Le tre tappe del Sentiero dello Yoga: i sensi, la mente e la luce dell’anima

Il percorso umano prevede tre tappe, tre fasi che sono scandite dal mezzo di comunicazione con il mondo. Il primo rapporto avviene attraverso il divenire dei sensi e la paura serpeggia dietro il desiderio che prevale in ogni decisione. Successivamente quando la mente prende il sopravvento sul mondo sensibile avviene un irrigidimento che ingabbia le spinte vitali ed allontana dalla leggerezza della semplicità. Per passare dal rigido meccanicismo legato ai sensi ad un ampio margine di manovra che è inerente alla capacità discriminativa della mente è necessaria una rottura. Ciò rivitalizza tutte le arie della coscienza apportando maggior voglia di vivere. Comunque questo è soltanto l’inizio di una nuova vita, il bello deve ancora venire. Una volta assaggiata questa condizione ampliata di libertà, dato che l’appetito vien mangiando, diviene impossibile resistere al piacere di contattare quella gioia che promana dal profondo e che da sempre ci sospinge verso il sentiero dello Yoga.

Il cuore dello Yoga, secondo Patanjali, è costituito dalla disciplina della meditazione. Leggendo gli Yoga Sutra si apprende che la capacità di raffrenare la mente conduce nel mondo dell’anima ove vige l’equanimità verso tutte le cose. Ma fino a quando non viene realizzata la luce interiore del Sé Superiore non è possibile avere consapevolezza di un tale stato di coscienza, per cui dovremo fare i conti con il divenire della manifestazione.

La condizione umana, tra cielo e terra, ci costringe a compiere il grande passaggio. Ogni volta che ci troviamo di fronte ad una scelta importante per il futuro personale e dei nostri cari, riviviamo la necessità di confrontarci con il giudizio che abbiamo di noi stessi. Tutto ciò ci fa contattare la paura di non essere all’altezza del compito che ci siamo cuciti addosso e, proprio come Arjuna, cerchiamo sollievo nella fuga dal campo di battaglia. Se impariamo a ribaltare la visione umana, cioè se smettiamo di pretendere la conferma della nostra bontà dimostrando di essere migliori degli altri, potremo vedere che dove finisce la sofferenza inizia uno stato di costante benevolenza come perfettamente testimoniato dalla presenza equanime di Sri Krishna nella pianura del Kurukshetra e che ci appartiene profondamente.

Imparando di volta in volta ad accettare che ogni scelta rappresenta il miglior frutto possibile legato a quel preciso momento, toglieremo importanza al desiderio di gustare i frutti stessi dell’azione, così ci attiveremo maggiormente nel compiere l’azione possibile. In questo modo ci confrontiamo con quel mondo dei sensi che, ogni qual volta agiamo meccanicamente, ci tiene prigionieri in dimensioni basse della vita . Secondo Alice Ann Bailey i primi cinque mezzi descritti da Patanjali , degli otto totali necessari per realizzare lo yoga, possono essere sintetizzati come una unica attività volta al dominio dei sensi. Tutto ciò è stato ugualmente ben spiegato nel verso 58 della Gita attraverso l’esempio della tartaruga che ritrae le membra. La tartaruga rappresenta la saggezza maturata attraverso una lunga esperienza, per cui per comportarsi in maniera equilibrata è necessario saper ritrarre a proprio piacimento i sensi dagli oggetti sensibili.

Allorché ritrae i sensi dagli oggetti sensibili, come la tartaruga le membra, in lui la saggezza è saldamente stabilita (BG II,58)

L’aspirante alla saggezza deve potersi astenere dal piacere o dall’avversione verso i sensi. Il sadhaka deve sottoporre la coscienza ad una purificazione del triplice mondo della personalità. Ciò che impedisce alla luce dell’anima di esprimersi è racchiuso nel mondo inferiore della coscienza ed è proprio nel rapportarsi con questi ostacoli che il candidato all’iniziazione scende nei meandri di se stesso. Attraverso questa discesa l’aspirante inizia a riconoscere che i bisogni sono niente rispetto a quell’impulso, spesso definito sete di vita, che ci connette con l’infinito. Per cui chi viene toccato nel profondo non potrà esimersi dal cimentarsi con il sapore delle cose. Per risalire la scala della vita dovrà imparare ad attraversare ogni stato d’animo estraendone il succo vitale, definito anche rasa, o quint’essenza. Così nulla andrà perduto e tutto diviene propedeutico per l’evoluzione. Si legge nei testi sapienziali che niente è come sembra ed è proprio nelle pieghe della materia che si nascondono le chiavi per poter aprire le porte della consapevolezza.

I Maestri conoscono il segreto unificante della vita, il conseguimento finale dell’evoluzione umana. Molti lo hanno cercato seguendo delle pratiche di ascesi che modificano l’approccio alla vita. In genere ogni serio percorso spirituale inizia da una pratica di purificazione della coscienza che culmina nell’astrazione dei sensi attraverso il dominio della mente. Affinché la coscienza divenga strumento dell’anima, la mente deve smettere di proiettare i propri tentacoli verso il mondo degli oggetti e questo è possibile quando la percezione non segue in maniera meccanica i moti dei sensi ma riesce a volgersi all’interno partendo dall’ascolto di cosa si muove nella coscienza. Questo mezzo dello Yoga, il quinto, viene chiamato Pratyahara da Patanjali e corrisponde ad uno stato di coscienza che permette di entrare in contatto con le cause della sofferenza, in quanto i sensi sono stati soggiogati dal principio pensante.

“Quando dall’anima di colui che si astiene dall’usufruirne si ritraggono i sensi, ma l’inclinazione per essi permane, con la visione del Supremo anche questa svanisce.”( BG II,59)

La Gita indica tra le righe un percorso completo di liberazione da se stessi. Una mente che sa dominare i sensi, ma non è ancora consapevole della sua essenza, può ancora essere schiava delle dinamiche della personalità. Sri Krishna insegna che soltanto la visione del Supremo, param drishtva, può liberare dall’attaccamento verso la materia. Per vedere le cose per quello che sono diviene fondamentale vedere la luce Superna. Similmente Patanjali indica nell’attività meditativa quella pratica necessaria per integrare le forze che compongono la coscienza ed unirsi alla luce. Ed è proprio nel conseguimento del Samadhi che i Maestri modificano il rapporto interiore con i sensi. A quel punto l’anima non risente più della reazione interiore del contatto con il triplice mondo inferiore, in quanto in quella coscienza la personalità è stata purificata e aggiogata dalla luce dell’anima.

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Luca Tomberli

Luca Tomberli

Luca Tomberli nasce nel 1969 a Firenze. Negli anni Novanta, spinto dalla percezione della sofferenza, dopo aver sperimentato alcune tradizioni buddiste, varie discipline olistiche e degli approcci psicologici, inizia a praticare il Raja Yoga, l'antica scienza dell'essere improntata alla conoscenza del sé più profondo. L’incontro con Massimo Rodolfi segnerà in maniera inequivocabile il suo percorso. Fino a quel momento, il bisogno d’integrazione della spiritualità nel quotidiano, sembrava destinato a non essere soddisfatto del tutto. Nonostante avesse frequentato diversi gruppi legati in vario modo alla consapevolezza, non aveva ancora percepito quel senso di unità e appartenenza alla Tradizione che andava cercando e che invece gli viene rivelato dagli insegnamenti di Massimo Rodolfi. Nel 1999 dopo aver frequentato Energheia, la prima scuola di formazione per terapeuti esoterici, e soprattutto avendo sperimentato il cambiamento positivo della propria vita sente l’esigenza di diffondere quegli strumenti utili per comprendere meglio se stessi. Così inizia ad insegnare materie esoteriche per l’associazione Atman . Nel 2006 insieme ad altri compagni di viaggio contribuisce a fondare sette sedi della scuola Energheia che vanno ad aggiungersi alla preesistente sede nazionale. Attualmente, sempre più desideroso di praticare l’innocuità creando insieme ad altri, presta la sua attività nell’ufficio stampa del portale YogaVitaeSalute, scrive per la rivista esoterica il Discepolo e per YogaVitaeSalute, insegna per la scuola Energheia nelle sedi di Milano e Roma ed organizza corsi di meditazione e di Raja yoga in Toscana.