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Le Upanishad – Introduzione

Upanishad_Introduzione_300_0Certo il linguaggio è arcaico, la lettura a volte pesante, i riferimenti spesso incomprensibili.
La domanda è quasi inevitabile: “Perché dovremmo leggere le Upanishad?”
Nelle Upanishad le domande hanno un ruolo fondamentale: quasi sempre il racconto inizia con una domanda, domande vengono poste dai vari protagonisti, una Upanishad si intitola Prashna, “domanda”, un’altra Kena “come? da chi?”.
Il tema centrale è la conoscenza, considerata condizione per la liberazione, e per acquisire la conoscenza le domande sono considerate più importanti delle risposte, perché le domande sono l’autentica espressione della ricerca interiore. Naturalmente le domande non devono essere animate da sola curiosità intellettuale perché in tal caso rappresentano un ostacolo e la conoscenza diventa opinione, un sapere esclusivamente razionale.
“Il pensiero stesso è il mondo del samsara,
questo pensiero ci si deve sforzare di purificare:
si diviene ciò che si pensa
questo è l’eterno segreto”
Maitri Up.

Chissà che non capiti anche a noi di trovare, in questi antichi testi, una risposta alle nostre domande.
Iniziamo allora con l’inquadrare il tema; nei prossimi articoli spigoleremo qua e là.

L’etimologia del termine Upanishad, letteralmente “sedersi accanto o ai piedi”, fa riferimento agli insegnamenti trasmessi dal maestro ai discepoli, seduti presso di lui in luogo più basso in segno di rispetto.
Il termine sta anche a indicare gli insegnamenti mistici, mantenuti segreti e trasmessi per secoli solo oralmente a una ristretta cerchia di iniziati, nonché il modo di accostarsi alla conoscenza della realtà ultima: un tranquillo, attento sedere in meditazione.
Le Upanishad appartengono ai Veda (dalla radice vid “so perché ho visto”, con riferimento alle visioni avute in meditazione dai rishi, gli antichi saggi). I Veda sono costituiti da quattro gruppi di scritti: Rigveda, raccolta di inni, Samaveda, raccolta di melodie, Yajurveda, raccolta di formule sacrificali e Atharvaveda, raccolta di formule magiche. Ciascun gruppo è a sua volta costituito di quattro tipi di testi: Samhita, inni, preghiere, mantra, Brahmana, testi rituali, Aranyaka, “testi della foresta” da meditarsi in solitudine, e Upanishad, che costituiscono il cosiddetto Vedanta, “fine dei Veda”, la cui elaborazione filosofica è rappresentata dal darshana Uttara Mimansa o, appunto, Vedanta.

Le Upanishad antiche e medie sono convenzionalmente 108 (in realtà ve ne sono molte di più in quanto, sulla base del loro contenuto mistico, sono stati così denominati anche testi recenti), numero sacro in India, auspicio di vittoria sugli ostacoli; di tutte, le più importanti sono una decina.
Il periodo di compilazione delle Upanishad canoniche è compreso fra l’800 e il 200 a.C.; sono anonime, redatte in prosa e le più recenti in versi; la lingua è il sanscrito, che è l’alfabeto sacro.
Considerate dottrine esoteriche in quanto riservate a una cerchia limitata di ricercatori spirituali, questa limitazione però non riguarda una casta, pur se solo gli asceti e i monaci possono consacrarsi liberamente alla ricerca spirituale in quanto liberi da doveri sociali: infatti i maestri e i discepoli delle Upanishad appartengono a ogni condizione di vita, età, professione e sono sia uomini sia donne.
Gli elementi fondamentali della dottrina upanishadica sono fondamentalmente tre:
– la natura del karman: non più solo il sacrificio, come inteso nei Veda, ma ogni atto umano, pensiero, sentimento, azione e le sue conseguenze, di cui l’uomo è responsabile:
– l’identità di Atman e Brahman, il sé individuale e lo Spirito universale:
– il rapporto fra l’Assoluto e il mondo oggettivo, che di quello è manifestazione, illusoriamente inteso come molteplice (maya).
Il tema centrale è la conoscenza, condizione necessaria, come si diceva, per la liberazione dalla sofferenza umana attraverso il riconoscimento della propria vera natura.
“Egli è tutto quello che fu e che sarà,
Egli è l’eterno;
Colui che lo conosce supera la morte,
Nessun’altra via conduce alla liberazione.”
Kaivalya Up.

Anna Shabalin

Anna Shabalin

Mi chiamo Anna Shabalin, sono nata e vivo a Milano, ho studiato lettere a psicologia e ho lavorato presso alcune aziende nell'area delle Risorse Umane, negli ultimi 15 anni come Responsabile dello Sviluppo del Personale. Parallelamente alla mia esperienza professionale ho condotto la mia ricerca personale che, attraverso la psicologia, la psicoanalisi, lo yoga e una serie di altre esperienze, è divenuta ricerca spirituale. Dall'inizio del 2012 ho lasciato la professione: potevo andare in pensione, ho fatto due conti, ho pensato che potevo starci et...voila’, ho fatto il salto. Ora studio, faccio volontariato, accompagno, piena di meraviglia, la crescita di un fantastico nipote di 3 anni, ho i miei affetti e ho Energheia: fra alti e bassi, la mia vita è piena e giusta.
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