Pensavo di aver capito, invece…

Pensavo_aver_capito_invece_300_0Capita spessissimo, a chi studia e pratica Raja yoga, di trovarsi davanti a una situazione e chiedersi: “Come è potuto succedere? Pensavo di aver capito… ”.
Il problema, come sempre, riguarda la struttura della coscienza che non può essere modificata in un batter d’occhio.
Nei nostri corsi di Raja yoga e soprattutto durante Energheia, vengono affrontate le dinamiche della coscienza, viene analizzato ciò che ci provoca sofferenza con lo scopo di comprendere qual’é la sua origine e modificarne le cause per poterla superare. Ciò che ci si trova ad affrontare, spazia dell’esperienza “comune” largamente condivisa dal gruppo a quella più particolare, ma quello che non cambia è la ripetitività dell’esperienza.

Può capitare per esempio, che una persona soffra per un latente senso d’insoddisfazione senza averne apparentemente motivo. Poniamo che la persona in questione abbia avuto un padre autoritario che l’abbia ampiamente limitata nella libertà durante le prima parte della vita; a questo aggiungiamo la presenza di una madre piena di attenzioni fino ad arrivare ad essere soffocante. La giovane cosa fa? Considerandosi uno spirito libero appena le riesce, si stacca dalla famiglia per non sentirsi una pedina guidata dai genitori. Ha una vita emotiva ricca con molte relazioni appaganti, ma si ritrova di nuovo a dovere fare i conti con l’essere controllata, dal marito, ad esempio. A questo punto le viene da chiedersi: “Perché mi ritrovo sempre in questa situazione?”. La psicologia dello yoga ci insegna che le persone che ci circondano ci fanno da specchio, ci mostrano delle parti di noi che abbiamo abilmente occultato, ma che sono molto attive, nascoste da una maschera che ci fa apparire esattamente l’opposto di quello che siamo. Tornando alla persona in questione ed analizzando le sue relazioni di coppia, scopriremo che essa ha agito il controllo sugli altri utilizzando il suo “senso di libertà”, scappando per potere tenere l’altro legato a sé e per poterlo manovrare a suo piacimento, apparentemente in maniera assolutamente involontaria.

Portare a galla una modalità distorta di questo genere è sempre di per sé una vittoria, anche se al momento ti lascia di stucco, non credi ai tuoi occhi, ti chiedi come questo sia potuto succedere e come tu non te ne sia mai reso conto.
L’altro problema si pone quando tu, dopo avere assimilato mentalmente ed emotivamente che agisci il controllo sugli altri, sei convinto che una volta scovato il diavoletto dentro di te non muoverai più gli altri come pedine. “Ciao miao!!!” dicono dalle mie parti, che in altre parole significa che le cose non vanno esattamente così… Infatti le parti distorte della nostra coscienza hanno un peso ben definito, occupano degli spazi che non possono essere trasformati  in tempi brevi, occorrono pazienza e costanza. Questo significa che mi troverò più e più volte di fronte a situazioni simili e mi chiederò stupito e anche un po’ demoralizzato: “ma come, pensavo di aver capito e invece….”.

Sono fatto così!!

Sono_fatto_cosi_300_0“Sono fatto così!” un’affermazione che tutti prima o poi abbiamo fatto in maniera automatica, per giustificare un nostro comportamento e col sorriso sulle labbra. Ma cosa c’è dietro queste parole? Che energie ci muovono, ci sospingono e delle quali non siamo consapevoli? O facciamo finta di non esserlo?
Ad un primo sguardo sembrerebbe un’aperta dichiarazione di impotenza, ma in realtà quando affermiamo questo generalmente vogliamo, come ho detto, giustificare un nostro comportamento. Questa affermazione è in realtà una maschera dietro la quale ci nascondiamo per non assumerci la responsabilità delle nostre azioni e per sfuggire le richieste che ci vengono fatte.

Con l’alibi della sincerità, del “seguire il proprio cuore” o di vivere secondo i propri “sentimenti” fino in fondo, in realtà si vuole fare i propri comodi senza tenere assolutamente in considerazione gli altri. Se ci soffermiamo un attimo a pensare al contesto relazionale in cui assumiamo questo atteggiamento ed ascoltiamo le forze che ci spingono da dentro in quel momento, possiamo percepire una nota di piacere nel fare soffrire l’altro e nell’affermare la propria (presunta) superiorità. Inoltre questo è un modo per alzare un muro, per allontanare gli altri senza darsi nessuna possibilità di dialogo o di comporre la situazione, poiché questo implicherebbe da una parte la presa di responsabilità delle proprie azioni, dall’altra la grande fatica che il cambiare se stessi richiede.

Il comportamento che ne deriva è profondamente egoistico, non si cura dell’altro, dei suoi pensieri, delle sue emozioni o delle sue necessità. Spesso all’affermazione “sono fatto così” si aggiunge un “mi dispiace” assolutamente menzognero.
In realtà, il più delle volte, non dispiace affatto. Infatti se si provasse un qualsiasi tipo di contrizione si cercherebbe realmente di modificare il proprio atteggiamento, evitando il giustificarsi.

La natura umana è fatta così, la struttura della nostra coscienza ha queste caratteristiche. Come abbiamo rilevato più volte in questa rubrica, l’essere umano finché non giunge a compimento, finché non raggiunge la perfezione possibile nel regno umano, cioè quella che in oriente viene chiamata illuminazione, alberga in sé parti distorte che lo portano ad agire in maniera   egoistica e anche distruttiva. E’ proprio il caso di dire “siamo fatti così!”. Ma c’è una bella notizia: è possibile cambiare, anzi è inevitabile. La vita ci sospinge, ci pone progressivamente davanti a situazioni dalle quali non possiamo fuggire e che ci costringono a guardare dentro di noi e riconoscere il nostro egoismo e la nostra mancanza di attenzione nei confronti di ciò che ci circonda. Si chiama evoluzione.

Mi sento trasparente

misento_trasparente_300_0Capita di sentire dentro un dolore profondo e non sapere da dove provenga, cosa sia che l’ha causato o che lo alimenta. Ti guardi intorno, analizzi i campi della tua vita, delle tue relazioni e non trovi un motivo che possa giustificare un dolore così profondo. Ma se impari ad ascoltare la voce che ti risuona dentro, ad osservare i moti della tua coscienza ti renderai conto che il più delle volte questo dolore proviene dalla convinzione di non essere amato, che la tua vita sia un susseguirsi di azioni volte alla normale organizzazione della famiglia e degli impegni che la quotidianità richiede, in un flusso che spesso sentiamo come meccanico, vuoto.

Anche le persone che teoricamente ci amano di più danno per scontata la nostra presenza, il nostro supporto e la possibilità di contare su di noi. Ci sentiamo trasparenti. Che cos’è dentro di noi che ci fa sentire così? A nostro avviso, non amati? Secondo la psicologia dello yoga l’essere umano per buona parte del suo percorso evolutivo cerca di assorbire dagli altri, chiede attenzione e vuole essere riconosciuto. Per ottenere questo mette in atto infinite strategie che affina vita dopo vita, ma che da un certo punto in avanti abbandona progressivamente fino a diventare radiante ed inclusivo.

Il bisogno di attenzione spesso viene frainteso con il bisogno d’amore. Ecco perché più lo chiediamo e meno lo riceviamo, da qui il conseguente dolore ed il sentirsi vuoti, inappagati. Non voglio con questo negare che vi sia piacere nell’essere amati, anzi! L’amore è il motore fondamentale delle azioni umane è l’energia “che muove il sole e le altre stelle”.

Quindi dov’è l’inghippo? L’amore, quello che dà gioia, che ti fa sentire completo, che ti colma ogni atomo dell’essere, ti viene da dentro, si autoalimenta e si manifesta nella vita con il dare, l’amare senza chiedere nulla in cambio, nell’aiutare e sostenere chi ti è vicino. Solo perché è bello.

In questo modo non ci sentiamo più trasparenti perché non abbiamo più bisogno del riscontro degli altri, di assorbire energia in un flusso continuo che non arriva mai a saziarci creandoci una sensazione di vuoto.

Si crea così “un’inversione di moto”, dall’assorbire al donare, che viene percepito da chi ci circonda e che porta le persone ad essere naturalmente attratte poiché sentono che possono trovare sostegno ed essere accolte con dolcezza e comprensione.

Mi ami? Ma quanto mi ami?

mi_ami_quanto_miamiEra una simpatica pubblicità di una compagnia telefonica in cui una fanciulla adolescente ripeteva allo sfinimento questa domanda al suo ragazzo dall’altra parte della linea.

Molti di noi si sono trovati prima o poi nella vita in una situazione del genere, magari diversa nella forma (o anche no), ma identica nella sostanza. In effetti la richiesta d’amore, il bisogno di amore si manifestano nei modi più svariati; l’essere umano è incredibilmente creativo in questo, anche perché vivendo in un sistema di secondo raggio, noi plasmiamo la nostra coscienza ed evolviamo attraverso l’amore. Il problema è come.

Diamo come assioma che i rapporti umani dovrebbero essere improntati sul rispetto, sulla gentilezza, sulla dolcezza, sul prendersi cura dell’altro e soprattutto sul rendere felice chi ci sta accanto, cercando di immettere gioia nella sua vita rendendo così gioiosa anche la nostra. Purtroppo, questo è estremamente difficile ed è un conseguimento che arriva verso le fine del lungo percorso nel regno umano.

I rapporti umani sono invece comunemente improntati sulla deformazione dell’energia d’amore, cioè l’odio. La distorsione più comune dell’energia di secondo raggio, si manifesta attraverso il bisogno di attrarre l’attenzione degli altri mettendo in campo le strategie più svariate: se ci guardiamo intorno ne vedremo di ogni tipo, dall’uso dell’abbigliamento, al tono della voce, all’uso del denaro con tutti i suoi annessi e connessi, fino all’uso della malattia per citarne solo alcuni. Mia nonna per esempio, aveva capito che per tenersi mio nonno, gran donnaiolo ma incredibilmente ipocondriaco, doveva fare l’ammalata ed entrò così bene nel ruolo da trascorrere gran parte della sua vita convinta di essere malata, limitando se stessa e rovinandosi a causa dell’uso ed abuso di farmaci.

L’essere umano tende a legare a sé gli altri per mezzo della coercizione in maniera spesso molto subdola, perfino la dolcezza può essere usata a tale fine. In questo caso non è ovviamente dolcezza, ma una maschera per nascondere una volontà di controllo e di possesso. Similmente la falsa arrendevolezza tende a legare le persone e a chiuderle in un recinto di zucchero simile alla casetta della strega di Hansel e Gretel, (c’è chi invece usa la strategia opposta per mantenere il controllo sull’altro, ma di questo parlerò fra poco).

Come facciamo allora a renderci conto che la nostra dolcezza, la nostra arrendevolezza sono finte, dato che nel momento in cui le agiamo siamo assolutamente convinti della bontà e veridicità del nostro agire? Dalla risposta che ci viene dagli altri e dalla sofferenza che ne consegue. Mi spiego meglio: se il nostro essere gentili ed accoglienti ha lo scopo di ottenere un riconoscimento da parte dell’altro questo non ci arriverà mai, provocando in noi una profonda sofferenza, un sentirci abbandonati, non amati, nutrendo così la parte distorta di noi che ha bisogno di quel clima per provare piacere. Generalmente, questo tipo di persone s’incastra perfettamente con una modalità apparentemente opposta cioè di chi è inamovibile nella propria freddezza e durezza (spesso camuffata dietro la maschera della forza), non fa un complimento a piangere, e non esprime nessun tipo di emozione. Questo tipo richiama così l’attenzione, sfida l’altro nella conquista come una torre di granito gelata, infatti più gli viene data e richiesta dolcezza e più si ritrae suscitando oltre la sofferenza, acredine e rabbia in una guerra senza quartiere che termina quando uno dei due non soccombe definitivamente.

Allora come si fa ad uscire da questo loop? In teoria è semplice, in pratica difficilissimo. In primo luogo, bisogna rendersi conto della dinamica distorta partendo dalla propria sofferenza, essa è il filo di Arianna che ci permette di entrare nel labirinto della coscienza, esplorarlo fino a trovare la Bestia che ne è la causa ed ucciderla. Bisogna quindi analizzare con estrema onestà le motivazioni del nostro agire, perciò ritornando al “Mi ami? Ma quanto mi ami?” sentire l’energia che c’è dietro questa richiesta, analizzarla in tutte le sue sfaccettature ed esprimere l’energia opposta che è, e torniamo sempre lì, amore gratuito che si nutre di sé, che dona pace, serenità e pienezza indipendentemente dalla risposta dell’altro, oppure decidere che non vogliamo più prendere parte a un gioco masochistico in cui il piacere è nella sofferenza.

E’ inoltre interessante vedere come le dinamiche s’incastrino perfettamente non solo nella distorsione, ma anche nell’utilità; infatti, una persona fredda e dura può anche imparare ad essere dolce grazie alle richieste e agli stimoli continui della persona che ha a fianco, similmente la controparte riuscirà piano piano a lasciare libero l’altro senza soffocarlo nello zucchero filato del suo amore adolescenziale.

L’amore gratuito ti porta ad accettare l’altro per quello che è, nella sua torre di granito e forse aiutarlo a sciogliere il ghiaccio che avvolge il suo cuore per poi scoprire che è in definitiva lo stesso ghiaccio che avvolge il nostro. Oppure potremmo decidere di voltare lo sguardo da un’altra parte, ma la Vita ci riporterà sempre di fronte a noi stessi finché quel ghiaccio non sarà sciolto.

“Chiodo scaccia chiodo” ovvero applicare Patanjali

chiodo-schiaccia-chiodoProvate a richiamare alla mente quei momenti della vostra vita in cui vi siete sentiti soli, abbandonati o quando il dolore, la sofferenza sembravano insuperabili e non avere mai fine. Probabilmente sono ben scolpiti nella memoria con davanti un cartello: “Attenzione! Achtung! Beware! Stare alla larga!” poiché tutte le fibre del nostro essere si ribellano all’idea di riprovare emozioni simili. Non ci addentriamo in questa sede in speculazioni approfondite sull’origine della sofferenza, cosa che peraltro è ampiamente indagata in molti articoli della sezione Agnihotri di questo portale, ma ci basterà accennare al fatto che probabilmente essa è dovuta ad una qualche forma di attaccamento,  come ci insegna il Buddha… La sofferenza, fra le altre cose, ci paralizza, ci impedisce di pensare, di agire, di essere creativi, lucidi. D’altro canto sappiamo che è la modalità attraverso la quale il genere umano evolve, infatti noi riconosciamo i nostri limiti vivendo le conseguenze delle nostre azioni e “se non capiamo e cambiamo, ci penserà la vita a cambiare noi”[1] Quindi abbandoniamo subito l’idea che ciò che ci fa soffrire sia causato dagli altri, dalla vita, dal fato… Noi siamo assolutamente responsabili di ciò che ci succede, siamo posti continuamente davanti ai nostri limiti. Il problema è saperli riconoscere, vederli come tali per poi potere iniziare un’opera di trasformazione consapevole. Le emozioni negative sono uno dei nostri limiti e sono frutto dell’automatismo della coscienza. Difficilmente quando si è presi dall’ira, dalla depressione e dalla paura, o anche quando si è sovraeccitati, si riesce a cambiare umore nello stesso modo in cui si accende o spegne un interruttore. Ma si dovrebbe proprio fare così. Staccarci da noi stessi, dalla parte peggiore di noi che vuole mantenerci in uno stato d’animo sgradevole, implica sì un grande sforzo, ma anche una buona dose di leggerezza. I nostri pensieri ricorrenti, che purtroppo spesso prendono la connotazione di ossessioni, ci trascinano in un vortice oscuro che ci imprigiona e dal quale pensiamo che sia possibile uscire solo col tempo e la pazienza. Ma non è così. E’ possibile uscirne in tempi brevi attraverso un preciso atto volitivo che ci porta ad indirizzare i flussi della mente ed anche quelli emotivi dove vogliamo noi. Bisogna spostare l’attenzione, “darhana”, non alimentare più quel flusso per poterlo “disinnescare” e rendere innocuo. La vita è là dove puntiamo l’attenzione, a ciò che pensiamo e a ciò che sentiamo. Quindi all’irritazione dobbiamo sovrapporre la pace e la benevolenza, alla depressione la gioia e la leggerezza. Voi penserete: “Ah! Facile da dire, impossibile da fare.” In effetti non è qualcosa di immediato, ma è possibile e vi stupirete di quanto, grazie all’allenamento, sarete in grado di passare da una condizione all’altra. Se poi vi aiutate con qualcosa di esterno diventa più semplice; e non mi riferisco ad alcool e farmaci, bensì a qualcosa che vi piace e vi fa stare bene. Anche la sofferenza di cui parlavo all’inizio dell’articolo può essere disinnescata. Una persona che conosco reduce da una storia d’amore che le aveva provocato enorme dolore e cicatrici profonde mi rivelò, dopo una vacanza, che aveva avuto una bellissima ed appagante avventura e si sentiva come se avesse dato un colpo di spugna al passato, cancellato un file completamente. Si chiedeva anche come questo fosse possibile e se era sintomo di superficialità o immaturità emotiva. Niente di più lontano dal vero. Aveva invece applicato lo Yoga, si era distaccata da un’ossessione distruttiva e si era identificata con un’energia giocosa e gioiosa. Questo è applicare Patanjali. [1] M. Rodolfi – Psicologia dello Yoga – ed. Draco

Volevo sai… ma poi è successo di tutto…

Volevo_sai_300_0Sicuramente vi sarà capitato più e più volte di pensare “è tanto che voglio telefonare al tale amico, dopo lo faccio!”, poi passano i giorni e le settimane prima che prendiate in mano quel benedetto telefono e facciate la chiamata. Oppure, vi sarà successo di guardarvi attorno in casa vostra e dire fra voi “bisogna che riordini, che metta a posto quei documenti che sono in giro da un sacco di tempo…”. Potrei fare centinaia di esempi di questo tipo, ma sono sicura che non ce ne sia bisogno, avete perfettamente capito a cosa mi stia riferendo! Che cos’è che ci porta a procrastinare, talvolta all’infinito, un’azione? Spesso in queste situazioni alla lunga tutti gli alibi cadono anche per chi è più portato a giustificarsi, e ci si arrende al fatto di possedere una certa dose d’indolenza. Ma che cosa ci ferma durante il percorso? Cosa ci impedisce di portare a termine qualcosa che, in effetti, desideriamo fare?
Che cosa ci impedisce di essere coerenti? Lo studio del Raja yoga e della psicologia dello yoga è illuminante a tal proposito.
Infatti, la conoscenza anatomica dei corpi sottili, ci aiuta a comprendere come mai noi pensiamo una cosa, spesso ne diciamo un’altra e ne facciamo una terza.
Partiamo dal pensiero: qualsiasi azione che si voglia intraprendere è il frutto di un atto di volontà ed è innanzitutto pensata. E qui inizia il problema: infatti, i pensieri che noi creiamo sono spesso disconnessi, male organizzati e quasi sempre inconsapevoli. Per dirla in un altro modo, noi non siamo padroni della nostra mente, e questo è dovuto sia alla sua frammentarietà, sia al fatto che sul piano mentale esistono “forme pensiero” che influiscono fortemente su di essa  senza che noi ce ne rendiamo conto. Pensiamo pensieri degli altri.
E la parola? La parola è creatrice per antonomasia. Spesso però viene utilizzata per nascondere un pensiero che tra l’altro, spesso, non si conosce. Se ci sono spinte che tendono alla contrapposizione, spazi interiori che nascondono contraddizione, conflitto, questi si esprimono attraverso la parola. Ecco perché spesso si dicono cose stupide, disruttive oppure bugie. Vi è, come per il pensiero, mancanza di omogeneità all’interno della coscienza che si manifesta attraverso un uso improprio della parola. Quando la coscienza è purificata la parola è armonica, vera, dolce. Spesso, invece, ferisce oppure soffoca la gioia di chi ci è di fronte, togliendogli vitalità in maniera molto sottile.
L’azione, poi, manifesta in maniera eclatante la difficoltà che si ha nel portare a termine l’atto creativo. La materia del piano fisico è la più densa, la più difficile da plasmare, occorre una buona dose di forza per farlo, di energia. Però non crucciamoci troppo, tutta  questa incoerenza è normale, la vita è in movimento e quindi imperfetta, la nostra volontà di azione si incontra con delle forze che spingono in senso contrario e che col tempo, la pazienza e la determinazione arriveremo a superare in potenza fino a renderle innocue così  che il pensiero sarà chiaro, lineare ed aderente al Vero, la parola dolce e l’azione coerente ad essi.
Tutto questo non è semplice, anzi, occorre uno sforzo continuo, una determinazione adamantina, il tutto unito a buona dose di leggerezza e di piacere.

La coerenza fra pensiero, parola e azione è in ultima analisi, l’Illuminazione, il Samadhi, cioè il prodotto di una coscienza che ha compreso, purificato, oltrepassato tutti i suoi limiti e questi non fungono più da ostacolo al passaggio dell’energia creativa dello Spirito. Quindi in pratica, cosa possiamo fare? E’ necessario applicare uno sforzo costante nell’attenzione a se stessi senza darsi tregua nella ricerca degli alibi, delle giustificazioni che ci si dà e che sono la punta dell’iceberg della frammentarietà dell’io. Tutto questo è possibile con il supporto della meditazione e il sostegno della conoscenza che viene dal Raja Yoga e dall’Agnihotri.