Il bene,il bello ed il vero – seconda parte

Nel precedente articolo abbiamo cercato di comprendere cos’era il bene, adesso cerchiamo di capire un pochino meglio il bello.

Il bello direi che è soggettivo, infatti quello che può essere bello per noi, per un’altro individuo può sembrare brutto: esso è oggetto solo dei sensi o anche del pensiero? Il bello sembra riguardare tutti i piani dell’esistenza, quello degli oggetti come quello del pensiero: il bello è nell’espressione di oggetti concreti, come un quadro o una scultura, e nell’aspetto ideale in quanto un’opera d’arte è tanto più bella quanto più riesce a risvegliare le emozioni ad essa legate. Guardare un paesaggio naturale e la sua magnificenza, stimola in noi pensieri ed emozioni a volte travolgenti, portandoci in anfratti della nostra coscienza che magari non sappiamo di avere; lì sono sepolti dei ricordi che immancabilmente riaffiorano, come pensieri ed emozioni.

Nell’ epoca passata, per Aristotele gli elementi del bello sono “l’ordine, la proporzione, il limite. La fonte del bello è nel senso innato del ritmo e dell’armonia e nell’istinto d’imitazione, raffinato da due facoltà:vedere le cose con chiarezza e rappresentarsele con perfetta obiettività”.

In tempi più moderni per Benedetto Croce: “Il bello non è un fatto fisico, non ha nulla a vedere con l’utile, col piacere, col dolore, con la morale, non è oggetto di conoscenza concettuale; è dunque ciò che produce uno stato d’animo libero da ogni interesse pratico o logico, un’impressione che si esprime in una pura immagine, oggetto di intuizione, che è conoscenza immediata e fantastica d’un momento di vita dello spirito”.

Nella Sapienza antica il bello corrisponde al Figlio, al quarto chakra che ha una sua corrispondenza nel terzo. Qui per bello intende la qualità della vita che conduciamo o che ci permettiamo di condurre. E’ sempre un altro attributo divino, ma nello specifico riguarda proprio la qualità della vita, per cui la qualità dell’energia che l’anima manifesta. “La Vita è l’energia che esprime la volontà-di-bene divina; la Qualità è l’energia che manifesta l’anima, oggi attiva soprattutto nel desiderio e nella determinazione di tutti gli uomini, di qualsiasi livello evolutivo, di godere di ciò che ritengono bello. Ma il ‘bello’, così come i desideri umani, varia moltissimo: tutto però dipende dal modo di considerare la vita di chi desidera, e dal suo grado di sviluppo. L’incapacità di conseguire ciò che si ritiene bello’ determina per ciascuno una predisposizione alla malattia, dovuta all’attrito interiore che così si produce. La maggioranza degli uomini, dato l’attuale stadio evolutivo, si ammala a causa dell’attrito provocato dal loro correre verso il ‘bello’ — che pure è un impulso evolutivo cui sono costretti in quanto sono anime e soggetti all’influsso qualitativo del secondo attributo divino”.

L’umanità media, offre attrito all’aspetto divino del bello e rimane polarizzata sull’apparenza e non sulla qualità, per cui si ferma su ciò che appare che è comunque ingannevole. Continuando a desiderare nella vita qualcosa che è fittizio, bello magari sì, si rimane comunque all’interno di ciò che è illusorio: la forma. Devo poter aspirare a qualcosa che va oltre la forma, che mi metta in contatto con la qualità (Anima), affinché possa poi manifestarla. Come fare, se impedisco a questa qualità di manifestarsi?

Il bello agisce sull’uomo tramite il centro del cuore, e l’attrito è causato dall’inefficace reazione del centro del plesso solare. Lo si elimina e si evoca la giusta rispondenza, quando le forze di Manipura salgono a unirsi all’energia del centro del cuore Anatha. Dando la possibilità alla mia anima di manifestare la sua qualità, attraverso una manifestazione creativa, l’anima tenderà a poter progettare e creare delle cose inerenti alla sua frequenza. Realizzando i tre aspetti divini di vita-qualità – apparenza, con il “bene-Vita”, “il bello-Qualità” arriviamo ad esprimere “il vero-Apparenza”.

Il bene, il bello e il vero – prima parte

Pensando a questi tre termini il bene, il bello ed il vero,  mi sono fatta una domanda: cosa vogliono enunciare veramente? Da un punto di vista generico, col termine bene si indica tutto ciò che agli individui appare attraente e tale che possa essere considerato come fine ultimo da raggiungere nella propria esistenza. Questo è l’aspetto “morale” del concetto di bene; ma nella storia della filosofia è stato avanzato anche un significato “ontologico” con Platone e i suoi successori che stabilivano un’ assimilazione tra Buono, Bello e Vero. ( Kalokagathia) L’espressione kalokagathìa indica nella cultura greca del V secolo a.C. l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo.

Alice Bailey nel Trattato dei sette raggi vol. 4 le esprime con la legge IV che dice:

Legge IV : “La malattia, sia fisica che psicologica, è radicata nel bene, nel bello e nel vero. È la distorsione di possibilità divine. L’anima, quando cerca di esprimere in pienezza un aspetto divino o una realtà spirituale interiore, e ne è impedita, determina nella sostanza dei suoi veicoli un punto di attrito. Qui si affigge lo sguardo della personalità, e ne consegue la malattia.

L’arte del guaritore sta nell’elevarne gli sguardi, prima volti in basso, a contemplare l’anima, il Guaritore entro la forma. Il terzo occhio, spirituale, dirige allora l’energia, e tutto procede bene.”

Nel gergo comune essi significano tutto ciò che è armonioso, gentile, veritiero e autentico. Quando vediamo un bellissimo paesaggio, un lavoro fatto in modo corretto e quando esprimiamo un concetto veritiero, stiamo scoprendo, il bene, il bello ed il vero.

Entrando più in profondità di queste tre definizioni ci accorgiamo che non sono solo termini, ma esprimono qualcosa di molto più importante, di più profondo, stiamo agendo attraverso i tre attributi Divini per eccellenza,essi sono, così intrecciati fra loro da diventare inseparabili. Bene, bello e vero sono i componenti primi di quella che si definisce coscienza, e come tali diventano le chiavi di volta da cui partire, le basi  della percezione di sé e del mondo.

Cercando di capire al meglio la Legge IV vediamo che: la malattia sia fisica che psicologica è radicata sia nel bene, nel bello e nel vero. Cosa sono il bene, il bello e il vero? Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Ogni essere umano è mescolato con queste tre potenze, che sono le tre forze  fondamentali. Nel trattato dei sette raggi la Bailey ne fa una descrizione accurata.

Il bene corrisponde all’anima, al Padre, al settimo chakra il quale trova corrispondenza alchemica con il primo chakra.  Cos’è il bene? Non è forse l’espressione della volontà-di-bene? E questa volontà di-bene non dovrebbe attuarsi sul piano fisico come buona volontà fra gli uomini?

Non è probabilmente possibile che l’anima, nella sua costante ricerca di conformarsi sul piano Causale (il suo mondo), al Piano che promuove la divina volontà-di-bene, spinga sulla sua triplice espressione, la personalità, affinché esprima buona volontà, quando sia attiva e funzionante e al giusto stadio evolutivo? Tuttavia la forma, ancora inadeguata ad esprimere il desiderio divino, oppone resistenza e così si genera immediatamente attrito e ne consegue la malattia. L ‘attrito produce poi una reazione secondaria, portando a condizioni psicologiche cui diamo il nome di depressione, complesso d’inferiorità e senso di frustrazione. Il Bene, inteso quale particolare fonte di malattia, agisce specialmente su chi è di natura mentale.

Da quanto sopra esposto sembra evidente che il Bene nella filosofia esoterica voglia esprimere un concetto molto elevato, quale quello che stiamo manifestando l’energia o forza del Padre cioè la Volontà per eccellenza quella pura, quella che trasforma la determinazione egoistica, in buona volontà fra gli uomini. L’insegnamento occulto ci dice che il Padre ha come caratteristica qualitativa Volontà- Potere, quindi giochiamo nella vita queste due attributi divini, e oggi li manifestiamo ancora egocentricamente; sarà solo eliminando le parti oscure all’interno della coscienza che potremo veramente esprimere il Bene, così da diventare bello perché il bene non può che trasformarsi in bello e vero.

La Porta Franca

Nelle diverse tradizioni la Porta Franca è stata associata a significati e simboli molto complessi, secondo la cultura, l’epoca e il luogo di riferimento. Richiama l’idea di un passaggio, un andare oltre a qualcosa che lasciamo indietro ma anche entrare in uno spazio, nella propria casa, cioè un luogo conosciuto, rassicurante. La Porta Franca e comunque le porte, sono un collegamento con i vari ambienti che ci circondano e non solo nella vita quotidiana (come le porte che tutti i giorni apriamo per entrare nelle diverse stanze del nostro abitare quotidiano). La porta è la connessione tra mondi interiori, piani di coscienza; a seconda che essa si apra o si chiuda diventa il simbolo della separazione o della comunicazione: da una parte l’ambito esterno, estraneo e perciò ostile, il luogo chiuso della sicurezza, lo spazio di ciò che si possiede, e dall’altro l’apertura alla Vita, il dialogo, il fascino di sentirsi liberi. Aprire una Porta Franca nel linguaggio filosofico – religioso, significa entrare entro se stessi, conoscere cosa sentiamo dentro, cosa non semplice, anche perché di solito pensiamo, non ascoltiamo quasi mai, cosa scaturisce da quel concetto che sto teorizzando.

Nel simbolismo cristiano, la porta richiama alle parole di Gesù su se stesso nel Vangelo di Giovanni (10, 9): “Io sono la porta: chi entrerà attraverso me sarà salvo…”. Spesso i portali delle chiese illustrano mediante sculture i doveri da adempiere, infatti raffigurano sia le Virtù cristiane che i vizi contro cui esse devono combattere. Custodi delle porte celesti sono l’Arcangelo Michele e l’Apostolo Pietro che ne possiede le chiavi. La porta è segno di benedizione e di monito per chi l’attraversa poiché dichiara che occorre l’abito nuziale per poter partecipare alle nozze del re (Matteo  22, 1-14) e chi varca la sua soglia sa che deve impegnarsi a rispettare la sacralità del luogo e ad essere pronto a vivere un’esperienza religiosa. Salmo 99 (2.4) esprime un invito a varcare la porta del tempio:”Acclamate al Signore, presentatevi a Lui con esultanza. Varcate le sue porte con inni di grazie, i suoi atri con canti di lode”. E ogni cristiano prega: “Apritemi le porte della giustizia. Voglio entrarvi e rendere grazie al Signore. È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti” (Salmo 117, 19-20).

Come in altre epoche, sia medioevale, quella romana o greca, le porte, avevano una grande valenza per il loro significato esoterico, tutte fanno riferimento ad un passaggio di stato tra due livelli: il noto e l’ignoto, il profano e il sacro.
Entrare in uno spazio della propria coscienza, significa aprire una porta sull’ignoto. Le nostre sette porte principali sono i nostri sette Chakra maggiori; in essi esiste tutto ciò che noi siamo, il nostro vissuto, positivo e negativo, è codificato e sigillato a volte dietro a quelle porte. Dobbiamo arrivare alla Porta Franca, cioè ad Anatha (la porta del cuore) che mette in equilibrio i due spazi: è il punto di mezzo potremmo dire fra cielo e terra, i tre chakra inferiori con i tre chakra superiori. Quante volte la Vita ci mette di fronte ad una porta e la paura non ci permette di aprirla? Infinite possibilità ci sono offerte. Ogni volta che non apro, o per meglio dire non ascolto quello che sento, non oltrepasso la soglia. Varcare la soglia avverte che sto per entrare in un piano diverso, la porta è aperta, metto in moto dei segnali che mi permetteranno di rapportami con dei “guardiani della soglia” per ciò che concerne gli spazi di cui tali porte regolano l’accesso. Appare evidente che per arrivare alla Porta Franca, si deve fare un percorso di conoscenza che non è scritto nei libri, ma bensì nell’esperienza di tutti i giorni, come tutti i giorni apriamo le porte della nostra casa terrena, dobbiamo aprire le porte della nostra casa celeste (coscienza). Affrancare un’energia, stabilizzare quelle qualità che ci appartengono, retaggio antico degli uomini, sancire l’umanità divina in noi: questa è la Porta Franca.

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Parole al vento

La parola è, secondo molte visioni, uno strumento di trasmissione di concetti o informazioni o idee, in base alle quali date sequenze di suoni o di segni grafici indicano un significato riconoscibile tanto da chi lo emette quanto da chi lo percepisce. La parola quindi, possiamo definirla il vestito dei nostri pensieri. Quando noi parliamo o cerchiamo di esprimere le nostre idee, rivestiamo queste con il suono fonetico delle sillabe che lo rappresentano, non abbiamo mai fatto caso al suono dolce delle nostre parole, a quello greve o alle parole dette tanto per dire qualcosa, eppure hanno una qualità energetica che, inequivocabilmente, colpisce chi ci ascolta. L’energia che esprimiamo attraverso le nostre parole è l’energia del nostro pensare. Ogni pensiero pensato con forza precipita poi sul piano fisico, sia come parola che come progetto creativo. Riflettendo sul titolo dell’articolo, quante parole al vento diciamo? Quante volte cerchiamo di imporre la nostra voce? Magari anche con forza per non dire rabbia. Ed inevitabilmente scopriamo che stiamo agendo con la volontà, non proprio benevola come sembra, ma con la spinta di imporre le nostre idee, che secondo il nostro punto di vista sono le più giuste <<appunto secondo noi>>… non cerchiamo neanche magari di ascoltare quelli che ci stanno vicino, non ci accorgiamo del loro disagio e della difficoltà di esprimere la loro parola, che rappresenta il loro pensiero. Che dire poi delle parole al vento, quando parliamo, tanto, per attirare l’attenzione degli altri, un po’ come i bambini che piangono per farsi sentire. Imparare l’ascolto e il silenzio non è facile, vuol dire non pensare solo a se stessi, ma al bene di chi ci sta di fronte. I testi antichi e sacri fanno riferimento alla parola come qualcosa di grande con cui l’uomo può esprimersi e creare, essa è il suono, cioè la prima manifestazione Divina: il Padre, la OM per l’oriente e l’Amen per l’occidente.

Nel Vangelo è scritto: <<D’ogni parola oziosa che avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio, che dalle tue parole sarai giudicato, e dalle tue parole sarai condannato>> (Matteo XII,36,37)

Nel << Trattato di Magia Bianca>> è detto che: <<le parole possono essere di tre generi: 1) parole oziose; 2) parole amorevoli e buone; 3) parole né buone né amorevoli. Di queste ultime se ne dovrà pagare il prezzo a breve scadenza. Esse sono le parole egoistiche, le parole di odio, le parole crudeli, le parole di maldicenza velenosa. Tutte queste parole uccidono i vacillanti impulsi dell’Anima, tagliano le radici della vita e quindi producono morte>>.

E ancora nel libro (Ai piedi del Maestro) << E’ bene parlare poco, ancor meglio è tacere del tutto, a meno che tu non sia ben sicuro che quanto stai per dire sia vero, amorevole, utile. Prima di aprire bocca considera attentamente se quello che stai per dire ha questi tre requisiti, e se non li ha taci>>.

Noi, non conosciamo le leggi della manifestazione Divina, e, come spesso accade, dimentichiamo che ogni suono corrisponde ad una vibrazione, e le vibrazioni, producono effetti definiti e determinati. Inoltre a ogni nostra parola corrisponde un sentimento, e anch’esso produce forza energetica, che si propaga creando dei risultai concreti, sul piano fisico. Ricordando l’antico motto degli occultisti << conoscere,volere, osare e tacere>>, forse quest’ultimo è il più difficile di tutti da raggiungere.

Imparare a tacere non è facile per la personalità, perché dobbiamo zittire il pensiero, padroneggiare la parola e fermare l’azione, che sono i tre aspetti con cui ci mostriamo nella vita, ma è già qualcosa dominare la parola e sperimentare il silenzio sul piano fisico.

Il vero silenzio spirituale… a questo proposito Alice Bailey nel trattato di Magia Bianca scrive: <<Solo quando il numero delle parole normalmente dette sarà ridotto e sarà appresa la pratica del silenzio, sarà possibile alla <<parola>> di esercitare il suo potere sul piano fisico. Solo quando le molte voci della natura inferiore e del proprio ambiente taceranno, potrà la <<voce che parla nel silenzio>> rendere possibile la sua presenza. Solo quando il suono di molte acque svanirà nell’acquietamento delle emozioni, sarà udita la chiara voce del Dio delle acque>>.

Risulta chiaro che la lotta per diventare innocui, passa per la parola con la quale ci rapportiamo con il mondo che ci circonda, la quale esprime i nostri pensieri e sentimenti. Il conflitto è inevitabile iniziando ad ascoltare, cosa diciamo e come lo diciamo, sarà su tutti i piani della nostra coscienza. Dal libro << Dal sè inferiore al sè superiore>> <<Impariamo a comprendere la forza silenziosa del servizio tacito, del “wu-wei”, che è l’azione senza azione degli indù, che ci apre alla sorgente delle energie inusitate dentro di noi>>. Vivere innocuamente come esseri spirituali , significa saper parlare con parole non gettate al vento, ma con una conoscenza delle leggi che governano il nostro universo.

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Il divino in noi

La divinità è pensabile in ogni essere umano, ogni religione ha presupposto il principio della nostra eternità, ma chi siamo noi in realtà? La Saggezza Antica con i suoi trattati illuminanti ci indica che siamo Anime che stanno sperimentando la materia. Non solo stiamo verificando la sostanza materiale, ma la stiamo rendendo sacra. Formati da corpi con atomi di sostanza a gradazione diversa, ognuno più sottile del precedente, agiamo nel mondo attraverso la nostra energia. È attraverso la vita quotidiana che possiamo esprimere il divino in noi, in ogni piccolo gesto fatto con amore disinteressato, manifestiamo la scintilla divina che risiede al centro del nostro petto, Atman, come la definiscono i testi sacri . La scintilla divina ha una vibrazione così raffinata da non potersi manifestare direttamente sul piano fisico. Pertanto riflette sé stessa in un’anima umana individualizzata. L’anima, a sua volta, si riflette nella personalità umana con i suoi corpi fisico-eterico, emotivo e mentale. Attraverso la personalità l’anima prosegue il suo processo di reincarnazione fino al punto in cui l’individuo riesce a manifestare perfettamente la qualità dell’anima sul piano fisico, la qualità divina della scintilla di Dio.

Noi esseri umani dimentichiamo, o per meglio dire, non siamo consapevoli di essere divini, infatti ci identifichiamo con il nostro corpo fisico, perché è quello che riconosciamo, lo sentiamo e lo percepiamo, come l’unico corpo che abbiamo. Il corpo Causale che è la sede del nostro Angelo Solare è qualcosa che sta da qualche parte e attualmente la maggioranza dell’umanità non lo sente, non lo riconosce come la parte più elevata di sé stesso. Ed è questa mancanza di conoscenza che ci impedisce di esprimere la nostra divinità. Allo stato attuale proprio per la forte resistenza del piano fisico denso, che è una limitazione alla nostra natura divina, si manifesta nella maggior parte degli uomini una grande forma di egoismo. Ed è attraverso il nostro agire egoistico che oggi il nostro bellissimo Mondo non è un’espressione molto evidente di divinità. Attraverso il processo evolutivo, dobbiamo svolgere il nostro proposito che consiste nella spiritualizzazione della materia. Noi siamo spirito nella materia, spirito in incarnazione ad uno stadio piuttosto basso, ed è proprio il processo evolutivo che ci permette di spiritualizzare la materia dei nostri corpi e in questo modo la materia stessa. E per questo motivo siamo sulla Terra: per imprimere nella materia dei nostri tre corpi (fisico-eterico, astrale e mentale) le qualità dell’anima, che è perfetta; perfetto riflesso, della scintilla di Dio. Questi corpi sono i veicoli che permettono allo spirito di esprimere se stesso a questo livello mediante l’Anima.

E’ l’Insegnamento dell’Eterna Saggezza, vecchia quanto l’umanità, proviene da un gruppo di uomini che hanno superato lo stadio umano e sono passati nel regno successivo, il regno spirituale. Sono i Maestri di Saggezza e i Signori della Compassione. Sono esseri umani come noi che hanno però sviluppato la loro coscienza fino ad includere i piani spirituali. Sul nostro pianeta vi è un numero di questi Esseri Illuminati che da migliaia d’anni vivono in silenzio, appartati ma nel mondo, vigilando attenti che l’evoluzione sulla Terra faccia i progressi necessari. Di tanto in tanto diffondono certi aspetti dei Loro insegnamenti che sappiamo assimilare e usare. Quello che la nostra mente bambina riesce a capire e il nostro corpo emotivo sentire e di conseguenza a mettere nel concreto delle nostre azioni quotidiane. Niente di quanto l’umanità è in grado di utilizzare con sicurezza ci è negato. Dipende perciò da noi in che misura queste istruzioni ci vengono trasmesse, in un determinato momento. Certo è che nel tempo presente la Vita ci sta spingendo ad una consapevolezza sempre più attenta, non solo ai bisogni del singolo, ma del gruppo umano a cui facciamo parte. Possiamo dire che per poter esprimere la nostra divinità dobbiamo per forza pensare, sentire ed agire in modo innocuo. È facile scriverlo e anche pronunciare la parola innocuità, non è così altrettanto semplice metterla in pratica, ma questa è la via, se vogliamo arrivare come disse qualcuno << Là dove osano le Aquile>>, magnifico uccello che rappresenta a livello simbolico la divinità dentro di noi, la nostra Monade, la scintilla di Luce Divina che siamo. Cerchiamo il Regno di Dio fuori da noi, in realtà questo Regno è sempre stato qui, ma dietro al velo; è composto da uomini e donne che, mediante l’espansione della propria coscienza e mostrando perciò la propria divinità, si sono predisposti per poter far parte del Regno di Dio, il Regno Spirituale.

L’Assenza – Presenza

assenza presenzaLa definizione di Assenza secondo il dizionario è: il non trovarsi dove solitamente si è o si dovrebbe essere, questo vale sia per l’assenza fisica, emotiva o mentale. Una frase mi ha spinto a considerare la parola assenza una sera mentre stavo cercando di rilassarmi guardando un film, quando la mia attenzione è stata attratta dalle parole: “l’assenza è come la presenza”, facendo nascere in me una riflessione. Da un’attenta considerazione sono scaturite delle domande, tipo: quante volte nella Vita noi siamo assenti nei nostri doveri quotidiani, o assenti alle esigenze dei nostri compagni di viaggio? È forse un modo anche questo di attirare l’attenzione delle persone a noi vicine?

Certo che le domande che mi sono arrivate da questa frase, colta al volo dal mio apparato uditivo, mi hanno fatto riflettere un bel po’. E come dice Concita De Gregorio. “L’assenza è una più acuta presenza. Vale per la voce, per l’udito. Vale per le persone che c’erano e non ci sono più. Vale per noi che non smettiamo un momento di cercare ciò che non c’è. Di desiderare quello che manca.”
Ogni volta che non prestiamo attenzione alla Vita è un’assenza, come la presenza invadente, essere sempre presenti a tutti i costi è un forte bisogno di attenzione è come dire : “guarda come sono brava io ci sono sempre”. Se questo “brava” non viene riconosciuto scatta l’assenza che ti fa dire, ovviamente tutto molto occultato nel nostro inconscio, “così ti accorgi che non ci sono”, altro modo più sofisticato di attirare l’attenzione, per essere riconosciuti, per essere amati.

Sono i due poli opposti assenza-presenza, ma con l’identica energia intrinseca, hanno la stessa caratteristica. Riconoscere gli aspetti di una parola, fa in modo che si abbia la capacità di aggiustare il tiro delle nostre azioni, dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri nella nostra vita. Questo significa essere presenti nel modo giusto, e non si richiede più l’attenzione, di conseguenza non c’è più l’assenza, perché siamo la posto giusto al momento giusto. Saper discriminare assenza – presenza esprime l’agire nella nostra esistenza con coerenza, aderenti alle circostanze che la Vita richiede.

Riconoscere in noi la parte bambina egoista che vuol attirare l’attenzione ed essere amata a tutti i costi è un processo importante per diventare individui adulti, consapevoli che noi dobbiamo donare alla Vita e non è la Vita che deve donarci. Essa lo fa già ogni Santo giorno solo che non ce ne accorgiamo. Certo è che mentre guardavo un film per rilassarmi, la mia attenzione è passata al concetto di assenza – presenza, non riposandomi per niente. Ma questo fa parte del gioco della nostra crescita ed è il bello della nostra esistenza.

E come dice Marcel Proust: “L’assenza è, per colui che ama, la più sicura, la più efficace, la più viva, la più indistruttibile, la più fedele delle presenze.

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