Lila, il gioco divino

Lila il gioco del divinoVidura chiese: come può essere affermato che il Signore Supremo ha creato l’universo per gioco? Il fanciullo è spinto a giocare da un desiderio di piacere o per la compagnia, ma il Signore supremo non ha desideri ed è l’essere unico ed infinito. (Bhagavata Purana)

Là dove le menti dei filosofi di tutti i tempi si sono arrovellate per individuare il senso dell’esistenza umana, da consegnare all’umanità disorientata di fronte all’apparente incoerenza della vita, la tradizione indiana ancora una volta stupisce per la semplicità della sua visione.

Infatti, nella letteratura sacra, spesso la manifestazione è chiamata lila, parola sanscrita che indica il gioco divino nel quale il Creatore si intrattiene e allieta sin dalle origini, portando in essere tutto l’universo. Un gioco ininterrotto, senza fine che il Brahman porta avanti pur senza essere coinvolto in realtà. Come se Egli generasse l’universo sensibile pensando.

Questo concetto implica l’idea della venuta in essere dell’esistente attraverso una proiezione del Principio divino, che dà inizio al gioco e continua a giocare pur rimanendo “dietro le quinte” assistendo allo spettacolo della vita, che come una sottile, meravigliosa e colorata trama si intesse attimo dopo attimo.

Nel flusso ininterrotto di lila tutto viene in essere e si dissolve, nasce e muore, così l’universo tutto, che alla fine del kalpa (ciclo cosmico) entrerà nel pralaya, lo stato di quiete che conduce al dissolvimento.

Questa è la danza di Shiva: il suo armonioso ritmo genera l’onda di vita che incessantemente plasma la manifestazione, sospinta dall’attività e dal movimento senza fine dell’energia cosmica. La cessazione di tale attività sarà preludio alla fase del pralaya, quando sarà giunto il momento.

La perfezione che governa l’universo così concepito non è compatibile con il concetto di casualità; constatazione che portò Einstein ad affermare: “Dio non gioca a dadi con l’universo”, intendendo con questo che esistono leggi precise che regolano la vita, anche se gli scienziati ancora ne ignorano.

La perplessità che può insorgere nel ricercatore di fronte a questa concezione è espressa dalla citazione iniziale. Come può l’Essere Supremo, la cui natura è sat-chit-ananda (essenza, coscienza e beatitudine assolute), avere la necessità manifestare il mondo?

La nostra umana prospettiva ci porta a credere che la condizione di massima beatitudine sia da identificarsi con l’immobilità, assenza di ogni spinta ad agire. Ma questo sì che sarebbe contrario alla vita!

Sat-chit-ananda è la condizione ordinaria del Giocatore-Creatore mentre beatamente è attivo, crea e desidera. E questo coincide con la danza eterna di cui abbiamo parlato. È il gioco della vita, quindi “normale”.

« Egli non ha motivo di essere. Allo stesso modo il mondo è semplicemente un suo gioco. » (Brahmasutra)

Altra lacuna difficilmente comprensibile per la miope visione umana rimane il senso della parola “gioco”, che in un tale contesto ci suona banalizzante, fuori luogo; come se l’Assoluto, non avendo cose più importanti da fare, si inventi un gioco e si trastulli, mentre nel mondo si consumano piccole e grandi vicende umane costellate di sofferenza, ingiustizia, infelicità.

Bisogna dire che, invece, nell’antica cultura vedica, il “gioco” aveva finalità simboliche e sacre, rituali, per intenderci. Quindi nulla a che vedere col significato di attività non seria, anzi da bambini, inutile spreco di tempo, che gli attribuiamo attualmente noi.

Può aiutare a liberarci da questi pregiudizi e quindi a comprendere meglio il senso del gioco divino, parlare, come fece Shankara, di “immenso dispiegamento cosmico” generato dall’indefinibile potere dell’Essere Supremo.

Così possiamo avvicinarci all’idea che lila, il gioco, è la naturale espressione della gioia, della bellezza e della pienezza del Giocatore, che non ha altri motivi che giocare per lasciare che la bontà innata della Vita si manifesti.

“Come in alto così in basso”: il molteplice universo manifesto riproduce la stessa bellezza e gioia divine. Eppure la condizione umana continua a essere distante anni luce da tanta beatitudine.

Inevitabilmente la nostra vita continuerà ad essere una continua lotta di sopraffazione, caratterizzata da egoismo e dal bisogno di affermazione di potere personale, fino a quando la coscienza si libererà dall’illusorio velo di Maya che gli impedisce di sentirsi uno con l’Assoluto.

Allora vibreremo di pace e beatitudine assolute.

Bibliografia:
S. Radhakrishnan, La filosofia indiana, Edizioni Asram Vidya, Roma 1998
Vidya, febbraio 2007

 

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Anna Todisco

Anna Todisco

Anna Todisco nasce nel 1959 a Napoli, dove si laurea presso l’Istituto Universitario Orientale in lingue e letterature straniere moderne con specializzazione in lingue slave. Dal 1984 vive a Firenze dove fa varie esperienze di insegnamento a bambini, adolescenti, adulti. Per diversi anni segue, in collaborazione con i servizi sociali territoriali, bambini ed adolescenti problematici. Parallelamente coltiva ed approfondisce interessi che spaziano dalla filosofia orientale e yoga al reiki ed alle terapie olistiche. Sceglie di dedicarsi completamente alla famiglia cercando sempre di mettere in pratica le conoscenze acquisite ed i conseguimenti della sua ricerca interiore, convinta che la spiritualità si realizza nel quotidiano. Dal 1995 si occupa di raja yoga ed esoterismo, diplomandosi nel 1999 ad Energheia, prima scuola italiana di formazione per terapeuti esoterici, fondata da Massimo Rodolfi, di cui è insegnante a Firenze. Tiene la rubrica Letteratura e spiritualità sulla rivista il Discepolo della Draco Edizioni e scrive per la sezione Yoga per Tutti all’interno del portale Yogavitaesalute.