Chandogya Upanishad

Ghadogya_Upanishad-300_0La Chandogya Upanishad, considerata una delle più antiche Upanishad (VIII – VI sec. a.C.), fa parte del Sama Veda.
Si compone di 8 capitoli che espongono dottrine diverse, senza un filo conduttore: i significati esoterici delle melodie liturgiche intonate durante i sacrifici vedici, le due vie a cui l’anima può accedere dopo la morte del corpo fisico, la via degli avi, o lunare, che comporta la rinascita, e la via degli dei, o solare, percorsa da chi si è liberato dalla necessità della reincarnazione, l’identità, espressa in forma molto poetica, dell’Atman con il Brahman.
“Tutto quanto esiste è Brahman… ed è questo Atman dentro il mio cuore, che è più piccolo di un grano di riso, di un grano di orzo, di un grano di senape, di un grano di miglio, di un nocciolo di un grano di miglio, questo stesso Sé che è dentro il mio cuore è più grande della terra, più grande dello spazio, più grande del cielo, più grande di tutti i mondi…”.
Interessante l’ultimo capitolo che ci narra del periodo di discepolato trascorso presso Prajapati, padre di tutte le creature, da Indra, rappresentante degli dei e da Virocana, rappresentante degli asura, i demoni. Nel primo periodo di 32 anni, Prajapati, che procede nel suo insegnamento per gradi, per adeguarsi al livello di consapevolezza dei discepoli, tratta dell’identificazione dell’Atman con il corpo, primo necessario stadio di esperienza. Virocana si ferma a questo stadio, che corrisponde al livello di sviluppo dei demoni, legato al mondo esteriore e al proprio io egoistico.

Il livello spirituale raggiunto da Indra lo induce invece a proseguire nel suo percorso di apprendimento per molti anni ancora (sarà discepolo di Prajapati per 101 anni), fino alla conoscenza suprema dell’Atman incorporeo, immortale.
La parte della Chandogya che preferisco è però il dialogo fra Uddalaka Aruni e suo figlio Shvataketu, contenuto nel sesto capitolo, nel quale il padre trasmette l’insegnamento sull’Atman. Ciascuno dei brani che scandiscono l’insegnamento si conclude con l’affermazione “tat tvam asi” (tu sei quello), come a dire tu sei l’Atman, il Sé Supremo. L’unicità dell’Atman è, infatti, il punto focale dell’insegnamento: all’Atman giungono tutti gli esseri, in Esso perdono la propria individualità, ma proprio attraverso questa perdita diventano se stessi, raggiungono la propria vera identità.
Ecco un paio di brani di questo capitolo:
C’era una volta Shvetaketu Aruneya. Suo padre gli disse: “Shvetaketu! Vai a compiere il tuo noviziato di Brahmana. Non avvenga mai che un uomo della nostra famiglia divenga un cattivo Brahmana per mancanza di scienza”.

Shvetaketu, quindi, a dodici anni di età andò da un maestro. A ventiquattro anni, dopo aver studiato tutti i Veda, ritornò a casa contento di sé, orgoglioso della sua scienza, tutto fiero.
Suo padre gli disse: “Shvataketru! Dato che, mio caro, tu sei contento di te, orgoglioso delle tue conoscenze e tutto soddisfatto, hai tu mai ricercato quell’insegnamento per il quale ciò che non si è ascoltato è come se lo si avesse ascoltato, ciò che non si è pensato è come se lo si avesse pensato, ciò che non si è conosciuto è come se lo si avesse conosciuto?”
“Com’è dunque, o signore, questo insegnamento?”
“E’ come, mio caro, se da un pezzo di argilla si conoscesse tutto ciò che è la materia argilla, restando tutte le diverse modificazioni null’altro che distinzioni di nome e di linguaggio riguardanti una sola realtà: l’argilla…”.
Uddalaka prosegue il suo insegnamento rivelando al figlio la realtà dell’Atman, l’essenza sottile, l’unica realtà che pervade tutti gli esseri.
“Portami un frutto di nyagrodha”, disse il padre.
“Eccolo, signore”
“Taglialo in pezzi”
“Eccolo tagliato”
“Cosa vedi in esso?”
“Piccolissimi semi, o signore”
“Spezzane uno”
“L’ho spezzato, o signore”
“Cosa vedi in esso?”
“Assolutamente nulla, o signore”.
Il padre allora gli disse: “Proprio da questa sottilissima essenza, che tu non percepisci, mio caro, cresce il grande albero nyagrodha! Credimi, mio caro, questa sottile essenza anima tutte le cose; essa è l’unica realtà; essa è l’Atman. Tu sei quello, Shvetaketu!”.

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Anna Shabalin

Anna Shabalin

Mi chiamo Anna Shabalin, sono nata e vivo a Milano, ho studiato lettere a psicologia e ho lavorato presso alcune aziende nell'area delle Risorse Umane, negli ultimi 15 anni come Responsabile dello Sviluppo del Personale. Parallelamente alla mia esperienza professionale ho condotto la mia ricerca personale che, attraverso la psicologia, la psicoanalisi, lo yoga e una serie di altre esperienze, è divenuta ricerca spirituale. Dall'inizio del 2012 ho lasciato la professione: potevo andare in pensione, ho fatto due conti, ho pensato che potevo starci et...voila’, ho fatto il salto. Ora studio, faccio volontariato, accompagno, piena di meraviglia, la crescita di un fantastico nipote di 3 anni, ho i miei affetti e ho Energheia: fra alti e bassi, la mia vita è piena e giusta.