariate volte. Tante sono ancora le spinte alla distruttività che albergano nel nostro cuore. Per cui nel praticare l’equanimità sembra di muoversi controcorrente.

Ma non dobbiamo perdere tempo nel provare a nascondere le nostre difficoltà, anzi proviamo a benedirle sottoponendolo alla luce della coscienza. Questo è il sentiero che ci attende, la via dello yoga. Non dobbiamo temere di perdere l’equilibrio, casomai dalle cadute possiamo imparare a rialzarci sempre più prontamente. Così diminuisce il tempo del disequilibrio, cioè dello stare male.

Se vogliamo vivere in pace dobbiamo aspirare all’equanimità, dobbiamo realizzare lo yoga. Una preghiera buddista recita così:

Possano tutti gli esseri dimorare nell’equanimità,
senza attrazione e avversione,
non vicini a qualcuno e distanti da altri.
Possano dimorare così,
possa io fare in modo che sia così.

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L’ottocento e il coraggio dirompente di madame Blavatsky – terza parte

corrente-spiritismo-800-h-p-blavatsky-3-parteL’attività indefessa e per certi aspetti eroica della Blavatsky, degli altri co-fondatori e delle migliaia di figure che in pochi anni gravitarono attorno alla Società Teosofica nell’ottocento, è stata indubbiamente il veicolo principale con cui le idee esoteriche si (ri)presentarono tanto in occidente quanto in oriente, con conseguenze sociologiche ancora in corso al giorno d’oggi.
All’epoca, i contraccolpi non mancarono di certo!
Gli ambienti ecclesiastici reagirono ruggendo contro idee come “reincarnazione”, “corpi sottili”, “unitarietà di fondo di tutte le religioni”. Oltre che alla salvaguardia della dottrina, in India e in Tibet queste reazioni miravano anche a ben altro: l’induismo infatti cominciava ad essere sempre più estraneo agli stessi indigeni, cominciava cioè ad apparire loro come “un mito” anziché come “un credo”, per cui le conversioni al Cristianesimo fioccavano sempre più numerose…
Quale scossone, quando la Società Teosofica avviò una vasta opera di recupero e ri-catechizzazione all’induismo (i cui capisaldi sono pregni in maniera evidente di contenuti esoterici). La gente che risiedeva proprio nel territorio che fu la culla, anzi l’arca, di questa vasta dottrina, veniva in qualche modo rieducata e riavvicinata alle proprie origini, così i missionari cristiani iniziarono una vasta campagna di ostilità, avversando la Società Teosofica e i suoi fondatori uno per uno, Madame Blavatsky in primis. Le altre confessioni religiose ci misero poco ad allearsi contro il nemico comune: quale che fosse la confessione, in tutti quegli ambienti religiosi che pretendevano l’esclusiva, un’attività di sensibilizzazione come quella teosofica difficilmente poteva ottenere consenso.
E in ambito scientifico? Analoghe reazioni.
A onor del vero, vi furono religiosi e scienziati che accolsero, o quantomeno valutarono serenamente i contenuti esoterici; persino alcuni degli antagonisti più dichiarati ne ammisero la validità… ma si trattò di singole figure o di gruppi ristretti. E comunque, ancora oggi, pochissimo se ne dice, di questi pochi!
In ambiente scientifico -dicevamo- le reazioni furono ipercritiche e spietate. Come conciliare le teorie sull’evoluzione dell’uomo e sulla discendenza dalle scimmie, con la visione esoterica che lo vuole angelo caduto, punto mediano tra spirito e materia? Come porre il problema della coscienza a quei ricercatori che ne facevano un semplice fenomeno cerebrale? Come parlare di Karma, di catena di vite e di fratellanza, in un’epoca in cui casualità, individualismo e pensiero positivo imperavano?
Si diceva nelle prime parti di questo articolo che uno dei pochi ambienti in cui il messaggio esoterico fu ufficialmente accolto con entusiasmo (almeno in un primo momento) fu la corrente dello spiritismo. E forse fu per questo che “esoterismo” e “spiritismo” si legarono nella mentalità comune e fu proprio a partire da questo periodo che avvenne questa maldestra associazione di idee, oggi ancora persistente; persino la parola “occultismo” mutò presto di significato e lì dove per “occulto” il teosofo all’epoca intendeva “ciò che è celato”, “ciò che è dietro la forma”, oggi il disinformato intende “stregoneria”, “cartomanzia” e simili…
La corrente dello spiritismo degenerò in poco tempo, allontanandosi dagli iniziali propositi filantropici e sinceramente sperimentali; molti suoi esponenti cedettero alle tentazioni del potere, reclamarono l’esclusiva sull’aldilà, su angeli e su entità misteriose… più d’uno fece breccia negli ambienti borghesi costruendosi fama di persona dai poteri straordinari, insomma, tutto il contrario della commensura, dell’umiltà e del servizio all’umanità alla base dell’esoterismo. Lo spiritismo, dunque, non tardò a “pagare il karma” delle illusioni in cui caddero i suoi membri dopo i primi anni, divenendo per i contemporanei e per i posteri, una specie di fiera di fenomeni da baraccone.
Tutto questo offrì argomenti ulteriori ai detrattori della società Teosofica e in particolare di Madame B. che si vide costantemente accusata di truffe, nonostante fosse ben lontana dal mirare agli ambienti altolocati (da cui praticamente scappò da giovane e ai quali aveva già comunque libero accesso), nonostante non chiedesse denaro nei suoi “cenacoli” in cui medici, sacerdoti, filosofi, musicisti e filantropi avevano la fortuna di riunirsi e nonostante si fosse posta senza riserve in netto contrasto con quelle devianze dello spiritismo. E per colmo, gli attacchi più aspri, Madame B. li ricevette proprio dagli spiritisti, furibondi per la sua presa di posizione, che interpretarono come un vero e proprio voltafaccia!
Questa donna battagliera e controversa costituisce un valido esempio per chi oggi aspira a “dare una mano”, a lavorare per la coscienza umana, a fare qualche passo verso il bene, la giustizia, la luce, perché -si dice- in quella direzione le avversità non mancano di certo…
Esserne consapevoli aiuta a prepararsi alla battaglia. La stessa Blavatsky mostra questa consapevolezza e con quello spirito battagliero, con la lungimiranza ed il coraggio che la caratterizzavano, quasi a sfidarlo tutto il secolo in cui viveva, nella prefazione alla sua Iside Svelata scrive:
“Per mostrare che non ci nascondiamo affatto la gravità del nostro intento, possiamo dire fin da ora che non vi sarà nulla di strano se si schiereranno contro di noi i seguenti gruppi:
I cristiani, i quali vedranno che mettiamo in discussione le prove della genuinità della loro fede.
Gli scienziati, che troveranno le loro pretese di infallibilità messe nello stesso mucchio con quelle della Chiesa Cattolica romana, e, in certi particolari, i saggi e i filosofi del mondo antico messi più in alto di loro.
Gli pseudo-scienziati, naturalmente, ci combatteranno con accanimento.
Gli uomini di chiesa liberali e i liberi pensatori troveranno che non accettiamo quello che fanno, ma esigiamo il riconoscimento della totale verità.
Gli uomini di lettere e le varie
autorità che nascondono le loro vere credenze per riguardo ai pregiudizi popolari.
I mercenari e i parassiti della stampa, che prostituiscono il suo potere più che regale e disonorano una nobile professione, troveranno facile deridere cose troppo meravigliose per la loro comprensione; perché per loro il prezzo di un pericolo vale più della sincerità. Molti ci criticheranno onestamente; molti altri non potranno farlo. Ma noi guardiamo al futuro.
La lotta oggi impegnata fra il partito della pubblica coscienza e quello della reazione ha già provocato un più sano tono di pensiero: non potrà mancare di concludersi con il rovesciamento dell’errore e il trionfo della verità. Lo ripetiamo: noi lavoriamo per un domani più radioso”
(Helena Petrovna Blavatsky, Iside Svelata, Milano, Armenia Editore, 1984)
Era il 1877, ma questo coraggioso esempio di servizio all’umanità sembra attuale quantomai.