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Il Samkhya della Bhagavad Gita

Il Samkhya della BhagavadLa prima parte del secondo capitolo della Bhagavad Gita è incentrata sulla trasmissione del Samkhya, la più antica scuola di pensiero indiana. In modo diretto e sintetico Krishna espone ad Arjuna l’equilibrio che apporta l’intelligenza liberatrice.

Il Samkhya viene considerato uno dei sei punti di vista (Darsana) sulla realtà. Questo sistema di conoscenza rivolto al superamento della sofferenza si basa sulla enumerazione dei principi costitutivi (tattva) della manifestazione. La visione duale del Samkhya trova la sua espressione nella dicotomia tra due principi assoluti : Purusa (Spirito) e Prakrti (materia). Purusa, la pluralità degli spiriti, viene considerato il testimone e l’ispiratore, colui che conosce ma non agisce; mentre Prakriti subisce le tre categorie qualitative (guna) di cui è costituita: Sattva, Rajas e Tamas. L’alternanza dei tre stati della materia appena menzionati creano quel disequilibrio necessario a dar vita alla stessa manifestazione.

Per il Samkhya ciò che vale per il macrocosmo si ritrova per analogia nell’individualità umana. Il sorgere dell’intelletto (Buddhi) accompagna la nascita dell’individualizzazione. Poi discende il senso dell’io (ahmkara) e successivamente, a seconda dell’interazione tra i guna, si formano i sensi di percezione e quelli di azione, gli elementi sottili e quelli grossolani.
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Comunque il Samkhya insegnato da Krishna sembra far parte di una conoscenza più antica di quella trasmessa da quella scuola (Darsana) che porta lo stesso nome e che è giunta a noi per mezzo di Isvarakrishna. Il Samkhya descritto da Krishna si ricollega direttamente a quello insegnato dal Rishi Kapila ed è in stretta correlazione con la visione dello Yoga, anzi ne rappresenta l’aspetto cosmologico.

Il Samkhya e lo Yoga sembrano creati per andare a braccetto, dove finisce uno inizia l’altro e viceversa. Il Samkhya si occupa di descrivere il processo di differenziazione della coscienza, mentre lo Yoga indica la possibilità di reintegrazione della coscienza nello Spirito. La risalita del serpente di fuoco accompagna le pratiche dello Yoga, senza l’ascesa dell’energia non è possibile percorrere la via che porta all’unione. Comunque tutto ciò è possibile in quanto l’anima interagendo con il mondo emana quella luce che attira lo sguardo di chi aspira ad incontrare il cielo.

Ogni aspetto della vita può essere ricondotto all’illuminazione spirituale, liberando il calore di quel fuoco che scorre nelle vene più sottili. D’altra parte dato che l’attività palesa l’ardore dello Spirito, ogni azione è la manifestazione di una Volontà Superiore. Secondo lo Yoga è proprio nel raffrenare, con l’autodisciplina, le modificazioni della mente che il praticante brucia quelle impurità che gli impediscono di essere in accordo con la visione dell’anima.

Il pensiero del Samkhya si fonda sulla enumerazione della manifestazione e sulla conseguente applicazione della discriminazione come l’atto possibile per sfuggire alla sofferenza.

“ Colui che vede Quello come l’uccisore e colui che pensa che Quello è ucciso, non hanno la conoscenza ( non percepiscono la verità). Quello ne uccide e ne viene ucciso.” ( BG II, 19)

Ciò che può salvare il genere umano è la conoscenza. O per meglio dire l’uomo si realizza attraverso il potere della conoscenza. Ma dato che niente arriva dal nulla è possibile iniziare a conoscere qualcosa solo dopo averla separata e comparata. Nella scelta riveliamo la natura umana, ogni volta che siamo di fronte ad un bivio si possono incontrare la materia e lo Spirito. Ma questo processo sfugge alla mente razionale, non può essere compreso con le armi della logica.

Una decisione è un battito d’ali verso l’infinito, chi non conosce come va il mondo è spaventato dall’assumersi delle responsabilità. Perciò Arjuna è rimasto impietrito alla vista dei suoi nemici, nel combattere il suo passato ritiene di disobbedire alla Legge (Dharma).

Non lo si può ferire, ardere, bagnare, disseccare. Esso si tiene eternamente immobile, onnipenetrante, immutabile, esistente per l’eternità.( BG II,24)

Ogni scelta ti mette in cammino verso una verità che con l’esperienza tende a trasferirsi dal mondo personale a quello più ampio del Sé Superiore. L’Essere è in profonda relazione con il Dharma. Non vi è colpa in nessuna azione, ma necessità di sperimentazione. Nessuno sbaglio può essere addotto a chi non conosce le regole del gioco.

Casomai l’azione intrapresa potrà essere giudicata assaggiandone i frutti prodotti. Come ci ricorda il motto popolare: “sbagliando si impara”, non dobbiamo aver paura del rischio di bere l’amaro succo, in quanto la caduta è la migliore medicina per la personalità. Il valore insito nell’insuccesso si scopre mentre ci si rialza, cadere fa parte della vita quello che invece non serve a niente è l’affliggerci.

Lo si dice inafferrabile, inconcepibile, immutabile. Così conoscendolo, non affliggerti dunque. ( BG II,25)

Spesso i tentativi mal riusciti scatenano una energia perniciosa come l’afflizione che impedisce di cogliere lo slancio vitale entro stante in ogni attività. Lo Yoga ci insegna ad elevare lo sguardo per distoglierlo dalla sofferenza tanta cara al genere umano. Nonostante la distruttività possa imprigionare il cuore, la Vita rimane sempre uguale, basta a se stessa come insegna Massimo Rodolfi . Per cui l’essere umano potrà veramente conoscere la Realtà e quindi sviluppare la visione spirituale dopo aver usato a lungo la discriminazione per consapevolizzare fino in fondo ciò che alberga in lui e fuori di lui.

Luca Tomberli

Luca Tomberli

Luca Tomberli nasce nel 1969 a Firenze. Negli anni Novanta, spinto dalla percezione della sofferenza, dopo aver sperimentato alcune tradizioni buddiste, varie discipline olistiche e degli approcci psicologici, inizia a praticare il Raja Yoga, l'antica scienza dell'essere improntata alla conoscenza del sé più profondo. L’incontro con Massimo Rodolfi segnerà in maniera inequivocabile il suo percorso. Fino a quel momento, il bisogno d’integrazione della spiritualità nel quotidiano, sembrava destinato a non essere soddisfatto del tutto. Nonostante avesse frequentato diversi gruppi legati in vario modo alla consapevolezza, non aveva ancora percepito quel senso di unità e appartenenza alla Tradizione che andava cercando e che invece gli viene rivelato dagli insegnamenti di Massimo Rodolfi. Nel 1999 dopo aver frequentato Energheia, la prima scuola di formazione per terapeuti esoterici, e soprattutto avendo sperimentato il cambiamento positivo della propria vita sente l’esigenza di diffondere quegli strumenti utili per comprendere meglio se stessi. Così inizia ad insegnare materie esoteriche per l’associazione Atman . Nel 2006 insieme ad altri compagni di viaggio contribuisce a fondare sette sedi della scuola Energheia che vanno ad aggiungersi alla preesistente sede nazionale. Attualmente, sempre più desideroso di praticare l’innocuità creando insieme ad altri, presta la sua attività nell’ufficio stampa del portale YogaVitaeSalute, scrive per la rivista esoterica il Discepolo e per YogaVitaeSalute, insegna per la scuola Energheia nelle sedi di Milano e Roma ed organizza corsi di meditazione e di Raja yoga in Toscana.
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