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Le Upanishad e la conoscenza suprema

Le Upanishad e la conoscenza suprema“Il più antico tentativo di formulare una teoria dell’origine del cosmo, e certamente uno dei più interessanti e ragguardevoli, è quello esposto nelle Upanishad[i]: queste le parole del filosofo inglese John Stuart Mackenzie (1860–1935), che così ci introduce nel complesso, profondo e misterioso mondo del Vedanta, la “fine dei Veda”.

Le Upanishad infatti, costituiscono la parte finale dei Veda, per questo sono anche dette Vedanta: “finale” sia nell’accezione di “conclusione”, costituendo essi l’ultima parte dei testi vedici, sia nel senso di “scopo” perché quanto vi è insegnato è ritenuto lo scopo ultimo della Conoscenza.

Le Upanishad secondo Sankara, uno dei più autorevoli commentatori nonché codificatore del Vedanta Advaita, sono destinate ad estinguere l’ignoranza-avidya, consegnando tutti i mezzi necessari per raggiungere la Conoscenza suprema.

Tuttavia esse non sono trattati sistematici di filosofia, quanto piuttosto intuizioni di maestri veggenti sotto forma di leggende e parabole, perlopiù presentate a mo’ di dialoghi familiari. Talvolta appaiono come dispute intese ad esplorare soluzioni a problemi metafisici, esprimendo l’inquietudine e lo sforzo della mente umana per capire la vera natura della realtà.

Difatti le Upanishad, considerate espressione poetica di menti filosofiche, contengono l’essenza dell’insegnamento vedico e sono diventate il fondamento di buona parte delle filosofie e religioni posteriori indiane. Dimostrazione di ciò sono i numerosi commenti ad esse dedicati da grandi maestri come Gaudapada (VIII sec. ?), maestro spirituale di Sankara, o Aurobindo Gosh (XX sec.). Il più grande è, come già detto, Sankara (IX sec) il cui insegnamento ne è l’autentica e legittima interpretazione, come afferma lo studioso vedico Gough.

Le Upanishad sono “sessioni o insegnamenti esoterici”[ii], in quanto, come è noto, l’etimologia del termine rimanda all’atto del “sedersi accanto a qualcuno” con atteggiamento reverenziale per riceverne un insegnamento esoterico, come faceva il discepolo con il Maestro.

Alle composizioni upanishadiche è collegato anche il significato di “insegnamenti segreti” o di “il segreto supremo”, perché così definite in taluni testi vedici stessi. Esse sono di fatto insegnamenti rivolti a ricercatori della realtà ultima.

Nelle Upanishad convivono diversi punti di vista (non-dualismo, monismo, dualismo, etc.), questo a costo di una solo apparente incoerenza. Non ci sono reali contraddizioni, ma forse è solo il modo di approcciarsi ai vari ricercatori, ciascuno a un diverso livello di comprensione.

C’è anche da tener presente che siamo di fronte ad opera di autori vari e di epoche diverse. Di questi pensatori sappiamo poco, se non che erano più interessati a diffondere insegnamenti che alla fama personale.

Dietro la molteplicità di visione e l’eterogeneità che caratterizza le Upanishad c’è una unità di proposito e un vivo senso della realtà spirituale. Esse si basano non sulla verità della scienza, ma lasciano intravedere quella della vita.

Si parla di circa 200 Upanishad. La Muktika Upanishad ne conta 108. Le più antiche vengono fatte risalire a periodo prebuddistico o comunque che non va oltre la predicazione del Buddha (500 a. C. ca.). La canonicità dei testi dipende dall’autorevolezza dei commentatori.

Le Upanishad Brhadaranyaka, Chandogya, Taittiriya, Aitereya, Svetasvatara, Katha, Isa, Mandukya, Kena, Prasna, Mundaka (tutte commentate da Shankara), Kausitaki, Maytry sono considerate le principali.

Le più importanti però sono considerate la Chandogya-Upanishad e la Brhadaranyaka-Upanishad in quanto rappresentano le due principali tradizioni di pensiero vedantino: visione cosmica l’una, acosmica l’altra. Nella visione cosmica centro emanatore di tutto ciò che vive è Brahman, che tutto comprende; l’indefinibile Brahma-Nirguna, al di là di qualsiasi categoria nota al pensiero umano, è invece il cuore della concezione acosmica.

Il progresso delle Upanishad rispetto agli inni sta nello spostamento dell’attenzione dall’esteriorità delle pratiche vediche al mondo interiore, perché la dimora di Dio è il cuore dell’uomo. L’attenzione si sposta al sé immortale interiore, identico allo spirito unico, onnipervadente, onnipotente, incomprensibile.

Le Upanishad infatti riconoscono uno spirito unico che è creatore, preservatore e distruttore del mondo: luce, signore e vita del mondo.

Dei temi e problemi trattati nelle Upanishad ci occuperemo nei prossimi articoli.

 

[i] In S. Radhakrishnan, La filosofia indiana, Edizioni Ashram Vidya, Roma, 1998

[ii] Gruppo Kevala, a cura del, Glossario sanscrito, Edizioni Ashram Vidya, Roma, 1998

 

Anna Todisco

Anna Todisco

Anna Todisco nasce nel 1959 a Napoli, dove si laurea presso l’Istituto Universitario Orientale in lingue e letterature straniere moderne con specializzazione in lingue slave. Dal 1984 vive a Firenze dove fa varie esperienze di insegnamento a bambini, adolescenti, adulti. Per diversi anni segue, in collaborazione con i servizi sociali territoriali, bambini ed adolescenti problematici. Parallelamente coltiva ed approfondisce interessi che spaziano dalla filosofia orientale e yoga al reiki ed alle terapie olistiche. Sceglie di dedicarsi completamente alla famiglia cercando sempre di mettere in pratica le conoscenze acquisite ed i conseguimenti della sua ricerca interiore, convinta che la spiritualità si realizza nel quotidiano. Dal 1995 si occupa di raja yoga ed esoterismo, diplomandosi nel 1999 ad Energheia, prima scuola italiana di formazione per terapeuti esoterici, fondata da Massimo Rodolfi, di cui è insegnante a Firenze. Tiene la rubrica Letteratura e spiritualità sulla rivista il Discepolo della Draco Edizioni e scrive per la sezione Yoga per Tutti all’interno del portale Yogavitaesalute.
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