Lo Yoga, la fiaccola della libertà

La fiaccola dello Yoga illumina la notte che è calata nel mondo. La prevaricazione e l’avidità personale sembrano aver preso il posto della buona educazione e del minimo rispetto verso la comunità di cui facciamo parte. La Bhagavad Gita pur essendo stata scritta tanto tempo fa dimostra tutta la sua utilità, forse, come non mai il suo messaggio è talmente attuale che può risuonare nei cuori di molti.  Ora come allora le forze oscure agiscono tramite le coscienze identificate con la distruttività. Il male fa leva sui sensi affinché la coscienza  rimanga preda dell’illusione e la visione venga sempre più offuscata. Eppure è proprio quando tutto sembra perduto che è possibile riconquistare se stessi. La risalita inizia quando si è toccato il fondo del pozzo.

“ O figlio di Kunti, l’impeto dei sensi trascina con violenza anche la mente del saggio che lotta.” (BG II, 60)

Ogni  giorno abbiamo a che fare con condizioni distruttive fuori e dentro di noi. Il cielo è chimico, l’aria è irrespirabile e il cibo che mangiamo contiene sostanze nocive. Inoltre la cura è in mano alle avide multinazionali del farmaco. Questo stato delle cose è la diretta conseguenza di un attentato alla vita di cui siamo come minimo conniventi finché non cambiamo registro individualmente. Non basta armarsi di buoni propositi  oppure sfoggiare sorrisi a 32 denti per cancellare quella irritazione che ci insegue costantemente ed alimenta la negatività presente sulla terra.  Crediamo di poter smettere di provare brutte sensazioni appena riusciamo a ritrovare del “tempo” per noi, e ad occuparci di ciò che ci piace. In parte è anche così, ma se fatichiamo ad esprimere un sorriso sincero, altre sono le cause da ricercare. In realtà una condizione penosa è data dal materiale oscuro, prodotto dai Chakra, che riempie le nostre aure e così  non ci permette di vedere la bellezza della vita. Condizioni instabili di coscienza dettate dai capricci dei sensi  si traducono in un vivere in delle bolle piene di irritazione e senso del dovuto che rendono difficile un possibile rapportarsi gioioso e soprattutto ben educato.

Nessuno è escluso da questa lotta per la libertà e il campo della contesa, il Kurukshetra della vita,  si svolge ogni attimo senza sosta. Non basta aver studiato tutti i testi sacri oppure far parte di una comunità che professa l’amore divino per  unirsi alla vita. La presunzione è un effetto collaterale dell’uso della mente  che accompagna la via dell’aspirante spirituale. Senza un radicale lavoro su stessi si rimane preda dei desideri e dei loro mutevoli trasformismi. Così gli automatismi della coscienza, espressione del male più radicato, ci spingono a ricercare la felicità in un pugno di lenticchie. Invece la libertà può essere conquistata esperienza dopo esperienza attraverso la consapevolezza di ciò che stiamo vivendo.

 “Ritornato padrone dei sensi, si mantenga saldo nello stato di unione con Me, prendendoMi come supremo. In colui domina che i sensi, la saggezza è saldamente stabilita.” ( BG II, 61)

Sri Krishna si fa mediatore tra il Divino e l’uomo. Le sue parole toccano i cuori di chi anela la pace e li sospinge verso l’infinito. Nel campo di battaglia Arjuna riceve le istruzioni dello Yoga. Soltanto integrando la coscienza con ciò con cui veniamo in contatto possiamo stare in equilibrio, e quindi bene con noi stessi. Nonostante le diverse tradizioni spirituali questo è il cuore dell’unico Yoga insegnato, da sempre, dai veri Maestri.

Il liberatore è in noi, ma non può essere individuato nella mente, i desideri o i sensi. Jivatman, la particella divina presente nell’essere umano, è il suo nome sanscrito e viene definito tramite tre condizioni dell’essere: essenza, consapevolezza  e beatitudine. La ricerca di questo principio assoluto ed intangibile porta ad identificarsi con gli aspetti essenziali della vita. Per poter salire sulla vetta dello Spirito devono essere lasciati quegli inutili fardelli come la ritrosia e l’afflizione che impediscono di riconoscere la nostra Reale Natura. Siamo destinati alla gioia, questo è scritto nella profondità del nostro essere.  Dobbiamo prendere rifugio nel divino che è in noi vivendo consapevolmente la beatitudine.  Così riusciremo a rendere sacra la nostra vita azione dopo azione. Tutto ciò passerà inevitabilmente dal dominio sulle forze che si muovono nella coscienza, le quali devono essere viste,orientate ed integrate. Ci vorrà pure del tempo dato la condizione attuale, però il progetto inerente allo Yoga è affascinante e sembra proprio valerne la pena. Inoltre detto fra noi sembra proprio che sia l’unica strada che porta lontano…

Le tre tappe del Sentiero dello Yoga: i sensi, la mente e la luce dell’anima

Il percorso umano prevede tre tappe, tre fasi che sono scandite dal mezzo di comunicazione con il mondo. Il primo rapporto avviene attraverso il divenire dei sensi e la paura serpeggia dietro il desiderio che prevale in ogni decisione. Successivamente quando la mente prende il sopravvento sul mondo sensibile avviene un irrigidimento che ingabbia le spinte vitali ed allontana dalla leggerezza della semplicità. Per passare dal rigido meccanicismo legato ai sensi ad un ampio margine di manovra che è inerente alla capacità discriminativa della mente è necessaria una rottura. Ciò rivitalizza tutte le arie della coscienza apportando maggior voglia di vivere. Comunque questo è soltanto l’inizio di una nuova vita, il bello deve ancora venire. Una volta assaggiata questa condizione ampliata di libertà, dato che l’appetito vien mangiando, diviene impossibile resistere al piacere di contattare quella gioia che promana dal profondo e che da sempre ci sospinge verso il sentiero dello Yoga.

Il cuore dello Yoga, secondo Patanjali, è costituito dalla disciplina della meditazione. Leggendo gli Yoga Sutra si apprende che la capacità di raffrenare la mente conduce nel mondo dell’anima ove vige l’equanimità verso tutte le cose. Ma fino a quando non viene realizzata la luce interiore del Sé Superiore non è possibile avere consapevolezza di un tale stato di coscienza, per cui dovremo fare i conti con il divenire della manifestazione.

La condizione umana, tra cielo e terra, ci costringe a compiere il grande passaggio. Ogni volta che ci troviamo di fronte ad una scelta importante per il futuro personale e dei nostri cari, riviviamo la necessità di confrontarci con il giudizio che abbiamo di noi stessi. Tutto ciò ci fa contattare la paura di non essere all’altezza del compito che ci siamo cuciti addosso e, proprio come Arjuna, cerchiamo sollievo nella fuga dal campo di battaglia. Se impariamo a ribaltare la visione umana, cioè se smettiamo di pretendere la conferma della nostra bontà dimostrando di essere migliori degli altri, potremo vedere che dove finisce la sofferenza inizia uno stato di costante benevolenza come perfettamente testimoniato dalla presenza equanime di Sri Krishna nella pianura del Kurukshetra e che ci appartiene profondamente.

Imparando di volta in volta ad accettare che ogni scelta rappresenta il miglior frutto possibile legato a quel preciso momento, toglieremo importanza al desiderio di gustare i frutti stessi dell’azione, così ci attiveremo maggiormente nel compiere l’azione possibile. In questo modo ci confrontiamo con quel mondo dei sensi che, ogni qual volta agiamo meccanicamente, ci tiene prigionieri in dimensioni basse della vita . Secondo Alice Ann Bailey i primi cinque mezzi descritti da Patanjali , degli otto totali necessari per realizzare lo yoga, possono essere sintetizzati come una unica attività volta al dominio dei sensi. Tutto ciò è stato ugualmente ben spiegato nel verso 58 della Gita attraverso l’esempio della tartaruga che ritrae le membra. La tartaruga rappresenta la saggezza maturata attraverso una lunga esperienza, per cui per comportarsi in maniera equilibrata è necessario saper ritrarre a proprio piacimento i sensi dagli oggetti sensibili.

Allorché ritrae i sensi dagli oggetti sensibili, come la tartaruga le membra, in lui la saggezza è saldamente stabilita (BG II,58)

L’aspirante alla saggezza deve potersi astenere dal piacere o dall’avversione verso i sensi. Il sadhaka deve sottoporre la coscienza ad una purificazione del triplice mondo della personalità. Ciò che impedisce alla luce dell’anima di esprimersi è racchiuso nel mondo inferiore della coscienza ed è proprio nel rapportarsi con questi ostacoli che il candidato all’iniziazione scende nei meandri di se stesso. Attraverso questa discesa l’aspirante inizia a riconoscere che i bisogni sono niente rispetto a quell’impulso, spesso definito sete di vita, che ci connette con l’infinito. Per cui chi viene toccato nel profondo non potrà esimersi dal cimentarsi con il sapore delle cose. Per risalire la scala della vita dovrà imparare ad attraversare ogni stato d’animo estraendone il succo vitale, definito anche rasa, o quint’essenza. Così nulla andrà perduto e tutto diviene propedeutico per l’evoluzione. Si legge nei testi sapienziali che niente è come sembra ed è proprio nelle pieghe della materia che si nascondono le chiavi per poter aprire le porte della consapevolezza.

I Maestri conoscono il segreto unificante della vita, il conseguimento finale dell’evoluzione umana. Molti lo hanno cercato seguendo delle pratiche di ascesi che modificano l’approccio alla vita. In genere ogni serio percorso spirituale inizia da una pratica di purificazione della coscienza che culmina nell’astrazione dei sensi attraverso il dominio della mente. Affinché la coscienza divenga strumento dell’anima, la mente deve smettere di proiettare i propri tentacoli verso il mondo degli oggetti e questo è possibile quando la percezione non segue in maniera meccanica i moti dei sensi ma riesce a volgersi all’interno partendo dall’ascolto di cosa si muove nella coscienza. Questo mezzo dello Yoga, il quinto, viene chiamato Pratyahara da Patanjali e corrisponde ad uno stato di coscienza che permette di entrare in contatto con le cause della sofferenza, in quanto i sensi sono stati soggiogati dal principio pensante.

“Quando dall’anima di colui che si astiene dall’usufruirne si ritraggono i sensi, ma l’inclinazione per essi permane, con la visione del Supremo anche questa svanisce.”( BG II,59)

La Gita indica tra le righe un percorso completo di liberazione da se stessi. Una mente che sa dominare i sensi, ma non è ancora consapevole della sua essenza, può ancora essere schiava delle dinamiche della personalità. Sri Krishna insegna che soltanto la visione del Supremo, param drishtva, può liberare dall’attaccamento verso la materia. Per vedere le cose per quello che sono diviene fondamentale vedere la luce Superna. Similmente Patanjali indica nell’attività meditativa quella pratica necessaria per integrare le forze che compongono la coscienza ed unirsi alla luce. Ed è proprio nel conseguimento del Samadhi che i Maestri modificano il rapporto interiore con i sensi. A quel punto l’anima non risente più della reazione interiore del contatto con il triplice mondo inferiore, in quanto in quella coscienza la personalità è stata purificata e aggiogata dalla luce dell’anima.

Da anima ad anima

Risplende, fulgida, la luce dell’anima nella materia, ma solo per chi ha occhi per vederla avverte i Maestri. Presi dalle situazioni contingenti non riusciamo a scorgere quella luce superna che proviene dall’intimo di ogni cosa. Comunque vi sono dei momenti dove il soffio della vita si fa più intenso, come il battito d’ali di un uccello che deve spiccare il volo. Per cui ad ognuno di noi non mancano le impressioni di una vita più grande in cui siamo immersi.

Nella pianura del Kurukshetra, prima della battaglia, Sri Krishna dispensa ad Arjuna le verità dello Yoga. La trasmissione degli insegnamenti da Maestro a discepolo, paramparà, unisce nella luce generazioni diverse, mantenendo così coeso il cammino dell’umanità. La realizzazione dello Yoga preserva inalterata nella coscienza dell’umanità la scintilla della vera conoscenza, affinché divenga quella pietra focaia necessaria per accendere quelle menti che aspirano alla verità.

A volte il dubbio ci paralizza, eppure se ascoltiamo più in profondità sentiamo quanta forza scorre in noi. In quei momenti siamo increduli come dei bimbi di fronte ad un nuovo gioco. Ma una volta rotti i freni inibitori viene il bello, in quanto si inizia a giocare. La percezione della sofferenza ha aperto nuove vie nella coscienza di Arjuna, adesso il discepolo è pronto ad ascoltare il Maestro. Le parole di Sri Krishna provengono dalle dimensioni alte della vita, per cui nuove opportunità si dischiudono nella coscienza di che le ascolta con animo sincero.

Intanto il discepolo inizia a percepire che la sua presenza nel mondo non è soltanto in funzione del meccanismo di risposta agli eventi che bussano alla porta. In ogni momento vi è la possibilità di fare altro rispetto a quanto ci obbliga l’automatismo della coscienza. Sri Krishna insegna che la chiave della saggezza, cioè la capacità di stare bene nel mondo, consiste nel distacco.

“ Colui che non prova attaccamento per cosa alcuna e, allorquando sopravvengano il male e il bene, non si affligge o si rallegra, in lui la saggezza è saldamente stabilita” ( BG II,57)

Allorchè ritrae i sensi dagli oggetti sensibili, come la tartaruga le membra, in lui la saggezza è saldamente stabilita. ( BG II, 58)

Diversi commentari sono concordi nell’indicare che in questi versi Sri Krishna non si riferisce ad una rinuncia fisica agli oggetti dei sensi. Come mai, allora, quando un aspirante spirituale si confronta con il mondo dei sensi tende ad eliminare l’oggetto delle sensazioni invece di ritirare la propria presa sull’oggetto? Dipende dal grado di coscienza e in ultima analisi dal tipo di rapporto che esercita l’anima sulla personalità. Nel caso di una coscienza ancora fortemente polarizzata sull’asse della personalità, quella persona farà fatica a vedere altro rispetto al mondo della triplice personalità. Quindi, in questo caso, la risposta all’impulso spirituale passa dall’eliminare gli oggetti materiali, cioè quello che percepisce come l’origine dei problemi. Invece una coscienza che si è aperta alla vibrazione dell’anima tenderà a riportare al centro ogni conflitto, cioè non si fermerà sugli effetti ma ne cercherà le cause che si trovano sui piani più sottili. Così, seguendo il sentiero dello Yoga, il discepolo imparerà a distaccarsi dagli effetti di una quotidianità che si presenta incessantemente come una dualità di percezioni antitetiche che possiamo sintetizzare in felicità ed afflizione.

Per cui fin quando vivremo sotto il dominio della personalità non potremo che sperimentare l’alternanza delle sensazioni. Soltanto quando vibreremo in connessione con il Regno dell’Anima potremo ritirare la nostra brama di possesso dal triplice mondo inferiore, così la pratica del distacco interiore, esperienza dopo esperienza, fa evaporare l’attaccamento alla forma. La ripetuta percezione del Sé Superiore tende a far svanire ogni tipo di attaccamento, per questo la vera trasmissione degli insegnamenti avviene da anima ad anima. Ogni Maestro non considera la personalità come il ricettacolo degli insegnamenti, ma più che altro indica di trasformarla perché non sia più di ostacolo al contatto con il Sé Superiore e divenga, così, essa stessa fonte di trasmissione della luce. La gioia, la bellezza e la bontà discendono dal Cielo eppure vi sono degli spazi della mente umana che vibrano di già all’unisono con le note celesti. Ed è proprio in queste fasce della coscienza che è possibile accogliere gli insegnamenti spirituali.

La vita dei Maestri ci insegna che la fonte della pace, cioè quello che ci consente di superare ogni barriera individuale, va riscoperta nella dimensione spirituale tramite il contatto da anima ad anima. Niente può impedire alle anime di ritrovarsi, casomai c’è da ripristinare nella coscienza un flusso che si è interrotto nella discesa nei piani densi della vita. I veli della materia non possono nascondere per sempre quella luce che unisce tutte le anime. Quando ci lasceremo attrarre da questa intima unione sprofonderemo in una vita sempre più piena, gioiosa e ben radicata in quello che c’è da fare.

La libertà di essere se stessi

Se aspiriamo alla libertà iniziamo a renderci conto di essere bloccati. Ma siamo sicuri di conoscere cosa ci tiene imprigionati? Di norma individuiamo negli altri i colpevoli della nostra vicende e così ci affanniamo a risolvere i problemi prendendo come riferimento l’esterno della coscienza. Per cui a turno divengono nemici da sconfiggere o compagni di cammino la moglie, il marito, la suocera, la mamma, i fratelli, gli amici, i colleghi e il capoufficio. Ognuno di loro comunque rappresenta una possibile minaccia al mondo ideale che ci ostiniamo a mantenere in vita e ciò che li accomuna è la possibile vicinanza alla nostra interiorità.

La chiave di volta per risolvere la nostra sofferenza sembra proprio risiedere al nostro interno. Così ci insegna lo Yoga ed è ciò che dovremo andare a vedere attraverso il vivere quotidiano. Possono occorrere diverse vite per comprendere che i nostri problemi non dipendono dagli altri,ma unicamente da come ci comportiamo e muoviamo nel mondo. D’altra parte tutto ciò nello Yoga viene definito in maniera netta ed inequivocabile come legge del Karma. La nostra consapevolezza reale del Karma si ferma alle dinamiche della personalità e di come si esplicano le emozioni nelle relazioni. Questo è il vero campo di battaglia per il discepolo della nuova era.

Nonostante ci interessiamo di spiritualità spesso rimaniamo sopraffatti dalle forze distruttive che albergano nella nostra coscienza. Perciò rimaniamo interdetti e tra noi e noi diciamo:” ma come proprio io che sono tanto buono guarda cosa mi tocca sopportare”. Dato che non amiamo minimamente l’imperfezione, quando ci rendiamo conto di essere limitati cerchiamo subito di aderire al modello vincente che ci viene proposto dal Maestro : “Qual è, o Keshava, il segno dell’uomo saldamente stabilito nella saggezza e immerso in samdhi? Il saggio dall’intelligenza stabile, come parla, come si siede, come cammina?” (BG II, 54)

Con questa frase il valoroso guerriero Arjuna mostra al mondo e a se stesso quanto è ancora schiavo del giudizio. In cuor suo sa che non può cancellare l’inquietudine che lo assilla con altre norme di comportamento, per cui non gli rimane che svelare la sua vulnerabilità. Le sue parole non sono più sostenute dalla presunzione di sapere. Arjuna non ha paura di mostrare di essere goffo e poco intelligente al cospetto del Maestro. Chiede per migliorarsi. Così nel cercare di capire come realizzare se stesso si apre alla vita,compie un gesto di accoglienza e l’autocritica deve cedere il passo.

Infatti Sri Krishna lo premia rivelandogli:

“ Quando un uomo allontana dalla sua mente tutti i desideri, o figlio di pritha, e trova solo soddisfazione nel Sé e dal Sé, si può dire che egli è saldo nella saggezza”( BG II, 55)

I desideri quando sono ricondotti alla loro funzione di spinta costituiscono il trampolino di lancio verso l’immersione nella vita. Altra cosa invece è quando ci spingono a desiderare altro, cioè a non accontentarsi di ciò che siamo. La dinamica distruttiva del Karma ci porta ad allontanarci da noi stessi alla ricerca di un io ideale che ci tiene prigionieri tramite la frustrazione di non essere adeguati. In questo modo sarà possibile fare veramente i conti con le forze centrifughe presenti nella coscienza e una volta esaurito il loro potenziale obnubilante della coscienza potremo tornare con un’ umiltà perfezionata a vivere il Regno dei Cieli dentro e fuori di noi come ci ha insegnato il Maestro Gesù

Liberare noi stessi dalle pastoie del mondo è riscoprire la naturalezza del piacere di stare con noi stessi in mezzo agli altri. Magari ancora non siamo pronti per vincere quest’ultima battaglia, ma nel frattempo possiamo interrogarci su come possiamo migliorare il nostro modo di stare nel mondo senza ascoltare le false promesse dell’io. Allora il nostro cuore potrà accogliere tutta la pace che la personalità desidera e che l’Anima irradia.

Lo Yoga è realizzazione

Le offerte dei corsi di yoga crescono di giorno in giorno. Così le palestre divengono i nuovi templi dove ricercare il benessere e il tappetino si trasforma nello strumento basilare per raggiungere la felicità. Siamo sicuri che questo aumento della popolarità dello yoga corrisponda ad una maggiore conoscenza della sua finalità? Io non credo, anzi… yoga vuol dire aggiogare, unire, quindi è evidente che l’obiettivo dello yoga è quello di unire due parti momentaneamente slegate. In occidente ci siamo accorti che le tecniche yogiche producono dei benefici psicofisici di un certo rilievo. Tanto che negli Stati Uniti, in caso di problemi alla schiena, i medici sono sempre più propensi a prescrivere come cura la pratica delle posture, asana, indicate in un tipo di yoga, definito dalla Tradizione Hatha Yoga.

Comunque è bene precisare che con il termine yoga ci si riferisce ad un percorso spirituale che si diffuse in India per risolvere la sofferenza, il problema centrale dell’esistenza umana. Lo Yoga venne insegnato dagli antichi saggi, i Rishi, per favorire la realizzazione della vera Natura Reale. La condizione di equilibrio della coscienza che permette la Realizzazione di se stessi viene definita Samadhi, o Perfetta Contemplazione, ed è l’unica in grado di compiere quella transizione dall’irreale al Reale necessaria per emanciparsi dall’ignoranza, Avidya, considerata la causa primaria della sofferenza. La storia dell’umanità ci ricorda che non è mai stato semplice realizzare lo yoga, infatti i Perfettamente Realizzati insegnano che per illuminare la coscienza è necessario sottoporsi ad un intensa pratica e ad uno sforzo costante, Sadhana, che non dovrà essere confinato in qualche momento della giornata.

L’applicazione della pratica dello yoga dovrà essere estesa a tutta l’esistenza. In tutti i campi della propria vita dovrà essere sviluppata quella capacità investigativa che diviene possibile quando la mente viene educata attraverso le tecniche di meditazione. Non basta srotolare un tappetino nel parquet di una qualche palestra dal nome esotico per realizzare l’unione della coscienza, cioè lo yoga. Chi aspira allo yoga vuol vivere pienamente, per cui sono altre le attività alle quali è chiamato a compiere chi vuol conoscere la luce della verità. Inoltre diviene fondamentale ricevere le indicazioni da un istruttore che abbia già calcato quel tratto di strada sul quale ci siamo incamminati. In questo caso non vi sono pezzi di carta che possono certificare soltanto ciò che può donare l’esperienza di aver regolato sufficientemente i conti con le parti oscure della personalità. Per cui spero proprio che lo troviate il prima possibile.

Nonostante sia fondamentale rapportarsi con un istruttore esperto, nello Yoga viene insegnato che il vero Maestro è interiore e tutto quello che viene insegnato deve essere sperimentato affinché divenga la verità personale. Questo comporta la graduale perdita di punti di riferimento esteriori. Prima o poi, molte cose dovranno essere messe in discussione, non tanto per essere giudicate, ma per imparare a disidentificarsi con aspetti transitori dell’esistenza. Tutto ciò metterà in subbuglio la vita dell’aspirante allo yoga, in quanto il dubbio, l’ultimo ostacolo all’unione, riceverà nuova linfa. In questi frangenti lo studio non aiuta granché, casomai è il distacco dai frutti dell’esperienza che ne permette la vera comprensione. Ma tutto ciò dovrà essere processato diverse volte affinché divenga possibile scegliere cosa sperimentare.

“Quando la tua intelligenza avrà superato il turbine dell’illusione, allora perverrai all’indifferenza per ciò che hai udito e per ciò che devi ancora udire”. (BG II,52)

La Bhagavad Gita ci esorta a ricercare la verità spingendosi oltre la razionalità. Secondo la Tradizione indiana la Vera Conoscenza è data dalla visione pura, cioè intuitiva.

“Quando la tua intelligenza, sviata dalle Scritture rivelate, rimarrà salda e immota in samadhi, allora raggiungerai lo yoga”. (BG II,53)

Sri Krishna ci insegna che Il Samadhi non si raggiunge soltanto attraverso lo studio o l’ascolto delle Sacre scritture. Ci vuole ben altro per armonizzare in maniera stabile la coscienza. Nel cammino verso se stessi tutto serve, ma sembra proprio che soltanto rimanendo saldi in se stessi di fronte alla mutevolezza della forma si possa realizzare lo Yoga. Quindi per sperimentare interamente lo Yoga è necessario compiere il Samadhi, cioè realizzare la propria Reale Natura. Così lo Yoga diviene il vivere in sintonia con se stessi.

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L’amore ai tempi della materia

Ah, la materia! Così potrebbe recitare il primo verso di una tragedia sulla vita umana. La materia da qualunque punto la si osservi rimane il tormento e l’estasi del genere umano. Scienza e religione si possono rappresentare come due facce della stessa medaglia di un cattivo rapporto con essa. Gli scienziati si affannano a ricercare nell’infinitamente piccolo i misteri di una vita che si svela soltanto a chi ne accoglie la spinta vitale. Secondo la scienza dello yoga, soltanto la visione pura può rivelarci come nella materia siano presenti quei modelli, le Potenze della Vita, che ci connettono direttamente con il Cielo. D’altra parte le pratiche religiose non hanno mai avuto un gran rapporto con il corpo nonostante Gesù lo abbia definito il Tempio dello Spirito. Oltre ai picchi della macerazione della carne, il corso della storia ci ricorda come le più svariate dottrine di salvezza trovavano un punto di contatto nel disprezzo della materia. Se vogliamo salire in alto per godere del panorama non mi sembra molto utile tagliare le radici dell’unico albero che adorna il nostro giardino.

Comunque di questi tempi lo sport più in voga consiste nel plastificare la materia, conservarla per più tempo possibile in una rigida forma prestabilita. Invece la bellezza della materia consiste proprio nella capacità di modificarsi e di lasciarsi imprimere. La materia si fa plasmare e contiene il ricordo del contatto ricevuto, come un vaso dopo essere stato modellato dalla terra contiene l’acqua versata. Grazie alla memoria della materia possiamo evolvere osservando quello che abbiamo prodotto. Ogni volta la materia, instancabile, risponde agli impulsi e ci rimanda la nostra opera. Così possiamo orientare il fare, correggere comportamenti e modificare abitudini che altrimenti tenderebbero a rincorrersi sempre uguali a se stesse, noiose come un film già visto molte volte.

Nasciamo, cresciamo e invecchiamo nella materia. I pensieri come le emozioni sono composti di una qualche gradazione di materia, che si presenta più sottile di quella che consideriamo tale tanto che i nostri sensi fisici non riescono ad interfacciarla, ma sempre di materia si tratta. Siamo immersi in questa matrice dalla duplice faccia: ci ingabbia come il peggiore dei tiranni oppure ci accoglie come una madre amorevole che vuol proteggere il proprio figlio. Nel mezzo, fra i due estremi appena esposti, vi sono tante sensazioni che colorano la nostra vita vissuta in punta di piedi tra la ribellione e l’accettazione.

Proprio per questo viene difficile negare che siamo attratti dalla materia. Ci incuriosisce, ci fa provare piacere e facciamo fatica a distaccarcene. Ne siamo forse innamorati? Bene dichiariamoci pure, ma facciamo di più, contattiamo la nostra essenza affinché questo incontro divenga qualcosa di più di una serie di momenti fugaci, inanelliamo ogni attimo attraverso un battito del cuore che unisce. Cediamo sempre più consapevolmente alla spinta vitale, lasciamo andare le paure e le ritrosie, così saremo inondati da una crescente energia che pervaderà ogni stanza della coscienza. Magari adesso è venuto il momento di riuscire ad amare la materia dei veicoli della personalità, di irradiarla con tutta la luce di cui siamo capaci. I nostri corpi, come le piante, ricercano la luce, diamogliela senza risparmiarci, dove non arriviamo ci viene in soccorso il Cielo, l’anima è il sole che riscalda ogni corpo.

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