Lo Yoga è realizzazione

Le offerte dei corsi di yoga crescono di giorno in giorno. Così le palestre divengono i nuovi templi dove ricercare il benessere e il tappetino si trasforma nello strumento basilare per raggiungere la felicità. Siamo sicuri che questo aumento della popolarità dello yoga corrisponda ad una maggiore conoscenza della sua finalità? Io non credo, anzi… yoga vuol dire aggiogare, unire, quindi è evidente che l’obiettivo dello yoga è quello di unire due parti momentaneamente slegate. In occidente ci siamo accorti che le tecniche yogiche producono dei benefici psicofisici di un certo rilievo. Tanto che negli Stati Uniti, in caso di problemi alla schiena, i medici sono sempre più propensi a prescrivere come cura la pratica delle posture, asana, indicate in un tipo di yoga, definito dalla Tradizione Hatha Yoga.

Comunque è bene precisare che con il termine yoga ci si riferisce ad un percorso spirituale che si diffuse in India per risolvere la sofferenza, il problema centrale dell’esistenza umana. Lo Yoga venne insegnato dagli antichi saggi, i Rishi, per favorire la realizzazione della vera Natura Reale. La condizione di equilibrio della coscienza che permette la Realizzazione di se stessi viene definita Samadhi, o Perfetta Contemplazione, ed è l’unica in grado di compiere quella transizione dall’irreale al Reale necessaria per emanciparsi dall’ignoranza, Avidya, considerata la causa primaria della sofferenza. La storia dell’umanità ci ricorda che non è mai stato semplice realizzare lo yoga, infatti i Perfettamente Realizzati insegnano che per illuminare la coscienza è necessario sottoporsi ad un intensa pratica e ad uno sforzo costante, Sadhana, che non dovrà essere confinato in qualche momento della giornata.

L’applicazione della pratica dello yoga dovrà essere estesa a tutta l’esistenza. In tutti i campi della propria vita dovrà essere sviluppata quella capacità investigativa che diviene possibile quando la mente viene educata attraverso le tecniche di meditazione. Non basta srotolare un tappetino nel parquet di una qualche palestra dal nome esotico per realizzare l’unione della coscienza, cioè lo yoga. Chi aspira allo yoga vuol vivere pienamente, per cui sono altre le attività alle quali è chiamato a compiere chi vuol conoscere la luce della verità. Inoltre diviene fondamentale ricevere le indicazioni da un istruttore che abbia già calcato quel tratto di strada sul quale ci siamo incamminati. In questo caso non vi sono pezzi di carta che possono certificare soltanto ciò che può donare l’esperienza di aver regolato sufficientemente i conti con le parti oscure della personalità. Per cui spero proprio che lo troviate il prima possibile.

Nonostante sia fondamentale rapportarsi con un istruttore esperto, nello Yoga viene insegnato che il vero Maestro è interiore e tutto quello che viene insegnato deve essere sperimentato affinché divenga la verità personale. Questo comporta la graduale perdita di punti di riferimento esteriori. Prima o poi, molte cose dovranno essere messe in discussione, non tanto per essere giudicate, ma per imparare a disidentificarsi con aspetti transitori dell’esistenza. Tutto ciò metterà in subbuglio la vita dell’aspirante allo yoga, in quanto il dubbio, l’ultimo ostacolo all’unione, riceverà nuova linfa. In questi frangenti lo studio non aiuta granché, casomai è il distacco dai frutti dell’esperienza che ne permette la vera comprensione. Ma tutto ciò dovrà essere processato diverse volte affinché divenga possibile scegliere cosa sperimentare.

“Quando la tua intelligenza avrà superato il turbine dell’illusione, allora perverrai all’indifferenza per ciò che hai udito e per ciò che devi ancora udire”. (BG II,52)

La Bhagavad Gita ci esorta a ricercare la verità spingendosi oltre la razionalità. Secondo la Tradizione indiana la Vera Conoscenza è data dalla visione pura, cioè intuitiva.

“Quando la tua intelligenza, sviata dalle Scritture rivelate, rimarrà salda e immota in samadhi, allora raggiungerai lo yoga”. (BG II,53)

Sri Krishna ci insegna che Il Samadhi non si raggiunge soltanto attraverso lo studio o l’ascolto delle Sacre scritture. Ci vuole ben altro per armonizzare in maniera stabile la coscienza. Nel cammino verso se stessi tutto serve, ma sembra proprio che soltanto rimanendo saldi in se stessi di fronte alla mutevolezza della forma si possa realizzare lo Yoga. Quindi per sperimentare interamente lo Yoga è necessario compiere il Samadhi, cioè realizzare la propria Reale Natura. Così lo Yoga diviene il vivere in sintonia con se stessi.

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L’amore ai tempi della materia

Ah, la materia! Così potrebbe recitare il primo verso di una tragedia sulla vita umana. La materia da qualunque punto la si osservi rimane il tormento e l’estasi del genere umano. Scienza e religione si possono rappresentare come due facce della stessa medaglia di un cattivo rapporto con essa. Gli scienziati si affannano a ricercare nell’infinitamente piccolo i misteri di una vita che si svela soltanto a chi ne accoglie la spinta vitale. Secondo la scienza dello yoga, soltanto la visione pura può rivelarci come nella materia siano presenti quei modelli, le Potenze della Vita, che ci connettono direttamente con il Cielo. D’altra parte le pratiche religiose non hanno mai avuto un gran rapporto con il corpo nonostante Gesù lo abbia definito il Tempio dello Spirito. Oltre ai picchi della macerazione della carne, il corso della storia ci ricorda come le più svariate dottrine di salvezza trovavano un punto di contatto nel disprezzo della materia. Se vogliamo salire in alto per godere del panorama non mi sembra molto utile tagliare le radici dell’unico albero che adorna il nostro giardino.

Comunque di questi tempi lo sport più in voga consiste nel plastificare la materia, conservarla per più tempo possibile in una rigida forma prestabilita. Invece la bellezza della materia consiste proprio nella capacità di modificarsi e di lasciarsi imprimere. La materia si fa plasmare e contiene il ricordo del contatto ricevuto, come un vaso dopo essere stato modellato dalla terra contiene l’acqua versata. Grazie alla memoria della materia possiamo evolvere osservando quello che abbiamo prodotto. Ogni volta la materia, instancabile, risponde agli impulsi e ci rimanda la nostra opera. Così possiamo orientare il fare, correggere comportamenti e modificare abitudini che altrimenti tenderebbero a rincorrersi sempre uguali a se stesse, noiose come un film già visto molte volte.

Nasciamo, cresciamo e invecchiamo nella materia. I pensieri come le emozioni sono composti di una qualche gradazione di materia, che si presenta più sottile di quella che consideriamo tale tanto che i nostri sensi fisici non riescono ad interfacciarla, ma sempre di materia si tratta. Siamo immersi in questa matrice dalla duplice faccia: ci ingabbia come il peggiore dei tiranni oppure ci accoglie come una madre amorevole che vuol proteggere il proprio figlio. Nel mezzo, fra i due estremi appena esposti, vi sono tante sensazioni che colorano la nostra vita vissuta in punta di piedi tra la ribellione e l’accettazione.

Proprio per questo viene difficile negare che siamo attratti dalla materia. Ci incuriosisce, ci fa provare piacere e facciamo fatica a distaccarcene. Ne siamo forse innamorati? Bene dichiariamoci pure, ma facciamo di più, contattiamo la nostra essenza affinché questo incontro divenga qualcosa di più di una serie di momenti fugaci, inanelliamo ogni attimo attraverso un battito del cuore che unisce. Cediamo sempre più consapevolmente alla spinta vitale, lasciamo andare le paure e le ritrosie, così saremo inondati da una crescente energia che pervaderà ogni stanza della coscienza. Magari adesso è venuto il momento di riuscire ad amare la materia dei veicoli della personalità, di irradiarla con tutta la luce di cui siamo capaci. I nostri corpi, come le piante, ricercano la luce, diamogliela senza risparmiarci, dove non arriviamo ci viene in soccorso il Cielo, l’anima è il sole che riscalda ogni corpo.

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La vita è lo yoga

Una mente non salda in se stessa ricerca la vittoria personale. L’affermazione in un mondo minaccioso corrisponde a piegare il mondo secondo i propri voleri. Attimo dopo attimo un’inesorabile lancetta del successo scandisce ogni nostra azione. Quanto ci affanniamo per avere un posto al sole, per essere riconosciuti bravi, così da ricevere attenzione. Che poi tutto questo passi attraverso una semplice pacca sulla spalla o un conto in banca che ci permetta di toglierci delle soddisfazioni dipende da come manifestiamo questa pulsione.

La brama di gloria, possesso e riconoscimento è connaturata con la natura umana. D’altra parte il successo non è da stigmatizzare a prescindere, in quanto rappresenta uno dei vertici da raggiungere per completare la personalità umana, ribaltando la visione diviene così il punto di partenza per accedere alla via dello Spirito. Quindi la domanda sorge spontanea: “Ci può aiutare la pratica dello yoga a vivere pienamente il successo senza dover rinunciare al nostro sentire più profondo?” Tutta l’esistenza può essere vista come un campo di perfezionamento della capacità di unirci alla vita, di non rimanerne separati. Lo yoga sintetizza le contraddizioni presenti negli atteggiamenti schematici dei materialisti e degli idealisti. Infatti è un falso problema domandarsi se il percorso spirituale prevede di avere successo oppure no, in quanto la questione per essere costruttiva dovrebbe essere riformulata in questo modo: ”Come posso fare ad avere successo non venendo meno a me stesso, cioè rimanendo in linea con le mie aspirazioni più profonde? come posso raggiungere quello che mi fa stare bene?”.

I Maestri ci insegnano a non demonizzare le nostre pulsioni, casomai ci indicano di riconoscerle e convertirle in atteggiamenti sempre più costruttivi.

“ I saggi che rinunciano al frutto delle loro azioni e che, mediante l’intelligenza, hanno raggiunto l’unione, vengono liberati dal legame delle nascite e raggiungono una condizione stabile di là da ogni male”.( BG II,51)

Attraverso l’amore presente nei loro sguardi impariamo che il bene più prezioso da raggiungere è l’intima partecipazione alla vita. Chi è unito con se stesso è indifferente alla lode come al biasimo. Niente lo può toccare veramente, per cui avendo rimosso gli ostacoli interni fluisce liberamente nella vita .

Leggendo la Bhagavad Gita mi sono appassionato alla sorte di Arjuna, mi sono rivisto nello sgomento di Arjuna ed ho provato un sentimento di pietà quando l’ho immaginato pietrificato nella paura. Invece Sri Krishna mi ha scatenato un duplice sentimento. L’ho percepito come estremamente vero, la roccia a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà, la parte più vera ed incorrotta del genere umano, e al contempo ineffabile, per certi versi irraggiungibile in quanto il suo agire è lontano dal quotidiano agire umano.

Sri Krishna è continuamente padrone della situazione, come un sapiente artigiano padroneggia la sua opera, ne è unito, fino a portarla a compimento. Niente sembra preoccuparlo, perché in ogni momento è consapevole della concreta possibilità di agire in accordo con la legge interiore. Mantiene una condizione stabile della coscienza pur aggirandosi in un campo di battaglia che deciderà delle sorti dell’umanità. Di fronte ad una contesa dove molti periranno, il Maestro profonde la sua presenza nell’insegnare i principi dello yoga. Niente sembra più importante della trasmissione dell’essenza dello yoga a chi è pronto. Così la fiaccola della conoscenza può essere mantenuta accesa e con essa la visione di un futuro radioso mantiene inalterate le sue possibilità.

Confrontandoci con tali vette, se siamo abituati a perderci in un bicchier d’acqua, capiamo meglio quanta strada abbiamo ancora da compiere, eppure nonostante percepiamo le resistenze nel trasformare i nostri desideri personalistici, in cuor nostro siamo contenti, perché sentiamo di non essere soli nel vivere la vita.

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Lo Yoga è agire in armonia

Nel secondo canto della Bhagavad Gita Sri Krishna indica ad Arjuna la strada per smettere di soffrire: ”Lotta per realizzare lo yoga “. Le parole del Maestro sono essenziali, inequivocabili e perfettamente inserite nella realtà delle cose. Yoga, il cui significato è aggiogare, unire, è una condizione della coscienza che deve essere realizzata con uno sforzo strenuo ed un’attività costante applicata alla propria vita.

Durante il percorso di avvicinamento allo stato di unione con se stessi è necessario fare i conti con quegli ostacoli interni che ci impediscono di vivere pienamente la vita. Per cui gli stati penosi che viviamo trovano la loro radice nei piani sottili della coscienza, quindi la percezione dell’afflizione è l’effetto di una forza distruttiva che si manifesta nei piani più materiali e che al momento non si riesce a disattivare con la buona volontà.

Tutto ciò può essere ribaltato, quella forza può divenire luminosa come un raggio di sole che filtra tra le nuvole. Tocca a noi combattere contro l’oscurità, siamo chiamati a lottare con le forze distruttive che sono presenti nella coscienza. Dovremo imparare a resistere, resistere e ancora resistere ai gelidi meccanismi della personalità per affidarci sempre più consapevolmente al caldo e definitivo abbraccio dell’anima.

Gli insegnamenti del Maestro non si limitano a mostrare la via, infatti indicano anche come percorrerla. Niente viene lasciato al caso, la pura visione integra lo spazio ed il tempo, così il contatto con le cose viene riportato ad un continuo presente che tutto unisce.

“ Colui che mediante l’intelligenza ha raggiunto l’unione , si eleva sopra il bene e il male. Lotta dunque per realizzare lo yoga; lo yoga è l’abilità nelle opere”(BG II,50)

A volte invece di occuparci veramente di noi stessi ci gettiamo in attività a dir poco dubbie. Stanchi di un vivere affannato e poco gioioso ricerchiamo la felicità in una miriade di corsi, che ad andar bene ci svuotano il portafoglio . Da bravi ciechi deleghiamo la nostra vita ad altri ciechi. Cosa ci spinge ad andare di porta in porta ad elemosinare una condizione migliore? La non accettazione di noi stessi agisce come una molla che ci tiene lontani dalla bellezza della vita.

Quante volte ancora dovremo essere catapultati in situazioni assurde prima di trovare la capacità di resistere alla forza centrifuga. I veri Maestri ci insegnano a conoscere noi stessi, ad entrare in contatto con le forze presenti nella coscienza e ad integrarle in una attività tendente esponenzialmente alla creatività e alla gioia. Non vi sono scorciatoie possibili, se vogliamo tendere allo yoga dobbiamo avviarci verso l’innocuità. Ciò che facciamo deve risultare sempre più armonico e dolce, quindi il nostro agire deve essere epurato da quelle punte acuminate che portano dolore e sofferenza agli altri e a noi stessi.

Finché continuiamo a confliggere con il mondo non possiamo udire quella musica delle sfere tanto cara al Sommo Poeta. Ma questa è una condizione di stallo dalla quale possiamo emanciparci imparando gradualmente, esperienza dopo esperienza, ad essere sempre più uniti con noi stessi. Nell’accogliere quello che incontriamo, nonostante risulti nefasto e poco gradevole, percorriamo consapevolmente il sentiero dello yoga. Per cui soltanto chi vive questa condizione può insegnare con piena consapevolezza lo Yoga, la via dell’unione. Vi auguro di incontrarlo al più presto.

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Stare bene

Quante volte ci sentiamo bene? Non è una domanda da poco, porsela richiede energia ed umiltà qualità che non mancano certamente a quegli “eroi” che stanno proseguendo nella lettura. Stare bene è una sensazione intima e quindi difficilmente comunicabile casomai lo possiamo paragonare al sentirsi nel posto giusto al momento giusto. Quelle volte in cui percepiamo di essere a “posto” sprigioniamo positività, siamo come inebriati da un calmo ottimismo che avvicina le persone, rendendoci particolarmente gradevoli.
In quei momenti, tutto sembra possibile, siamo rapiti da una sorta di innamoramento, che ci eleva verso sensazioni così rarefatte che possono essere respirate attimo dopo attimo. Ci sentiamo pieni di vita e leggeri nella mente. I pensieri, pochi per la verità, ci fanno sprofondare in una presenza diversa, magari inquietante, ma tanto cara al cuore.
Se questo stato mentale ed emotivo non è fondato su un lavoro di conoscenza di se stessi rimane un sogno da raggiungere, la vetta di una montagna da scalare, la speranza di un domani migliore. La tendenza di una coscienza legata a degli schemi mentali è quella di continuare a generare illusioni proiettando alla bisogna dei film che devono convincere il fruitore di essere padrone della sua vita. Invece più scambiamo con le illusioni e maggiormente diveniamo spettatori della nostra vita, identificati con una realtà fittizia che ci fa percepire di essere vivi tramite un camuffamento.
Adesso uso una metafora per spiegare meglio cosa voglio scrivere. Può succedere che la fine della proiezione di un bel film ci lasci per qualche secondo interdetti. Ti senti contento per quanto vissuto però le operazioni di atterraggio richiedono un certo sforzo. Ti attende il contatto con una realtà che ti richiama ad una attività. Appena si accendono i riflettori lo sguardo cerca gli altri. Abbandonare quello che hai provato non è facile. Per cui può capitare di percepire quella solitudine che provi quando devi lasciare qualcosa in cui ti sei immedesimato. Inoltre l’incombenza del rientro in una dimensione percepita non del tutto amichevole amplifica quella sensazione di distanza dalla vita che non è per niente facile da metabolizzare.
Per continuare a stare bene c’è uno sforzo da compiere, un’attività costante volta nella giusta direzione in sintonia con il sentire interiore. Quindi dove dobbiamo volgere le energie? Nel migliorare la nostra capacità di stare al mondo trasformando quello che pretendiamo in qualcosa che possiamo offrire. Il prenderci cura di noi stessi e del rapporto con le persone più vicine è l’occasione da prendere al volo per alimentare una condizione positiva del vivere.
Beh ad essere sinceri per stare bene ma proprio bene si dovrà riuscire a percepire che esiste una differenza tra l’essere attenti alle necessità degli altri e l’imporre la nostra volontà per placare il nostro bisogno di controllo. Quando pensate” questo lo faccio per il suo bene” siete proprio sicuri che sia proprio così? Infatti vi è una sottile linea rossa tra l’aiutare veramente ed invece impedire all’altro di fare la sua esperienza, di crescere con le proprie gambe.
A proposito del camminare, mi sono accorto di essermi addentrato in un terreno pieno di sabbie mobili. Ci vuole una guida esperta per uscirne. San Francesco ci ha insegnato che è dando che si riceve. Quindi prendersi cura degli altri è, forse, l’attività più redditizia che possa capitare. Comunque se qualcuno vuole saperne di più vi indico di leggere la Psicologia dello Yoga scritta da Massimo Rodolfi e concludo così al meglio con le sue parole:
“Date energia ad organizzare in modo più accurato la vostra vita, coltivate la dedizione e l’amore per le persone che vi stanno vicino, non pensate solo a ciò che pretendereste dalla vita, ma cercate piuttosto di realizzare ciò che sarebbe utile agli altri, prendendovi cura di loro e della vita.”

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Scegliere di esserci, la miglior azione possibile

scegliere di esserciViviamo attimi unici ed irripetibili. Alcuni di loro li ricordiamo ancora con affetto, mentre altri ci hanno lasciato l’amaro in bocca. In quei momenti, forse, non eravamo pronti per accogliere del tutto quella potenza creativa che ci contraddistingue ancor di più nel momento in cui rinnoviamo la scelta di esserci. Per cui abbiamo imprecato contro la vita e abbiamo puntato il dito contro un nemico immaginario.

Eppure, è proprio in quei difficili momenti che è possibile confrontarsi con la volontà e la sua capacità di fecondare la materia. Vi è una scelta, sempre e comunque, che precede ogni nostra azione. Per cui quello che viviamo è sempre in rapporto con ciò che si diffonde da noi stessi, la nostra capacità di discriminazione.

Dato che l’etimo di intelligenza è scegliere tra, capiamo meglio come mai l’essere umano è chiamato a dover discriminare continuamente. Fino a che non saremo approdati nel placido mare dell’anima, dal mondo della personalità continueranno a spirare dei venti talmente burrascosi da far perdere facilmente l’orientamento, per cui saremo costretti ad impiegare tutte le energie nel cercare di rimanere a galla.

Una volta placata la tempesta, se siamo ancora vivi e vegeti, possiamo scegliere di imprecare contro Eolo oppure far tesoro dell’avvenimento, e così riprendere la via del mare con una maggior esperienza. Dante in un Canto dell’Inferno ci ammonisce :“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.

Lo sguardo umano si rivolge verso l’azione, ne giudica la forma ed è pronto a glorificarne gli ottenimenti. Sri Krishna invece ci ricorda che un’azione può conquistare un tesoro, ma non cambia sostanzialmente la vita. Di fronte al saggio perfettamente equanime, un mucchio di carbone o uno d’oro possono risultare parimenti importanti a seconda di ciò che deve fare. Quando integriamo la capacità discriminativa iniziamo a distaccare le opere dai loro frutti ed è possibile così assumerci la responsabilità della nostra vita.

“L’azione è di gran lunga inferiore allo yoga dell’intelligenza; rifugiati nell’intelligenza, o Conquistatore di tesori; pietà destano coloro che compiono le opere con mira ai loro frutti.( BG II,49)

Una volta che abbiamo convenuto sull’importanza dello scegliere, casomai si può iniziare ad affrontare la questione della libertà. Le nostre scelte sono spesso condizionate da schemi mentali presenti nella coscienza, per questo ci rimane così difficile riconoscere ciò che produciamo. Siamo così attenti nel vagliare i torti subiti ed invece non vediamo quando reagiamo occhio per occhio.

Siamo capaci di grandi gesta in nome di una idea e al contempo possiamo essere così meschini nel tenere gli altri lontani perché non si comportano come vorremmo. Questa è la contraddizione presente nell’animo umano, ed è ciò che ci impedisce di discriminare pienamente tra il bene ed il male.

Secondo la saggezza del Sankhya, l’unione con noi stessi è possibile distinguendo lo Spirito (Purusa) dalla materia (pakriti). Quindi abbiamo capito che c’è un lavoro da fare e tocca a noi svolgerlo. Per iniziare a conoscere lo Spirito dovremo passare da quella stretta porta che ci condurrà a discriminare quelle azioni che sono ammantate da un’aura di bontà ed invece nascono da intenzioni bellicose.

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