L’illusione di essere perfetti

Gli esseri umani pensano in generale che sono perfetti, quanta illusione in questo pensiero. Come possiamo noi essere perfetti se ancora la Grande Divinità di cui siamo manifestazione sta evolvendo a Sua volta? L’imperfezione esisterà finché le entità spirituali che sovrastano ogni creazione non avranno raggiunto lo stadio del perfetto controllo sulla sostanza delle proprie forme materiali, e nemmeno gli uomini potranno aspirare alla perfezione. Per arrivare ad avere il controllo delle forme sul piano fisico dell’umanità, ogni entità spirituale dovrà rendere stabile il governo sui tre piani umani: spirituale,mentale, emotivo. Questo permetterà all’umanità di rendere i pensieri silenziosi, le emozioni trasparenti e le azioni innocue. La vita fisica è l’attività incaricata al miglioramento della funzione umana, così che vi si possa manifestare quella parte di vita spirituale che è l’anima. Ogni azione, pur perfetta che facciamo, ha in se ancora delle distorsioni, e la legge di causa ed effetto ci da una grande mano nel progredire sul sentiero della nostra vita.

Come la malattia è il sintomo di una temporanea imperfezione del nostro essere, così il Karma aiuta l’evoluzione umana. Gli effetti più esterni dei conflitti fra lo spirito (Anima) e quella fisica (corpo)si presentano sotto forma simbolica, cioè come segno sull’epidermide o sull’organo. I “segni” epidermici od organici sono la manifestazione del malessere interiore, e ne tradiscono la natura della causa e l’origine. Quindi, guardando il sintomo ed interpretandone i segni, si potrebbe scoprire che ciò che lo causa è di origine assai diversa da quella dell’aspetto fisico. Nell’insegnamento della Saggezza Antica, le malattie sono sostanzialmente considerate d’origine karmica. Tra le fonti più importanti si elencano: quelle personali, il karma del pianeta, il karma della razza a cui si è legati, il Karma di gruppo a cui si è affiliati ed infine il karma provocato dai vincoli di sangue (genetico).

E dopo tutto questo noi, illusoriamente, ci sentiamo perfetti. Per l’illusione detta Maya, si intende generalmente l’illusione del mondo materiale, quest’energia incarna i desideri materiali nel cuore, affinché le azioni nel mondo manifesto possano compiersi. Il nostro compito è quello di dissolvere le illusioni; se ci facciamo dominare dalla potenza di Maya, possiamo smarrire la nostra vera natura spirituale. E’ quindi importante la pratica costante dello yoga e delle altre discipline spirituali, per essere sempre svegli e consapevoli di questa forza e non farci dominare da essa. Se questo accade, cadiamo nell’ignoranza.

Arthur Schopenhauer  così scrive: È Maya il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente’.

L’umanità sta camminando verso la perfezione, questo perché la Vita che ci informa evolve e noi con Essa, attraverso i nostri sforzi quotidiani, lasciando indietro e trasformando i grandi e piccoli egoismi che ci compongono.

Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siete figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli’ (MT 5,43- 48).

Queste parole danno il senso al nostro agire senza presunzione, e le Forze che albergano all’interno della nostra coscienza trasformate in coerenza daranno vita a quella che chiamiamo Beatitudine o Perfezione. Ci vorrà ancora molto tempo prima che riusciremo a vedere il Paradiso in Terra o la Gerusalemme Celeste, ma tutti insieme distruggendo l’ignoranza che oggi alberga nel mondo, ma soprattutto in ognuno di noi, e soprattutto senza arrabbiarci, ma facendo quello che è necessario all’umanità e per i grandi esseri che evolvono con noi.

Il Bene, il Bello, il Vero -Terza parte

Ed eccoci all’ultima parte dei tre articoli a proposito di Vita-Qualità- Apparenza o il bene, il bello ed il Vero. Queste tre forze universali da cui tutto deriva, sono la causa prima della nostra esistenza. L’attributo terzo, il Vero, è un concetto non semplice, stiamo parlando della terza energia divina: lo Spirito Santo.
Sappiamo anche che Apparenza- Spirito Santo- Materia sono sinonimi, essi infatti, vogliono significare una sola forza che agisce nel concreto della materia. Quindi il Vero lo esprimiamo attraverso le nostre parole, ed azioni. Se agiamo per il bene, diventa bello che si concretizza nel Vero o verità.
L’essere umano ricerca la verità, ma non può ancora esprimerla come “Vero” perché è ancora una forma inadeguata all’espressione divina dell’Apparenza.
Lo vediamo bene oggi nei mass-media, quante verità vengono occultate, tutto o quasi è alterato, ci propinano dei casi assurdi, che non coincidono con la realtà degli eventi accaduti.
Verità e realtà sono nozioni indispensabili ed esigenze rigorose in qualsiasi contesto, come dimostra l’avversione incondizionata verso la menzogna, la finzione, l’illusorietà di tutto ciò che ci riguarda direttamente.
Il filosofo tedesco Friedrich Hegel, la esprime così: “La verità, in filosofia, significa che un concetto e la realtà concreta corrispondono”.
Per S. Agostino: “La mente è affamata di verità. Nessuno può tollerare di essere ingannato”.
Platone definisce il vero filosofo colui che ama la verità e non insegue l’opinione.
Alice Bailey lo spiega così: “Si è affermato che il vero o la verità è quel tanto di espressione divina che un uomo può esprimere a un dato livello evolutivo e a un dato stadio della sua storia di incarnato. Ciò presuppone che, oltre questa espressione della verità, esistano altre verità che non si sanno manifestare, ma di cui l’anima è perennemente consapevole. Il vero, quale espressione del divino, si focalizza nel centro della gola Vishuddha; la deficienza reattiva della personalità, incapace d’esprimere la verità, si palesa nel rapporto fra esso e il centro sacrale Svadhisthana. Quando tale rapporto è difettoso, nasce un attrito. Non è possibile esternare il vero sino a che le forze generatrici sottostanti il diaframma non salgono al centro creativo della gola. Allora il Verbo, cioè l’uomo in essenza si fa carne, e nel mondo fisico appare una vera espressione dell’anima.”
Attraverso questi canali, l’anima cerca di esprimere il vero dell’uomo, e lo stesso vale per gli altri cioè il bello dell’uomo, il bene dell’uomo.
L’impotenza a conformarsi al massimo ideale concepito secondo le proprie capacità e di cui si è consapevoli nei momenti migliori e più chiari, produce inevitabilmente un attrito, anche se non ne siamo coscienti. Una delle manifestazioni morbose principali di questo stato è il reumatismo, oggi molto diffuso, come già in passato. Esso colpisce soprattutto la struttura ossea, ed è in realtà, generato dall’impotenza dell’anima a esprimere il vero” nell’uomo, suo strumento nei tre mondi. A questo punto risulta chiaro che dobbiamo esprimere la coerenza di quello che siamo, anche se incompleti, cercando di formulare i nostri pensieri, parole ed azioni al meglio delle nostre possibilità.
Si dice “l’energia segue il pensiero”, allora se io volgo la mia attenzione a ciò che è bello, buono e vero in me, per cui a tutti i miei aspetti divini, non faccio altro che nutrire quegli aspetti e dargli la forza di manifestarsi sempre di più.
Cominciando ad esprimere il Bene che è in noi con la Forza della Volontà, si manifesta il Bello, la Forza della Qualità che diventerà il Vero, la Forza dell’Apparenza.

Il bene,il bello ed il vero – seconda parte

Nel precedente articolo abbiamo cercato di comprendere cos’era il bene, adesso cerchiamo di capire un pochino meglio il bello.

Il bello direi che è soggettivo, infatti quello che può essere bello per noi, per un’altro individuo può sembrare brutto: esso è oggetto solo dei sensi o anche del pensiero? Il bello sembra riguardare tutti i piani dell’esistenza, quello degli oggetti come quello del pensiero: il bello è nell’espressione di oggetti concreti, come un quadro o una scultura, e nell’aspetto ideale in quanto un’opera d’arte è tanto più bella quanto più riesce a risvegliare le emozioni ad essa legate. Guardare un paesaggio naturale e la sua magnificenza, stimola in noi pensieri ed emozioni a volte travolgenti, portandoci in anfratti della nostra coscienza che magari non sappiamo di avere; lì sono sepolti dei ricordi che immancabilmente riaffiorano, come pensieri ed emozioni.

Nell’ epoca passata, per Aristotele gli elementi del bello sono “l’ordine, la proporzione, il limite. La fonte del bello è nel senso innato del ritmo e dell’armonia e nell’istinto d’imitazione, raffinato da due facoltà:vedere le cose con chiarezza e rappresentarsele con perfetta obiettività”.

In tempi più moderni per Benedetto Croce: “Il bello non è un fatto fisico, non ha nulla a vedere con l’utile, col piacere, col dolore, con la morale, non è oggetto di conoscenza concettuale; è dunque ciò che produce uno stato d’animo libero da ogni interesse pratico o logico, un’impressione che si esprime in una pura immagine, oggetto di intuizione, che è conoscenza immediata e fantastica d’un momento di vita dello spirito”.

Nella Sapienza antica il bello corrisponde al Figlio, al quarto chakra che ha una sua corrispondenza nel terzo. Qui per bello intende la qualità della vita che conduciamo o che ci permettiamo di condurre. E’ sempre un altro attributo divino, ma nello specifico riguarda proprio la qualità della vita, per cui la qualità dell’energia che l’anima manifesta. “La Vita è l’energia che esprime la volontà-di-bene divina; la Qualità è l’energia che manifesta l’anima, oggi attiva soprattutto nel desiderio e nella determinazione di tutti gli uomini, di qualsiasi livello evolutivo, di godere di ciò che ritengono bello. Ma il ‘bello’, così come i desideri umani, varia moltissimo: tutto però dipende dal modo di considerare la vita di chi desidera, e dal suo grado di sviluppo. L’incapacità di conseguire ciò che si ritiene bello’ determina per ciascuno una predisposizione alla malattia, dovuta all’attrito interiore che così si produce. La maggioranza degli uomini, dato l’attuale stadio evolutivo, si ammala a causa dell’attrito provocato dal loro correre verso il ‘bello’ — che pure è un impulso evolutivo cui sono costretti in quanto sono anime e soggetti all’influsso qualitativo del secondo attributo divino”.

L’umanità media, offre attrito all’aspetto divino del bello e rimane polarizzata sull’apparenza e non sulla qualità, per cui si ferma su ciò che appare che è comunque ingannevole. Continuando a desiderare nella vita qualcosa che è fittizio, bello magari sì, si rimane comunque all’interno di ciò che è illusorio: la forma. Devo poter aspirare a qualcosa che va oltre la forma, che mi metta in contatto con la qualità (Anima), affinché possa poi manifestarla. Come fare, se impedisco a questa qualità di manifestarsi?

Il bello agisce sull’uomo tramite il centro del cuore, e l’attrito è causato dall’inefficace reazione del centro del plesso solare. Lo si elimina e si evoca la giusta rispondenza, quando le forze di Manipura salgono a unirsi all’energia del centro del cuore Anatha. Dando la possibilità alla mia anima di manifestare la sua qualità, attraverso una manifestazione creativa, l’anima tenderà a poter progettare e creare delle cose inerenti alla sua frequenza. Realizzando i tre aspetti divini di vita-qualità – apparenza, con il “bene-Vita”, “il bello-Qualità” arriviamo ad esprimere “il vero-Apparenza”.

Il bene, il bello e il vero – prima parte

Pensando a questi tre termini il bene, il bello ed il vero,  mi sono fatta una domanda: cosa vogliono enunciare veramente? Da un punto di vista generico, col termine bene si indica tutto ciò che agli individui appare attraente e tale che possa essere considerato come fine ultimo da raggiungere nella propria esistenza. Questo è l’aspetto “morale” del concetto di bene; ma nella storia della filosofia è stato avanzato anche un significato “ontologico” con Platone e i suoi successori che stabilivano un’ assimilazione tra Buono, Bello e Vero. ( Kalokagathia) L’espressione kalokagathìa indica nella cultura greca del V secolo a.C. l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo.

Alice Bailey nel Trattato dei sette raggi vol. 4 le esprime con la legge IV che dice:

Legge IV : “La malattia, sia fisica che psicologica, è radicata nel bene, nel bello e nel vero. È la distorsione di possibilità divine. L’anima, quando cerca di esprimere in pienezza un aspetto divino o una realtà spirituale interiore, e ne è impedita, determina nella sostanza dei suoi veicoli un punto di attrito. Qui si affigge lo sguardo della personalità, e ne consegue la malattia.

L’arte del guaritore sta nell’elevarne gli sguardi, prima volti in basso, a contemplare l’anima, il Guaritore entro la forma. Il terzo occhio, spirituale, dirige allora l’energia, e tutto procede bene.”

Nel gergo comune essi significano tutto ciò che è armonioso, gentile, veritiero e autentico. Quando vediamo un bellissimo paesaggio, un lavoro fatto in modo corretto e quando esprimiamo un concetto veritiero, stiamo scoprendo, il bene, il bello ed il vero.

Entrando più in profondità di queste tre definizioni ci accorgiamo che non sono solo termini, ma esprimono qualcosa di molto più importante, di più profondo, stiamo agendo attraverso i tre attributi Divini per eccellenza,essi sono, così intrecciati fra loro da diventare inseparabili. Bene, bello e vero sono i componenti primi di quella che si definisce coscienza, e come tali diventano le chiavi di volta da cui partire, le basi  della percezione di sé e del mondo.

Cercando di capire al meglio la Legge IV vediamo che: la malattia sia fisica che psicologica è radicata sia nel bene, nel bello e nel vero. Cosa sono il bene, il bello e il vero? Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Ogni essere umano è mescolato con queste tre potenze, che sono le tre forze  fondamentali. Nel trattato dei sette raggi la Bailey ne fa una descrizione accurata.

Il bene corrisponde all’anima, al Padre, al settimo chakra il quale trova corrispondenza alchemica con il primo chakra.  Cos’è il bene? Non è forse l’espressione della volontà-di-bene? E questa volontà di-bene non dovrebbe attuarsi sul piano fisico come buona volontà fra gli uomini?

Non è probabilmente possibile che l’anima, nella sua costante ricerca di conformarsi sul piano Causale (il suo mondo), al Piano che promuove la divina volontà-di-bene, spinga sulla sua triplice espressione, la personalità, affinché esprima buona volontà, quando sia attiva e funzionante e al giusto stadio evolutivo? Tuttavia la forma, ancora inadeguata ad esprimere il desiderio divino, oppone resistenza e così si genera immediatamente attrito e ne consegue la malattia. L ‘attrito produce poi una reazione secondaria, portando a condizioni psicologiche cui diamo il nome di depressione, complesso d’inferiorità e senso di frustrazione. Il Bene, inteso quale particolare fonte di malattia, agisce specialmente su chi è di natura mentale.

Da quanto sopra esposto sembra evidente che il Bene nella filosofia esoterica voglia esprimere un concetto molto elevato, quale quello che stiamo manifestando l’energia o forza del Padre cioè la Volontà per eccellenza quella pura, quella che trasforma la determinazione egoistica, in buona volontà fra gli uomini. L’insegnamento occulto ci dice che il Padre ha come caratteristica qualitativa Volontà- Potere, quindi giochiamo nella vita queste due attributi divini, e oggi li manifestiamo ancora egocentricamente; sarà solo eliminando le parti oscure all’interno della coscienza che potremo veramente esprimere il Bene, così da diventare bello perché il bene non può che trasformarsi in bello e vero.

La Porta Franca

Nelle diverse tradizioni la Porta Franca è stata associata a significati e simboli molto complessi, secondo la cultura, l’epoca e il luogo di riferimento. Richiama l’idea di un passaggio, un andare oltre a qualcosa che lasciamo indietro ma anche entrare in uno spazio, nella propria casa, cioè un luogo conosciuto, rassicurante. La Porta Franca e comunque le porte, sono un collegamento con i vari ambienti che ci circondano e non solo nella vita quotidiana (come le porte che tutti i giorni apriamo per entrare nelle diverse stanze del nostro abitare quotidiano). La porta è la connessione tra mondi interiori, piani di coscienza; a seconda che essa si apra o si chiuda diventa il simbolo della separazione o della comunicazione: da una parte l’ambito esterno, estraneo e perciò ostile, il luogo chiuso della sicurezza, lo spazio di ciò che si possiede, e dall’altro l’apertura alla Vita, il dialogo, il fascino di sentirsi liberi. Aprire una Porta Franca nel linguaggio filosofico – religioso, significa entrare entro se stessi, conoscere cosa sentiamo dentro, cosa non semplice, anche perché di solito pensiamo, non ascoltiamo quasi mai, cosa scaturisce da quel concetto che sto teorizzando.

Nel simbolismo cristiano, la porta richiama alle parole di Gesù su se stesso nel Vangelo di Giovanni (10, 9): “Io sono la porta: chi entrerà attraverso me sarà salvo…”. Spesso i portali delle chiese illustrano mediante sculture i doveri da adempiere, infatti raffigurano sia le Virtù cristiane che i vizi contro cui esse devono combattere. Custodi delle porte celesti sono l’Arcangelo Michele e l’Apostolo Pietro che ne possiede le chiavi. La porta è segno di benedizione e di monito per chi l’attraversa poiché dichiara che occorre l’abito nuziale per poter partecipare alle nozze del re (Matteo  22, 1-14) e chi varca la sua soglia sa che deve impegnarsi a rispettare la sacralità del luogo e ad essere pronto a vivere un’esperienza religiosa. Salmo 99 (2.4) esprime un invito a varcare la porta del tempio:”Acclamate al Signore, presentatevi a Lui con esultanza. Varcate le sue porte con inni di grazie, i suoi atri con canti di lode”. E ogni cristiano prega: “Apritemi le porte della giustizia. Voglio entrarvi e rendere grazie al Signore. È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti” (Salmo 117, 19-20).

Come in altre epoche, sia medioevale, quella romana o greca, le porte, avevano una grande valenza per il loro significato esoterico, tutte fanno riferimento ad un passaggio di stato tra due livelli: il noto e l’ignoto, il profano e il sacro.
Entrare in uno spazio della propria coscienza, significa aprire una porta sull’ignoto. Le nostre sette porte principali sono i nostri sette Chakra maggiori; in essi esiste tutto ciò che noi siamo, il nostro vissuto, positivo e negativo, è codificato e sigillato a volte dietro a quelle porte. Dobbiamo arrivare alla Porta Franca, cioè ad Anatha (la porta del cuore) che mette in equilibrio i due spazi: è il punto di mezzo potremmo dire fra cielo e terra, i tre chakra inferiori con i tre chakra superiori. Quante volte la Vita ci mette di fronte ad una porta e la paura non ci permette di aprirla? Infinite possibilità ci sono offerte. Ogni volta che non apro, o per meglio dire non ascolto quello che sento, non oltrepasso la soglia. Varcare la soglia avverte che sto per entrare in un piano diverso, la porta è aperta, metto in moto dei segnali che mi permetteranno di rapportami con dei “guardiani della soglia” per ciò che concerne gli spazi di cui tali porte regolano l’accesso. Appare evidente che per arrivare alla Porta Franca, si deve fare un percorso di conoscenza che non è scritto nei libri, ma bensì nell’esperienza di tutti i giorni, come tutti i giorni apriamo le porte della nostra casa terrena, dobbiamo aprire le porte della nostra casa celeste (coscienza). Affrancare un’energia, stabilizzare quelle qualità che ci appartengono, retaggio antico degli uomini, sancire l’umanità divina in noi: questa è la Porta Franca.

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Parole al vento

La parola è, secondo molte visioni, uno strumento di trasmissione di concetti o informazioni o idee, in base alle quali date sequenze di suoni o di segni grafici indicano un significato riconoscibile tanto da chi lo emette quanto da chi lo percepisce. La parola quindi, possiamo definirla il vestito dei nostri pensieri. Quando noi parliamo o cerchiamo di esprimere le nostre idee, rivestiamo queste con il suono fonetico delle sillabe che lo rappresentano, non abbiamo mai fatto caso al suono dolce delle nostre parole, a quello greve o alle parole dette tanto per dire qualcosa, eppure hanno una qualità energetica che, inequivocabilmente, colpisce chi ci ascolta. L’energia che esprimiamo attraverso le nostre parole è l’energia del nostro pensare. Ogni pensiero pensato con forza precipita poi sul piano fisico, sia come parola che come progetto creativo. Riflettendo sul titolo dell’articolo, quante parole al vento diciamo? Quante volte cerchiamo di imporre la nostra voce? Magari anche con forza per non dire rabbia. Ed inevitabilmente scopriamo che stiamo agendo con la volontà, non proprio benevola come sembra, ma con la spinta di imporre le nostre idee, che secondo il nostro punto di vista sono le più giuste <<appunto secondo noi>>… non cerchiamo neanche magari di ascoltare quelli che ci stanno vicino, non ci accorgiamo del loro disagio e della difficoltà di esprimere la loro parola, che rappresenta il loro pensiero. Che dire poi delle parole al vento, quando parliamo, tanto, per attirare l’attenzione degli altri, un po’ come i bambini che piangono per farsi sentire. Imparare l’ascolto e il silenzio non è facile, vuol dire non pensare solo a se stessi, ma al bene di chi ci sta di fronte. I testi antichi e sacri fanno riferimento alla parola come qualcosa di grande con cui l’uomo può esprimersi e creare, essa è il suono, cioè la prima manifestazione Divina: il Padre, la OM per l’oriente e l’Amen per l’occidente.

Nel Vangelo è scritto: <<D’ogni parola oziosa che avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio, che dalle tue parole sarai giudicato, e dalle tue parole sarai condannato>> (Matteo XII,36,37)

Nel << Trattato di Magia Bianca>> è detto che: <<le parole possono essere di tre generi: 1) parole oziose; 2) parole amorevoli e buone; 3) parole né buone né amorevoli. Di queste ultime se ne dovrà pagare il prezzo a breve scadenza. Esse sono le parole egoistiche, le parole di odio, le parole crudeli, le parole di maldicenza velenosa. Tutte queste parole uccidono i vacillanti impulsi dell’Anima, tagliano le radici della vita e quindi producono morte>>.

E ancora nel libro (Ai piedi del Maestro) << E’ bene parlare poco, ancor meglio è tacere del tutto, a meno che tu non sia ben sicuro che quanto stai per dire sia vero, amorevole, utile. Prima di aprire bocca considera attentamente se quello che stai per dire ha questi tre requisiti, e se non li ha taci>>.

Noi, non conosciamo le leggi della manifestazione Divina, e, come spesso accade, dimentichiamo che ogni suono corrisponde ad una vibrazione, e le vibrazioni, producono effetti definiti e determinati. Inoltre a ogni nostra parola corrisponde un sentimento, e anch’esso produce forza energetica, che si propaga creando dei risultai concreti, sul piano fisico. Ricordando l’antico motto degli occultisti << conoscere,volere, osare e tacere>>, forse quest’ultimo è il più difficile di tutti da raggiungere.

Imparare a tacere non è facile per la personalità, perché dobbiamo zittire il pensiero, padroneggiare la parola e fermare l’azione, che sono i tre aspetti con cui ci mostriamo nella vita, ma è già qualcosa dominare la parola e sperimentare il silenzio sul piano fisico.

Il vero silenzio spirituale… a questo proposito Alice Bailey nel trattato di Magia Bianca scrive: <<Solo quando il numero delle parole normalmente dette sarà ridotto e sarà appresa la pratica del silenzio, sarà possibile alla <<parola>> di esercitare il suo potere sul piano fisico. Solo quando le molte voci della natura inferiore e del proprio ambiente taceranno, potrà la <<voce che parla nel silenzio>> rendere possibile la sua presenza. Solo quando il suono di molte acque svanirà nell’acquietamento delle emozioni, sarà udita la chiara voce del Dio delle acque>>.

Risulta chiaro che la lotta per diventare innocui, passa per la parola con la quale ci rapportiamo con il mondo che ci circonda, la quale esprime i nostri pensieri e sentimenti. Il conflitto è inevitabile iniziando ad ascoltare, cosa diciamo e come lo diciamo, sarà su tutti i piani della nostra coscienza. Dal libro << Dal sè inferiore al sè superiore>> <<Impariamo a comprendere la forza silenziosa del servizio tacito, del “wu-wei”, che è l’azione senza azione degli indù, che ci apre alla sorgente delle energie inusitate dentro di noi>>. Vivere innocuamente come esseri spirituali , significa saper parlare con parole non gettate al vento, ma con una conoscenza delle leggi che governano il nostro universo.

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