La Bhagavad Gita

002Scienza_sett300_0Gandhi la considerava la guida della sua vita, fonte di orientamento e consolazione.
Alice A. Baily, nell’introduzione a La luce dell’Anima, dice: ”Chiunque s’interessi seriamente ai problemi spirituali dovrebbe studiare soprattutto tre libri: il Nuovo Testamento, La Bhagavad Gita e i Sutra Yoga di Patanjali”.
Secondo Swami Shivananda Saraswati, tutti gli aspiranti spirituali dovrebbero imparare a memoria i 18 capitoli della Bhagavad Gita e precisa che ciò si può ottenere in un periodo di circa due anni, imparando due versi al giorno.
La Bhagavad Gita è non solo il poema religioso più conosciuto della letteratura sanscrita, ma possiamo dire appartenga al patrimonio spirituale dell’umanità: il suo insegnamento non è teorico, non riguarda una dottrina filosofica, religiosa, etica; è un insegnamento pratico, rivolto alla vita reale. Ognuno vi trova il significato che più gli corrisponde nei diversi momenti della sua vita.
La Gita, come viene comunemente chiamata, è un poema in 700 versi, inserito nel sesto libro del Mahabharata, la vasta epopea indiana.
La data di compilazione della Gita può essere approssimativamente indicata fra il III e il V sec. a.C. La sua paternità è attribuita a Vyasa, il leggendario autore del Mahabharata.
La narrazione prende spunto e avvio dalla battaglia per la conquista del regno, svoltasi fra le famiglie consanguinee dei Kaurava e dei Pandava sul Kuyrukshetra, vasta distesa di terreno in cui i Kuro, il clan dei contendenti, celebravano i sacrifici religiosi (la zona corrisponde al territorio dell’attuale New Dheli).

Krishna, capo di uno stato vicino, dopo avere tentato invano di conciliare le parti e sollecitato a intervenire nella battaglia, offre ai contendenti la scelta di prendere con sé il suo esercito o lui stesso: i Kaurava scelgono i guerrieri e quindi Krishna si unisce ai Pandava come auriga del principe Arjuna.
Nell’attesa dell’inizio della battaglia, Arjuna chiede a Krishna di essere condotto fra i due eserciti per avere una visione d’insieme delle forze schierate e, nel momento in cui scorge nell’esercito avversario i suoi parenti, i maestri, gli amici, realizza ciò che lo attende e viene sopraffatto dall’angoscia: se uccidere è una colpa, uccidere coloro ai quali si deve amore e rispetto è una colpa ancora più grave, inammissibile per Arjuna, uomo di nobili e certi principi, che hanno guidato fino a quel momento i suoi pensieri e le sue azioni, avvezzo a compiere il proprio dovere secondo i valori etici e religiosi del suo tempo e della società in cui è nato e cresciuto.
Arjuna improvvisamente scopre che la legge cui ha affidato la sua condotta e la sua stessa vita fino a quel momento, l’ha portato ad una scelta drammatica.

La crisi di Arjuna non è intellettuale, egli non ricerca il significato e la verità nelle cose della vita.
La sua è la crisi morale e psicologica dell’uomo d’azione che, appagato dalla certezza che compiere il proprio dovere sia cosa giusta, nel momento in cui quegli stessi principi, che fino ad allora ne avevano guidato la condotta, lo precipitano nel caos facendo crollare il suo mondo.
Krishna, rivelatosi quale incarnazione di Vishnu, l’aspetto divino compassionevole che si manifesta ogniqualvolta i valori umani sono minacciati, aspetto trascendente e aspetto immanente, il Dio interiore, la coscienza divina nell’anima umana, risponde alla disperazione di Arjuna dando avvio al dialogo iniziatico che costituisce la sostanza della Gita.
Ciò che il Maestro si accinge a trasmettere ad Arjuna non è una regola di condotta, una norma che possa guidarne le scelte e le azioni, bensì un insegnamento di livello più elevato, concernente l’anima dove, quando lo Spirito inizia a parlare, possiamo trovare le risposte che ci aiutano ad affrontare la battaglia della vita.
Perché la Gita dovrebbe interessare noi occidentali che, pur se discepoli sul Sentiero, siamo immersi in un mondo di cose da fare, in una vita quotidiana che ci lega con doveri e responsabilità?

La Gita, si diceva, espone una dottrina pratica, concreta, non l’ascesi del sannyasin, il monaco rinunciante alla vita nel mondo, alle relazioni, da ultimo a ogni azione.
Krishna guida Arjuna, attraverso la discriminazione e il distacco, i due cardini dello yoga, a trovare l’Assoluto, lo Spirito, Dio nel proprio cuore. Raggiunto questo centro, fortificati da questa fonte di energia, consapevolezza e amore, noi continuiamo ad essere nella vita, ad agire, a lottare ogni giorno, ma forse un po’ più forti, senz’altro più liberi dai condizionamenti del nostro ego, sempre teso a un risultato, una ricompensa da cui attingere conferme.
Krishna dice ad Arjuna: “Metti il tuo cuore nell’azione, non nella ricompensa che ne deriva. Agisci senza preoccuparti della ricompensa e non smettere mai di agire” (II – 47).
La prima volta che ho letto la Bhagavad Gita vi ho trovato la risposta ad alcune delle domande che andavo da tempo facendomi e ho deciso che avrei intrapreso la via dello yoga. Solo un’intuizione allora, ma così forte da determinare l’avvio di un processo di conoscenza ed esperienza che si rinnova e arricchisce ad ogni rilettura.

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Anna Shabalin

Anna Shabalin

Mi chiamo Anna Shabalin, sono nata e vivo a Milano, ho studiato lettere a psicologia e ho lavorato presso alcune aziende nell'area delle Risorse Umane, negli ultimi 15 anni come Responsabile dello Sviluppo del Personale. Parallelamente alla mia esperienza professionale ho condotto la mia ricerca personale che, attraverso la psicologia, la psicoanalisi, lo yoga e una serie di altre esperienze, è divenuta ricerca spirituale. Dall'inizio del 2012 ho lasciato la professione: potevo andare in pensione, ho fatto due conti, ho pensato che potevo starci et...voila’, ho fatto il salto. Ora studio, faccio volontariato, accompagno, piena di meraviglia, la crescita di un fantastico nipote di 3 anni, ho i miei affetti e ho Energheia: fra alti e bassi, la mia vita è piena e giusta.