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Il sacrificio: la porta sul mondo invisibile

il sacrificioÈ testimoniato che ancora oggi in qualche aeroporto indiano si possa trovare la scritta: “Fammi andare dal non essere all’essere. Fammi andare dalle tenebre alla luce. Fammi andare dalla morte all’immortalità”.[i]

Parole che suonano come segno della radicata spiritualità indiana. In effetti provengono dalle formule che venivano recitate all’interno del sacrificio del soma, una sorta di acqua della vita, estratta da una pianta indiana e il più importante elemento nelle offerte sacrificali della civiltà vedica.

A pronunciarle era il sacrificante mentre un sacerdote intonava un canto. Dietro tale preghiera c’è una visione fondamentale, che ha caratterizzato da sempre la cultura indiana. Il mondo e la vita nel loro aspetto più apparente sono l’incontro di non essere, tenebra e morte. Ma è possibile trascendere questo stato e accedere al mondo reale, proprio grazie al rito.

Ecco, la centralità del sacrificio, del rituale nella cultura indiana deriva proprio dalla credenza che esso possa consentire l’ingresso nel mondo degli dei. Solo grazie alla sua onnipotenza si possono intessere relazioni tra i mondi e regolare i rapporti tra l’uomo e il divino.

Addirittura il destino umano è tracciato dai gesti e dalle formule rituali. La fede altro non è che fiducia nell’infallibilità del sacrificio, nella sua forza cieca, cui neppure gli dei possono sottrarsi. Ma la garanzia del successo è unicamente connessa alla precisione della procedura. Il bene altro non è che l’esattezza rituale, che diventa idea stessa di verità e di morale.

“Si entra nel rituale come in un cerchio in movimento perpetuo. In ogni punto è prescritto qualche gesto che si deve compiere nel punto successivo, finché non si torna là dove si è partiti”.[ii]

Il sacrificio è all’origine di tutto, proprio come l’atto cosmogonico, che è di per sé il sacrificio per eccellenza e ad esso si può far risalire l’istituzione del sacrificio. Così la vita sociale e individuale, al pari di quella cosmica, è dominata da questo modello.

Per i liturgisti vedici qualsiasi luogo può diventare scena rituale. Solo alcune condizioni ne determinano la scelta. L’importante è che l’acqua non sia lontana e ci sia spazio per tracciare le linee tra i fuochi. Ricordiamo che il fuoco costituisce il veicolo dell’offerta (vedi http://www.yogavitaesalute.it/2015/06/24/il-fuoco-nella-religione-vedica-18783.html).

I riti sono cerimonie più o meno lunghe, attraverso le quali vengono fatte offerte solenni alla divinità per assicurarsene protezione e benefici. La preghiera è parte del rituale, trova espressione nelle formule che accompagnano gli atti. È partecipata invocazione.

L’offerta, spesso prodotti agricoli o di allevamento – riso, latte, burro fuso, parte di vittima animale, di solito capra – in parte viene gettata nel fuoco, in parte consumata dagli officianti e dal “committente”.

Nelle cerimonie più importanti viene offerto il soma con le sue proprietà euforizzanti che generano ebbrezza: “O re Soma, prolunga i nostri giorni come il sole le giornate di primavera”.

Gli strumenti del culto sono pochi e sorprendenti nella loro semplicità: la spada di legno impugnata dagli officianti, il palo, cucchiai, vasi e cocci.

Tra i tantissimi e complicati riti, oltre all’Agnihotra, il più breve, vi è l’Asvamedha, il “Sacrificio del cavallo”, il più solenne di tutti, i cui preliminari durano da uno a due anni.

Il laico assiste al sacrificio, da lui stesso commissionato, insieme alla moglie, recita anche qualche formula, ma sostanzialmente distribuisce l’onorario tra gli officianti, i quali sono guidati dal sacerdote (brahmano) che osserva in silenzio e interviene solo per correggere eventuali errori e imprecisioni. Partecipano anche altre figure con compiti diversi, fino a raggiungere il numero di 17 officianti.

Sicuramente la cerimonia è fatta di precisi atti rituali, dove tutto si sussegue con la massima cura ed esattezza. Ma molto di quanto avviene, il più, non si può vedere perché è un viaggio nell’invisibile mondo celeste, dove eccezionalmente gli uomini si incontrano e si intrattengono con gli dei.

[i] R. Calasso, L’Ardore, Adelphi Edizioni, Milano, 2010

[ii] ibidem

Bibliografia

  • Radhakrishnan, La filosofia indiana, Edizioni Ashram Vidya, Roma, 1998
  • Renou, L’Induismo, Xenia Edizioni, Milano, 1994
  • Calasso, L’Ardore, Adelphi Edizioni, Milano, 2010

 

 

Anna Todisco

Anna Todisco

Anna Todisco nasce nel 1959 a Napoli, dove si laurea presso l’Istituto Universitario Orientale in lingue e letterature straniere moderne con specializzazione in lingue slave. Dal 1984 vive a Firenze dove fa varie esperienze di insegnamento a bambini, adolescenti, adulti. Per diversi anni segue, in collaborazione con i servizi sociali territoriali, bambini ed adolescenti problematici. Parallelamente coltiva ed approfondisce interessi che spaziano dalla filosofia orientale e yoga al reiki ed alle terapie olistiche. Sceglie di dedicarsi completamente alla famiglia cercando sempre di mettere in pratica le conoscenze acquisite ed i conseguimenti della sua ricerca interiore, convinta che la spiritualità si realizza nel quotidiano. Dal 1995 si occupa di raja yoga ed esoterismo, diplomandosi nel 1999 ad Energheia, prima scuola italiana di formazione per terapeuti esoterici, fondata da Massimo Rodolfi, di cui è insegnante a Firenze. Tiene la rubrica Letteratura e spiritualità sulla rivista il Discepolo della Draco Edizioni e scrive per la sezione Yoga per Tutti all’interno del portale Yogavitaesalute.
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