La magia dell’Anima

Accenditi come lampada:
nel tuo cammino dovrai essere luce.
(R. Tagore – Sfulingo)

 

Da bambina a lezione di catechismo mi si diceva che siamo fatti di corpo, anima e spirito. La nozione, accolta come un assioma, passava in modo acritico senza la minima comprensione di cosa potesse significare.

Mi ci sono voluti decenni, almeno due e passa, per capire. Solo quando ho cominciato a familiarizzare col raja yoga e con la visione della vita che questa scienza dell’essere sottende, la comprensione è maturata gradualmente e ho finalmente cominciato a recepire non solo il senso di tale definizione, quanto piuttosto a sperimentare la verità in essa racchiusa.

I cinesi tradizionalmente posizionano l’uomo tra terra e cielo. Un modo diverso, a mio avviso, per esprimere lo stesso concetto. Si fa riferimento alla natura multidimensionale della coscienza umana e alle potenzialità a lungo inimmaginabili che l’uomo ha di portare il cielo sulla terra, pur avendo i piedi ben radicati nella dimensione fisica.

Il bello è che abbiamo già tutto dentro di noi. Accanto a biechi istinti che ancora motivano talvolta il nostro agire, siamo detentori di un patrimonio inestimabile: la nostra divinità, la nostra essenza spirituale, la nostra anima. Anche se per lungo tempo non ne siamo coscientemente consapevoli.

Eppure dal retaggio animale, che serbiamo nella memoria del nostro DNA, avanziamo verso il regno dei cieli. Realizzare l’anima che in potenza siamo è il nostro compito.

Anche se per tanto, troppo tempo ci sfugge, la vita ha un senso. Il caso, come la sfiga, non esiste. “Dio non gioca ai dadi con l’Universo” come diceva Einstein.

Noi siamo particelle con cui Dio (quell’essere che, per quanto ancora perfettibile, è pur sempre perfetto rispetto alle nostre limitate coscienze), ma possiamo chiamarlo Vita, sperimenta per migliorarsi ed evolvere.

Così noi siamo immersi in un’onda di vita. Quella che, procedendo dall’alto, generata dalla volontà dello spirito che si vuole manifestare attraverso la materia, ci attraversa.

Nell’attraversarci essa ci coinvolge nella danza dell’esistenza, con i suoi conflitti, le sue luci e le sue ombre, persino con il male e la sofferenza, sempre perfetta perché orientata necessariamente verso una direzione evolutiva.

Ogni personalità, con le dovute esperienze, è destinata a portare in manifestazione il cielo della propria anima. Tutti prima o poi porteremo fuori di noi il regno di Dio che è dentro di noi. Ricomporre in unità la dualità spirito-materia sarà l’atto finale dell’esperienza umana.

Parliamo di un qualcosa di estremamente tangibile e concreto. Affinando le nostre capacità di pensare, di provare emozioni e sentimenti, portiamo coerenza nella nostra coscienza ammettendo solo frequenze emotive e mentali compatibili con quelle della nostra anima.

Quando l’allievo è pronto il Maestro arriva”. E così è. Quando l’humus della nostra coscienza comincia ad essere adeguato, la luce dell’anima inizia a far sentire il suo tocco.

Nasce una relazione di intimità sempre più stretta tra l’anima e la personalità. Conflitti anche aspri, ma proficui, caratterizzano il nascente “idillio” tra l’anima che attrae, facendo sentire la dolcezza appagante della sua silenziosa presenza, e la personalità che, finché manterrà ambiti ancora ignoranti, resiste e si ribella, richiamata ancora dalla densità della materia.

Chiedete e vi sarà dato”, “bussate e vi sarà aperto”. La personalità purificandosi sente sempre più bisogno del tocco risanante dell’anima e ne invoca l’afflusso.

L’anima risponde sempre. La dolce lenta penetrazione della luce dell’anima nella materia dei corpi della personalità dà frutti generosi attraverso significative e graduali trasformazioni che la porteranno via via a prendere il suo posto al governo di suoi veicoli mentale, emotivo e fisico, diventati ormai suoi docili strumenti.

L’avanzare dell’anima, la sua affermazione continua equivale a manifestare il meglio di noi; tutto il bello, il vero e il giusto che abbiamo conseguito nel corso delle svariate esperienze umane. Le virtù e le buone inclinazioni concretizzano sul piano fisico attraverso il nostro agire energie benefiche proprie dell’anima.

I poteri dell’anima costituiscono fenomeni magici e sovrumani, inspiegabili con le leggi della materia. Niente a che vedere con la chiaroveggenza, la telepatia; no queste sono cose di poco conto, che interessano coloro che sono ancora attratti da fenomeni psichici, legati a filo doppio alla volontà distorta di dominio e potere.

Potenzialità finora nascoste, le qualità divine si sono liberate; emergono lentamente e sfociano tutte, attraverso la benevolenza, nella pratica dell’amore, quello vero; quello che unisce, muove e regge l’intero universo.

Esse diventano piena disponibilità ad esserci e a prenderci cura, con premura, a prescindere, degli altri e della vita, con disinteresse e equanimità.

A queste condizioni la nostra presenza è benefica e benedicente, in grado di elargire la cascata di luce pura della nostra anima. Attraverso il nostro agire, i nostri pensieri e il nostro sentire trasferiamo nel mondo energie che non sono del mondo. Questo rende sacra la nostra vita e quella di coloro che ci circondano.

L’unione stabile con la nostra anima rende possibile la pratica scientifica dell’amore, unica forza in grado di unire e guarire. Questa è magia bianca, quella che ci salverà portando al trionfo del bene e all’avvento del quinto regno di natura, quello delle anime. Purtroppo non ora. L’umanità ha bisogno ancora di tempo per armonizzarsi con il proposito dell’anima e con il piano del Creatore.

Bibliografia:
Alice A. Bailey, Psicologia esoterica, Editrice Nuova Era, Roma
Massimo Rodolfi, Psicologia dello yoga, Draco Edizioni
Massimo Rodolfi, Tecniche di guarigione dello yoga, Draco Edizioni

Sette buoni motivi per accostarsi alla lettura de La Dottrina Segreta della Blavatsky – quarta parte

Nella parti precedenti abbiamo affrontato le prime due, di queste 7 piccole difficoltà che abbiamo ipotizzato possano più o meno frenare la lettura de La Dottrina Segreta di Helena Petrovna Blavatsky:

  1.  Il costo dei libri
  2. La lunghezza del testo
  3. La vastità culturale dell’autrice
  4. La complessità degli argomenti
  5. L’antichità dell’opera
  6. L’ampiezza di note e di citazioni
  7. Il linguaggio e la forma espressiva

Oggi proviamo a trovare dei buoni motivi e dei modi per affrontare il terzo:

3.  La vastità culturale dell’autrice

Sperando di ottenere un esempio per questo nostro terzo punto, spostiamoci al VOLUME I de La Dottrina Segreta ed estrapoliamo, nella Parte II, alcuni brani dalla SEZIONE V, intitolata “Della divinità celata, i suoi simboli e i suoi glifi”; in questo paragrafo Madame B. tratta (si perdoni l’eccesso di sintesi) di Dio Uno-e-Trino, di Dio Creatore, o meglio, per essere più precisi, tratta del modo in cui le principali culture umane, antiche e moderne, Lo esprimono:

“Dobbiamo risalire alla sorgente primordiale ed all’essenza stessa del concetto di Logos, o Divinità Creatrice, del ‘Verbo fatto carne’, di tutte le religioni. Nell’India è un Proteo dai 1.008 nomi ed aspetti divini in ciascuna delle Sue trasformazioni personali, da Brahmâ-Purusha fino agli Avatara divino-umani, passando per Sette Rishi Divini e i Dieci Prajapati semi-divini (che anche loro sono dei Rishi). Lo stesso sconcertante problema dell”Uno nei Molti’ e della Moltitudine in Uno, si trova in altri Pantheon; in quello egiziano, in quello greco ed in quello caldeo-giudaico;”

Riportiamo questo brano non certo perché vogliamo inserirci nella trattazione sull’Uno, ovviamente, né perché abbiamo qualcosa da aggiungere o da censurare. Utilizziamo questo brano (e centinaia avremmo potuto sceglierne, in alternativa) solo per soffermarci un attimo sull’ampiezza dei riferimenti fatti da H.P.B.; in questo caso, in tutto il paragrafo che segue queste prime righe, l’autrice si lancerà in un continuo parallelo tra le culture indiana, ebraica, egizia, caldea, cristiana, “sballonzolando” il lettore tra Veda, Cabala, scritti dei Padri della Chiesa, Bibbia e tavolette assiro/babilonesi, con il palese obiettivo di sottolinearne i punti in comune, evidenziarne i contrasti, rilevare le distorsioni di idee che lungo il corso della storia sono avvenute all’interno dei vari sistemi religiosi. Ne La Dottrina Segreta, questa è la prassi, e quando parla di religione, ma anche di filosofia, di scienza, o di tutte e tre, Madame B. la segue sempre!
Una competenza di questo tipo… ci sta che possa scoraggiare un attimino quel lettore che magari non è che trascorra le sue giornate immerso nella storia delle religioni, e nella storia di tutte queste religioni!

E allora, come possiamo -diciamo così- starle dietro, seguirla, e magari non scoraggiarci troppo, ogni volta che la Blavatsky “mette il turbo”?
Beh, sono solo suggerimenti -ovvio-, ma potremmo provare le seguenti:

  1. A) Innanzitutto, possiamo tenere a mente le indicazioni che abbiamo provato a considerare nella parte precedente di quest’articolo, quelle relative alla lunghezza del testo: ricordiamoci che durante la lettura possiamo saltare, interrompere, ripetere, spizzicare e sopratutto possiamo prenderci il tempo che ci serve; in certe parti della Dottrina potrebbe anche sembrarci non una semplice lettura ma quasi uno studio, ma in realtà -ricordiamoci- non troveremo alcun cattedratico a minacciare di darci suo voto!
  2. B) Per quanto la maniera di esporre di Madame B. rifletta la sua ampiezza culturale ed anche il suo animo scalpitante, in genere ogni suo capitolo è su per giù strutturato in questo modo: i primi due o tre paragrafetti descrivono l’argomento che sta per trattare – già semplificato nel titolo, ovviamente- e in breve dunque riassumono, in maniera abbastanza chiara e sintetica, qual’è la visione esoterica, la concezione secondo La Dottrina Segreta -appunto- di quel determinato argomento; solo dopo, nelle righe successive, l’autrice parte con la trattazione, col lavoro di documentazione, o di confutazione, in merito alle altre branche del sapere umano, sia quello ordinario e moderno, sia quello più “dimenticato” ed antico (il brano che abbiamo preso come esempio poc’anzi è proprio la “partenza” di uno di questi capitoli); se si tiene a mente questa struttura generale dei capitoletti, è possibile seguire l’autrice nei suoi argomenti fin dove si vuole, quanto basta per farsi un’idea, per afferrare un primo concetto… e poi, sentiamoci pure liberi di approfondire, di conoscere i dettagli, di apprendere dei documenti che tira in ballo… oppure molliamola subito per il prossimo capitolo! Madame B. non ci resterà male di certo, ai suoi tempi, era abituata a ben altro tipo di torti!
  3. C) Se comunque si riesce a starle un po’ dietro, può inoltre portare un certo beneficio, oltre che una compiaciuta soddisfazione, imparare qualcosa tramite Madame B., “cosa dice quella religione in merito a quest’argomento” e “cosa invece ne dice quest’altra”, o conoscere qualche dio dell’Olimpo greco che ci era sfuggito a scuola o apprendere del tal spirito in quell’altro pantheon, o ancora sapere cosa la scienza scopriva negli anni in cui la Blavatsky scriveva la Dottrina Segreta e quali analogie quella scoperta presentasse con certe idee indù più vecchie di migliaia di anni… Insomma, magari saranno più i parallelismi che ci sfuggiranno che quelli che riusciremo a cogliere o a ricordare a distanza di tempo, però, quella stessa vastità culturale dell’opera che può apparire come un problema per il lettore, potrebbe benissimo rivelare l’altra faccia della medaglia, e cioè contribuire alla conoscenza del lettore e sopratutto -ancora più importante!- potrebbe, un pizzico di più, alimentare quello spirito di sfida e d’avventura che non guasta di certo, tanto in questa lettura, quanto nella vita di tutti i giorni!

(Il brano citato è tratto da: Helena Petrovna Blavatsky, La Dottrina Segreta, Roma, Istituto Cintamani, 2006)

Lo Yoga, la fiaccola della libertà

La fiaccola dello Yoga illumina la notte che è calata nel mondo. La prevaricazione e l’avidità personale sembrano aver preso il posto della buona educazione e del minimo rispetto verso la comunità di cui facciamo parte. La Bhagavad Gita pur essendo stata scritta tanto tempo fa dimostra tutta la sua utilità, forse, come non mai il suo messaggio è talmente attuale che può risuonare nei cuori di molti.  Ora come allora le forze oscure agiscono tramite le coscienze identificate con la distruttività. Il male fa leva sui sensi affinché la coscienza  rimanga preda dell’illusione e la visione venga sempre più offuscata. Eppure è proprio quando tutto sembra perduto che è possibile riconquistare se stessi. La risalita inizia quando si è toccato il fondo del pozzo.

“ O figlio di Kunti, l’impeto dei sensi trascina con violenza anche la mente del saggio che lotta.” (BG II, 60)

Ogni  giorno abbiamo a che fare con condizioni distruttive fuori e dentro di noi. Il cielo è chimico, l’aria è irrespirabile e il cibo che mangiamo contiene sostanze nocive. Inoltre la cura è in mano alle avide multinazionali del farmaco. Questo stato delle cose è la diretta conseguenza di un attentato alla vita di cui siamo come minimo conniventi finché non cambiamo registro individualmente. Non basta armarsi di buoni propositi  oppure sfoggiare sorrisi a 32 denti per cancellare quella irritazione che ci insegue costantemente ed alimenta la negatività presente sulla terra.  Crediamo di poter smettere di provare brutte sensazioni appena riusciamo a ritrovare del “tempo” per noi, e ad occuparci di ciò che ci piace. In parte è anche così, ma se fatichiamo ad esprimere un sorriso sincero, altre sono le cause da ricercare. In realtà una condizione penosa è data dal materiale oscuro, prodotto dai Chakra, che riempie le nostre aure e così  non ci permette di vedere la bellezza della vita. Condizioni instabili di coscienza dettate dai capricci dei sensi  si traducono in un vivere in delle bolle piene di irritazione e senso del dovuto che rendono difficile un possibile rapportarsi gioioso e soprattutto ben educato.

Nessuno è escluso da questa lotta per la libertà e il campo della contesa, il Kurukshetra della vita,  si svolge ogni attimo senza sosta. Non basta aver studiato tutti i testi sacri oppure far parte di una comunità che professa l’amore divino per  unirsi alla vita. La presunzione è un effetto collaterale dell’uso della mente  che accompagna la via dell’aspirante spirituale. Senza un radicale lavoro su stessi si rimane preda dei desideri e dei loro mutevoli trasformismi. Così gli automatismi della coscienza, espressione del male più radicato, ci spingono a ricercare la felicità in un pugno di lenticchie. Invece la libertà può essere conquistata esperienza dopo esperienza attraverso la consapevolezza di ciò che stiamo vivendo.

 “Ritornato padrone dei sensi, si mantenga saldo nello stato di unione con Me, prendendoMi come supremo. In colui domina che i sensi, la saggezza è saldamente stabilita.” ( BG II, 61)

Sri Krishna si fa mediatore tra il Divino e l’uomo. Le sue parole toccano i cuori di chi anela la pace e li sospinge verso l’infinito. Nel campo di battaglia Arjuna riceve le istruzioni dello Yoga. Soltanto integrando la coscienza con ciò con cui veniamo in contatto possiamo stare in equilibrio, e quindi bene con noi stessi. Nonostante le diverse tradizioni spirituali questo è il cuore dell’unico Yoga insegnato, da sempre, dai veri Maestri.

Il liberatore è in noi, ma non può essere individuato nella mente, i desideri o i sensi. Jivatman, la particella divina presente nell’essere umano, è il suo nome sanscrito e viene definito tramite tre condizioni dell’essere: essenza, consapevolezza  e beatitudine. La ricerca di questo principio assoluto ed intangibile porta ad identificarsi con gli aspetti essenziali della vita. Per poter salire sulla vetta dello Spirito devono essere lasciati quegli inutili fardelli come la ritrosia e l’afflizione che impediscono di riconoscere la nostra Reale Natura. Siamo destinati alla gioia, questo è scritto nella profondità del nostro essere.  Dobbiamo prendere rifugio nel divino che è in noi vivendo consapevolmente la beatitudine.  Così riusciremo a rendere sacra la nostra vita azione dopo azione. Tutto ciò passerà inevitabilmente dal dominio sulle forze che si muovono nella coscienza, le quali devono essere viste,orientate ed integrate. Ci vorrà pure del tempo dato la condizione attuale, però il progetto inerente allo Yoga è affascinante e sembra proprio valerne la pena. Inoltre detto fra noi sembra proprio che sia l’unica strada che porta lontano…

Ogni cosa soggiace alla Pace

…sembra una frase retorica, alquanto religiosa (e in parte può essere vista anche così), ma il titolo di questo articolo nasconde una grande visione scientifica della materia che si esprime su questo pianeta, ed oltre.
Difficile sentire la Pace che scorre nelle nostre vite. Difficile lo è soprattutto di questi tempi, dove ogni cosa viene fatta con spirito egoistico, nella fretta e senza essere impressa d’amore.
Ciò che facciamo, spesso, è funzionale al nostro bisogno di considerazione e di amore; senza che ce ne accorgiamo nemmeno, priviamo un’azione, un gesto e le parole di potere creativo, che veicolate con consapevolezza, generano materia costruttiva, utile a realizzare il Piano su questo pianeta.
Un grande filosofo orientale, Chuang Tzu, descrive la nostra quotidianità, intorno al 300 a.c  già così:
“La grande intelligenza abbraccia, la piccola intelligenza discrimina: la grande parola è luminosa; la piccola parola è prolissa. Quando gli uomini dormono, la loro anima entra nella confusione, quando si svegliano, il loro corpo si mette in movimento. Le associazioni umane generano intrighi e complotti. Nascono così le indecisioni, le falsità, i pregiudizi. Piccole apprensioni generano inerzia e pigrizia. Quando gli uomini entrano in azione, guardano i propri simili come l’arciere prende di mira la propria preda; poi restano immobili, attenti alla loro vittoria come congiurati. Si indeboliscono così ogni giorno, come l’autunno e l’inverno che declinano. Sprofondano senza ritorno nelle loro abitudini, vi soffocano e si degradano con l’età; il loro spirito va verso la morte; niente li aiuta a ritrovare la luce.”

La Scienza dello Yoga ci insegna ad essere scienziati consapevoli della nostra vita e responsabili di ogni azione che scegliamo e quindi a ritrovare la luce di cui parla Chuang Tzu.
Possiamo creare le vie da percorrere e possiamo anche decidere come percorrerle. Ognuno può decidere se riaccendere il fuoco interiore nel ringraziamento del cuore o spegnersi nel buio della propria recriminazione. Queste scelte innescano reazioni interiori che creano il mondo interiore, che attrae, inevitabilmente il simile esteriore, per analogia e similitudine di frequenza. Siamo chimici e fisici della coscienza, ma purtroppo il dolore, spesso, ci limita la visione di insieme. Dovremmo iniziare a darci valore (non per il denaro, la fama etc), ma per il grande potere creatore che soggiace nella pace che proviamo nel silenzio del nostro cuore.
Ogni volta che amiamo, dirigendo il nostro bene verso l’altro, richiamiamo quella pace che vive nella profondità del nostro cuore e nutre e anima la nostra stessa vita. Produciamo alchimie come gli antichi alchimisti, educhiamo i nostri pensieri e le nostre azioni come genitori coscienziosi. Il male, si dissolve e viene annichilito nella gioia del dare.
Tutta la filosofia e la religione, girano intorno all’idea del benessere e del senso della vita, custoditi come il Sacro Graal nella tenerezza del nostro cuore.

“… Lascia dir le genti
Sta come torre, fermo, che non crolla
Giammai la cima per soffiar de’ venti.” (Dante)

Il silenzio e la voce dell’anima

Prima che l’anima possa vedere, deve raggiungere l’armonia interna, e gli occhi della carne devono essere resi ciechi ad ogni illusione.

Prima che l’anima possa udire, l’immagine deve diventare sorda ai rumori come ai mormorii, al selvaggio barrito degli elefanti come all’argentino ronzare della lucciola d’oro.

Prima che l’anima possa comprendere e ricordare, deve essere unita a colui che parla in silenzio, così, con me alla mente del vasaio è unica la forma secondo la quale sarà modellata l’argilla.

Poiché allora l’anima udrà e ricorderà, e allora all’interno orecchio parlerà la voce del silenzio. (Blavatsky)

Se poni su piatto della bilancia tutte le tue pratiche ascetiche e sull’altra metti il silenzio vedrai che quest’ultimo supera le prime”. (Callisto di Xantopulos).

Le due citazioni summenzionate rimandano all’importanza del silenzio dal punto di vista spirituale.

Grande importanza è  stata attribuita già nel passato all’osservanza del silenzio nelle diverse tradizioni esoteriche e religiose, compresa la cristiana, in particolar modo quella orientale.

La regola del silenzio è fondamentale in molti ordini monastici cristiani; così anche per molte pratiche indiane e tibetane. È risaputo che i discepoli di Pitagora erano tenuti all’osservanza del silenzio assoluto per due anni, prima di guadagnarsi il diritto alla parola, che a quel punto non poteva che essere austera e autentica.

Io, personalmente, ho avuto modo di sperimentare il “bisogno di silenzio”, ad un certo punto della mia vita; ed è questo che mi ha spinta a cercare, sia pure in modo ancora inconsapevole, la meditazione e, conseguentemente e implicitamente, l’incontro con la mia interiorità.

Però ho avuto modo di rendermi conto che, generalmente, il silenzio non è una condizione molto apprezzata e ricercata, anzi spesso viene deliberatamente rifuggita.

A tal proposito mi è capitato più volte di confrontarmi con conoscenti, amici e con i miei stessi fratelli. Di fronte alla mia predilezione per luoghi solitari, ritirati, poco frequentati, essi mi raccontavano del disagio che provavano anche al solo pensarci.

Altro che solitudine e silenzio! Come loro, ci sono tante persone che si muovono  sulla spinta a immergersi in attività rumorose, rigorosamente in compagnia, arrivando addirittura ad abituarsi ad addormentarsi con il sottofondo della televisione accesa, pur di evitare un incontro ravvicinato col proprio mondo interiore.

Paura del silenzio. Condizione che può generare vertigine. Alla stregua di un abisso, insostenibile, spaventoso come e più del buio e dell’ignoto.

Così è per chiunque abbia ancora necessità di nutrirsi di vibrazioni ‘forti’, dissonanti, che in realtà perturbano la coscienza, imprimendola di frequenze caratterizzate da alti e bassi, picchi e derive. Niente di più distante da stabilità, equilibrio, armonia: stati cui tutti, almeno a parole, aspirano; coltivando tuttavia, nei fatti, ondate emotive continuamente destabilizzanti.

Ma il silenzio di cui parliamo non può essere solo quello esteriore.

Praticando il pratyahara, il quinto degli otto passi suggeriti da Patanjali, mettiamo in sospensione i cinque sensi, ci rendiamo sordi e ciechi al mondo esterno, eliminando così le suggestioni provenienti dal di fuori.

La pace profonda è possibile solo quando il silenzio emerge dal di dentro di noi. Una volta abbandonata la caotica e chiassosa superficie della coscienza, ci immergiamo nella natura intrinsecamente pacifica e silente del nostro vero sé.

Il silenzio, infatti, dal punto di vista spirituale non è mera assenza di suoni intorno a noi, e neanche esclusivamente controllo della parola. È qualcosa di molto profondo che si può coltivare e sviluppare con la pratica yogica.

Ha a che vedere con la graduale emancipazione dalla schiavitù dei pensieri molesti e distruttivi e dalle intemperanze emotive, fino alla conquista dell’autodominio degli aspetti inferiori e la resa della personalità di fronte all’incedere dell’anima.

Praticando con tenacia, miglioriamo come persone e l’anima acquisisce sempre più forza e maggiore capacità di attrazione. A un certo punto è come se cominciasse a meditare sul suo piano, riuscendo in questo modo a fare arrivare il suo influsso sui piani inferiori.

Allora l’incessante chiacchiericcio dei pensieri caotici che si impongono e la conseguente turbolenza delle emozioni, che ancora caratterizzano la recalcitrante e ribelle personalità, diventano sempre più insopportabili, mentre il bisogno di pace e silenzio diventa sempre più  totalizzante.

Gli sporadici e episodici contatti con la luce dell’anima influenzano sempre di più la materia emotiva e mentale, facendo crescere l’attrazione per essa. D’altro canto la purificazione che ne deriva favorisce contatti sempre più frequenti, sino all’unione stabile e permanente tra superiore e inferiore, anima e personalità.

Il silenzio trionfa: all’assoluta calma mentale, che è assenza di pensieri, fa rispondenza il completo acquietamento delle emozioni e dei desideri. Allora la personalità tace, mentre l’anima comincia a parlare, rivelando la sua natura divina.

Così la personalità-goccia può immergersi nell’anima-mare, e, sperimentando l’unione essenziale, verificare l’assenza assoluta di conflitti, ansie e turbamenti.

Cessato il rumore, il silenzio rivela l’essenza della verità: la beatitudine assoluta.

Le tre tappe del Sentiero dello Yoga: i sensi, la mente e la luce dell’anima

Il percorso umano prevede tre tappe, tre fasi che sono scandite dal mezzo di comunicazione con il mondo. Il primo rapporto avviene attraverso il divenire dei sensi e la paura serpeggia dietro il desiderio che prevale in ogni decisione. Successivamente quando la mente prende il sopravvento sul mondo sensibile avviene un irrigidimento che ingabbia le spinte vitali ed allontana dalla leggerezza della semplicità. Per passare dal rigido meccanicismo legato ai sensi ad un ampio margine di manovra che è inerente alla capacità discriminativa della mente è necessaria una rottura. Ciò rivitalizza tutte le arie della coscienza apportando maggior voglia di vivere. Comunque questo è soltanto l’inizio di una nuova vita, il bello deve ancora venire. Una volta assaggiata questa condizione ampliata di libertà, dato che l’appetito vien mangiando, diviene impossibile resistere al piacere di contattare quella gioia che promana dal profondo e che da sempre ci sospinge verso il sentiero dello Yoga.

Il cuore dello Yoga, secondo Patanjali, è costituito dalla disciplina della meditazione. Leggendo gli Yoga Sutra si apprende che la capacità di raffrenare la mente conduce nel mondo dell’anima ove vige l’equanimità verso tutte le cose. Ma fino a quando non viene realizzata la luce interiore del Sé Superiore non è possibile avere consapevolezza di un tale stato di coscienza, per cui dovremo fare i conti con il divenire della manifestazione.

La condizione umana, tra cielo e terra, ci costringe a compiere il grande passaggio. Ogni volta che ci troviamo di fronte ad una scelta importante per il futuro personale e dei nostri cari, riviviamo la necessità di confrontarci con il giudizio che abbiamo di noi stessi. Tutto ciò ci fa contattare la paura di non essere all’altezza del compito che ci siamo cuciti addosso e, proprio come Arjuna, cerchiamo sollievo nella fuga dal campo di battaglia. Se impariamo a ribaltare la visione umana, cioè se smettiamo di pretendere la conferma della nostra bontà dimostrando di essere migliori degli altri, potremo vedere che dove finisce la sofferenza inizia uno stato di costante benevolenza come perfettamente testimoniato dalla presenza equanime di Sri Krishna nella pianura del Kurukshetra e che ci appartiene profondamente.

Imparando di volta in volta ad accettare che ogni scelta rappresenta il miglior frutto possibile legato a quel preciso momento, toglieremo importanza al desiderio di gustare i frutti stessi dell’azione, così ci attiveremo maggiormente nel compiere l’azione possibile. In questo modo ci confrontiamo con quel mondo dei sensi che, ogni qual volta agiamo meccanicamente, ci tiene prigionieri in dimensioni basse della vita . Secondo Alice Ann Bailey i primi cinque mezzi descritti da Patanjali , degli otto totali necessari per realizzare lo yoga, possono essere sintetizzati come una unica attività volta al dominio dei sensi. Tutto ciò è stato ugualmente ben spiegato nel verso 58 della Gita attraverso l’esempio della tartaruga che ritrae le membra. La tartaruga rappresenta la saggezza maturata attraverso una lunga esperienza, per cui per comportarsi in maniera equilibrata è necessario saper ritrarre a proprio piacimento i sensi dagli oggetti sensibili.

Allorché ritrae i sensi dagli oggetti sensibili, come la tartaruga le membra, in lui la saggezza è saldamente stabilita (BG II,58)

L’aspirante alla saggezza deve potersi astenere dal piacere o dall’avversione verso i sensi. Il sadhaka deve sottoporre la coscienza ad una purificazione del triplice mondo della personalità. Ciò che impedisce alla luce dell’anima di esprimersi è racchiuso nel mondo inferiore della coscienza ed è proprio nel rapportarsi con questi ostacoli che il candidato all’iniziazione scende nei meandri di se stesso. Attraverso questa discesa l’aspirante inizia a riconoscere che i bisogni sono niente rispetto a quell’impulso, spesso definito sete di vita, che ci connette con l’infinito. Per cui chi viene toccato nel profondo non potrà esimersi dal cimentarsi con il sapore delle cose. Per risalire la scala della vita dovrà imparare ad attraversare ogni stato d’animo estraendone il succo vitale, definito anche rasa, o quint’essenza. Così nulla andrà perduto e tutto diviene propedeutico per l’evoluzione. Si legge nei testi sapienziali che niente è come sembra ed è proprio nelle pieghe della materia che si nascondono le chiavi per poter aprire le porte della consapevolezza.

I Maestri conoscono il segreto unificante della vita, il conseguimento finale dell’evoluzione umana. Molti lo hanno cercato seguendo delle pratiche di ascesi che modificano l’approccio alla vita. In genere ogni serio percorso spirituale inizia da una pratica di purificazione della coscienza che culmina nell’astrazione dei sensi attraverso il dominio della mente. Affinché la coscienza divenga strumento dell’anima, la mente deve smettere di proiettare i propri tentacoli verso il mondo degli oggetti e questo è possibile quando la percezione non segue in maniera meccanica i moti dei sensi ma riesce a volgersi all’interno partendo dall’ascolto di cosa si muove nella coscienza. Questo mezzo dello Yoga, il quinto, viene chiamato Pratyahara da Patanjali e corrisponde ad uno stato di coscienza che permette di entrare in contatto con le cause della sofferenza, in quanto i sensi sono stati soggiogati dal principio pensante.

“Quando dall’anima di colui che si astiene dall’usufruirne si ritraggono i sensi, ma l’inclinazione per essi permane, con la visione del Supremo anche questa svanisce.”( BG II,59)

La Gita indica tra le righe un percorso completo di liberazione da se stessi. Una mente che sa dominare i sensi, ma non è ancora consapevole della sua essenza, può ancora essere schiava delle dinamiche della personalità. Sri Krishna insegna che soltanto la visione del Supremo, param drishtva, può liberare dall’attaccamento verso la materia. Per vedere le cose per quello che sono diviene fondamentale vedere la luce Superna. Similmente Patanjali indica nell’attività meditativa quella pratica necessaria per integrare le forze che compongono la coscienza ed unirsi alla luce. Ed è proprio nel conseguimento del Samadhi che i Maestri modificano il rapporto interiore con i sensi. A quel punto l’anima non risente più della reazione interiore del contatto con il triplice mondo inferiore, in quanto in quella coscienza la personalità è stata purificata e aggiogata dalla luce dell’anima.